strategie evolutive

ciò che non ci uccide ci lascia storpi e sanguinanti

Nella grande pagoda del divertimennto, la festa è finita…

5 commenti

… o forse sarebbe il caso che lo fosse.

OK, questa sarà una faccenda abbastanza convoluta.
Dovremo passare in un paio di posti strani, prima di arrivare a destinazione – ammesso che ci si riesca.

in-las-vegas-live-at-the-desert-inn-official-bootleg-recordingUn paio di notti or sono stavo ascoltando Caterina Valente Live in Las Vegas, il bootleg ufficiale del concerto tenuto dalla Valente al Desert Inn nel 1964.
Un ottimo disco, tra l’altro – selezione eccellente di canzoni, nessuna caduta dovuta a titoli meno che spettacolari, l’interprete in piena forma (come dicono quelli in gamba) e che sfoggia tutta l’estensione e la versatilità della sua voce.
È vero, è un bootleg, nel senso che bisogna trafficare un po’ con l’equalizzazione per ottenere un suono ottimale, ma in compenso si sente chiaramente l’attrice sorridere mentre canta. O a volte proprio ridere di gusto – ed è noto che ho sempre avuto un debole per le donne che ridono. Ma questa, naturalmente, è un’altra storia…

Comunque, stavo ascoltando quel vecchio concerto, e uno dei pezzi migliori – a mio parere e tutto quanto – è The Party’s Over. Si tratta di uno standard scritto nel ’56, ed è stato inciso da tutti, o quasi – da Nat King Cole a Julie London, fino a Shirley Bassey.
Come si può intuire dal titolo non è esattamente una canzone allegra; si tratta però di uno di quei brani che accoppiano un testo e una melodia che hanno mood diversi1. Ad esempio, The Party’s Over ha un testo triste montato su una melodia molto piana e fresca, nella maggior parte degli arrangiamenti quasi allegra.
L’effetto è interessante – e l’arrangiamento minimalista usato nel live rende il contrasto ancora più forte2.

Si tratta di una canzone triste nella quale l’elemento malinconico – la festa è finita, tutti se ne sono andati – è affrontato con una tranquillità e una accettazione equilibrata, da sutra buddhista sui generis.
La malinconia non porta con sé alcun tipo di morbosità, di rimpianto.
È malinconia, è uno dei fatti della vita.
La festa è finita, tutti se ne sono andati, succede, tu sei ancora qui3.
Eccolo qua, il vostro Grande Veicolo – montateci sopra e pedalate verso l’Illuminazione.

Il che mi ha portato a pensare, abbastanza tortuosamente (o forse no), a The Great Pagoda of Funn, un brano di Donald Fagen dall’album Morph the Cat, del 2006.
Che è ancora una volta una di quelle canzoni che hanno una linea musicale e un testo che fanno a pugni.
No, che dovrebbero fare a pugni, mentre invece funzionano perfettamente, e il risultato è perfetto.

La canzone di Fagen parla di una coppia che si rinchiude nella sua personale Grande Pagoda del Divertimennto (talmente tanto, divertimento, che ha una doppia N) per sfuggire a una realtà ostile che, in prima battuta, sembra composta di altrettante pagode.

E io mi sono detto – non è in fondo meglio la malinconia accettata con consapevolezza della canzone del ’56, che non la fuga e l’annullamento dei due protagonisti della canzone del 2006?

pagodaPerché la Grande Pagoda del Divertimennto strizza certamente l’occhio all’ideale taoista di chi si ritira dalla vita pubblica per sfuggire al caos e alla distruzione – ma proprio come associa testo e musica scompagnate, allo stesso modo getta una luce sinistra su questo isolarsi dal caos… e lo fa inserendo nell’equazione proprio il Funn, il divertimennto così estremo che ha due N.
Quindi no, non è il mio genere di eremitaggio.

Eppure pare che il divertimento fine a se stesso – il divertimento come distrazione, come muro contro ciò che sta fuori dalla nostra pagoda – sia quantomai diffuso, e non da ieri.
E si stia allargando.
E badate bene – io non ho nulla contro l’intrattenimento, e il divertimento che a mio parere dovrebbe derivare da qualunque attività umana… è lo spegnimento del cervello, è l’importante è non pensarci, la buffonata come stile di vita, che non mi piace per niente.
Eppure c’è una spinta in quella direzione, la vedete anche voi, vero?
E mentre sullo sfondo c’è chi si scaglia contro ogni forma di intrattenimento, assumendo toni quasi neo-Puritani, incapace forse di distinguere ciò che stimola il cervello da ciò che lo spappola, tutti sembrano ben decisi a buttar tutto in farsa.

E qui ci starebbe bene la frase

persino la politica è ridotta a una forma di cabaret televisivo

ma non ho voglia di parlare di politica.
È una questione di cultura, non di politica4.

_Burton_the_Anatomy_of_Melancholy_1628E forse sarebbe bello potersi riappropriare della propria malinconia senza per forza doversi anche sciroppare la discografia completa dei Cure.

E al contempo capire e accettare che non si può essere sempre su di giri, sempre allegrissimi, sempre carichi di battute e lazzi, sempre pronti a buttare in scherzo qualunque cosa, sempre, comunque.
E non sto parlando di un blog, di una serie tv, di un programma radiofonico o di un tizio in piedi su una cassetta di legno all’angolo di una strada… sto parlando di un atteggiamento culturale molto diffuso ed entusiasticamente propagandato.
Quasi di una pressione sociale, mi pare in certi momenti – ci viene chiesto di essere giovani, ridanciani e pronti alla battuta. Orientati al ridicolo. Supremamente blasé.
Ci mancano solo le risate registrate, per dirci quandod obbiamo ridere, senza il bisogno di pensarci. Senza neanche il bisogno di uno straccio di senso dell’umorismo.

Lo avevo detto che sarebbe stato un percorso complicato verso una destinazione imprevista.

Mi trovo in questa strana situazione, vedete – non sono né con gli amanti dell’automacerazione a oltranza, né coi neo-Puritani, né con i LOLlardi dalla risata facile come risposta a tutto.
Mi piacerebbe che i nostri sentimenti, e gli eventi della nostra vita, venissero affrontati da ciascuno con la dovuta aplomb, e il dovuto divertimento. O che per lo meno ci venisse riconosciuto questo diritto – quello di essere consapevoli di cosa ci capita, senza risate e risate fasulle.
Anche la malinconia e la felicità.
In maniera tranquilla.
Con una punta di allegria, ma vera.


  1. e ce ne sono un paio d’altre, di queste canzoni a doppio binario, nel live della Valente. 
  2. su youtube potete trovare versioni molto più ritmate e “allagre” della melodia. 
  3. anche perché, *dovunque tu vai, è lì che arrivi”, come diceva John Kabat-Zinn (O era Buckaroo Banzai?) 
  4. oh, e prima che qualcuno venga a piangere per quanto sono arrogante, non intendo cultura nel senso di io sono più colto di tè, ok? 

Autore: Davide Mana

Paleontologist. By day, researcher, teacher and ecological statistics guru. By night, pulp fantasy author-publisher, translator and blogger. In the spare time, Orientalist Anonymous, guerilla cook.

5 thoughts on “Nella grande pagoda del divertimennto, la festa è finita…

  1. Mi trovi concorde, tanto per cambiare. E lo dici a uno che dell’ allegria non è un grande frequentatore. Il fatto è che a volte tutto questo positivismo in technicolor, questo orizzonte di cieli azzurri e sgombri, questo demonizzare i “gufi”… Beh, mi sembra tanto la carezza che la nonna dava al lapín prima di farlo secco con una bastonata.

  2. No. Vero. Non soluzioni ma oblio

  3. Mi hai fatto tornare in mente questa

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