strategie evolutive

ciò che non ci uccide ci lascia storpi e sanguinanti

Lo spazio è vasto (ma l’abbiamo sempre saputo)

13 commenti

C’è un po’ di maretta, fra gli appassionati di fantascienza, per un recente articolo di Kim Stanley Robinson, intitolato Our Generations Ships Will Sink.
Riassumendo, Kim Stanley Robinson vuole ricordarci che non arriveremo mai alle stelle.

robinsonThe problems that will keep us from going to the stars can be loosely grouped into categories: physical, biological, ecological, sociological, and psychological. One could add economical, but economic problems are trivial compared to the rest, as economics is amenable to adjustment on demand. Reality is not so tractable.

L’articolo di KSR segnala tutti i problemi che di fatto rendono impossibile, allo stato attuale, la colonizzazione di altri sistemi solari, l’espansione dell’umanità nello spazio.

La space opera, ci dice Robinson, ci ha mentito.
Non ci sarà mai un impero galattico, non ci sarà mai una civiltà interstellare.
Il potere previsionale di queste storie è nullo.
La space opera è, di fatto, fantasy.

La fantascienza hard, sostiene Robinson, dovrebbe occuparsi del nostro pianeta, e del nostro sistema solare – perché quelli sono a portata di mano, e sono vastissimi, e sono nostri.

Osservazioni eccellenti, cibo per il pensiero, idee che segnalano nuove direzioni nelle quali la narrativa di fantascienza potrebbe svilupparsi.
E anche una punta di disillusione.
E la disillusione che traspare nell’articolo di Kim Stanley Robinson non è nulla di nuovo – la si ritrova, espressa conparole non troppo diverse, nelle opere della maturità di Edmund Hamilton, che fu uno dei grandi autori della space opera dell’età dell’oro.

Tuttavia, le idee di KSR come al solito sono state estremizzate – da più parti si invoca un abbandono di quei temi infantili della vecchia fantascienza avventurosa: basta astronavi interstellari, basta wormhole, velocità superluminali, la civiltà del Braccio di Orione.
È una forma vecchia e irrealistica di fantascienza, che non porta a nulla di costruttivo.
La Terra è abbastanza grande, sostengono alcuni – ogni giorno scopriamo nuove specie, ogni giorno perdiamo delle specie, ci sono infiniti problemi da risolvere.

E quell’orrida parolina, realismo, striscia nella conversazione.
Il realismo è stato scambiato per la plausibilità.

Certo, se è il realismo che cerchiamo, allora leggere space opera e planetary romance è da idioti.
Esattamente come leggere i romanzi di Agatha Christie – perché, ammettiamolo, nessuna simpatica vecchietta ha mai risolto un omicidio, né mai lo risolverà.
Miss Marple è sciocca, irrealistica e inutile quanto Han Solo.

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Io, lo avrete capito, resto dubbioso.
Apprezzo e riconosco la logica delle posizioni di Kim Stanley Robinson, vi trovo una miniera di idee per storie future – ma con tutto il rispetto per un autore colossale, esiste anche il buon, sano, vecchio intrattenimento.
Ma non è solo una questione di intrattenimento1: se non stiamo scrivendo (o leggendo) fantascienza, ma fantasy, questo non significa che la storia che stiamo leggendo non possa veicolare dei concetti e delle idee importanti e costruttivi, che incidono sulla crescita di chi legge 2.

E sì, davvero, voglio anch’io leggere (o scrivere!) fantascienza hard ambientata nello spazio einsteiniano, nel nostro vecchio sistema solare, sul nostro pianeta. Fantascienza che vada a toccare problemi reali o realistici, che proponga modelli, che mostri opzioni ed opportunità.
Ma solo uno sciocco sosterrebbe che una storia irrealistica non possa offrirer spunti e idee per affrontare problemi realistici.

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E non devo neanche invocare la tolkieniana sacrosanta fuga del prigioniero per salvare la space opera.
La space opera – e tutta la fantascienza che alcuni ora vorrebbero archiviare – stimola e nutre un tratto che, come osservò a suo tempo Carl Sagan, è stato selezionato con cura dall’evoluzione.
Si tratta dell’umano desiderio di esplorare, di immaginare e poi di toccare con mano ciò che al momento pare irraggiungibile.
È  un tratto vitale, indispensabile. Finora è stato un tratto che ci ha portati a crescere, a fare meglio, a sopravvivere.
E se è sopito in molti, in quei pochi in cui ancora vive è sufficiente a trascinarci avanti, come civiltà, come specie.
Guardatevi attorno – se non è ancora stato completamente soppresso, non esiste forse la probabilità, assolutamente realistica, che possa aiutarci a uscirne vivi ancora una volta?
Se non fosse utile, se fosse nocivo, la selezione naturale lo avrebbe eliminato.

E sì, il sistema solare è vastissimo e meraviglioso.
Possiamo tranquillamente distogliere lo sguardo dalle stelle lontane per concentrarci su oggetti che sono a noi più vicini, e più facili da raggiungere.
Possiamo pensare ai problemi immediati, alle responsabilità che derivano dall’essere l’unica specie intelligente nello spazio conosciuto. E su questa nuova avventura – perché è sempre un’avventura – scrivere dei romanzi che piacciano al pubblico, lo intrattengano e lo aiutino a crescere.
Sarebbe straordinario riuscire a creare una civiltà fondata sul riconoscimento e sulla risoluzione dei problemi contingenti – una civiltà proattiva che esiste per migliorarsi e prendersi cura del mondo.
Ma abbandonare i sogni delle stelle lontane?
Come potremmo?
E sarebbe davvero possibile costruirla, quella civiltà di scienziati ed esploratori, abbandonando quei sogni?

Diglielo, Carl…


  1. tanto per rassicurare i neopuritani che sembrano convinti che intrattenimento sia una brutta parola, una sorta di peccato mortale. 
  2. considerate, se volete, la space opera di Iain Banks, le storie della Cultura, come un eccellente esempio di una fantascienza irrealistica che veicola concetti e sperimenta modelli quantomai significativi e importanti. 

Autore: Davide Mana

Paleontologist. By day, researcher, teacher and ecological statistics guru. By night, pulp fantasy author-publisher, translator and blogger. In the spare time, Orientalist Anonymous, guerilla cook.

13 thoughts on “Lo spazio è vasto (ma l’abbiamo sempre saputo)

  1. Che poi, c’è da considerare che tutto sommato può essere che un wormhole funzioni veramente come raccontano, o che il motore warp venga prototipato da qui a 100 anni. Pensa che risate, a quel punto, pensando a questi detrattori della SF hard, se qualcuno si ricordasse di loro.

  2. Il realismo scambiato per plausibilità mi sembra il nodo di tutto questo discorso. E davvero, striscia l’idea angosciante che sognare sia inutile

  3. In quanto autore di storie ambientate in un lontano futuro sono parzialmente d’accordo con l’ottimo Robinson ma non posso non dirmi deluso per la sua dichiarazione.
    È assolutamente ovvio che in questo momento e nei prossimi anni non avremo carghi interstellari né imperi galattici ma questo non vieta di immaginare – l’immaginazione è una pericolosa guida – un futuro più o meno lontano, basandoci sulla scienza e la tecnologia attuali. È proprio il legame con esse a rendere la sf quella che è e a distinguerla sia dal fantasy che dalla space opera stile Star Wars. Nella Space Opera seria, nata dalla speculazione scientifica, è possibile raccontare in forma di metafora il mondo attuale, valiutare con altri occhi il nostro mondo e le sue più profonde tendenze.
    A mia volta non posso che invocare a mia difesa Iain M.Banks, Cordwainer Smith, Gordon Dickson. Norman Spinrad, Ursula K LeGuin e tutti gli autori che hanno raccontato la galassia per mostrarci il nostro mondo.

  4. Mah, ho l’impressione che certi scrittori di fantascienza soffrano di complessi di inferiorità e quindi per legittimare le loro storie spesso si ficchino in certi aut aut solo per sentirsi adulti.
    Mi pare che anche Alastair Reynolds si fosse espresso in termini simili.
    Ok, scrivere fantascienza hard è difficile, scrivere in modo sensato e plausibile senza annoiare è veramente mestiere per pochi.
    Devo confessare però, nonostante l’enormità degli scenari che questi signori riescono ad aprire, che quando leggo un E.E. Doc Smith, con quelle corse folli e rutilanti in giro per il cosmo a velocità impossibili io mi galvanizzo e non mi annoio mai, nonostante l’assurdità di quello che leggo.
    Questo né Reynolds né Robinson, con tutti i loro pregi, riescono a donarmelo.

  5. Provo a rispondere collettivamente – oggi sono un po’ di corsa.
    Io non critico il discorso di Kim Stanley Roibinson in sé, anche perché ha fondamentalmente ragione su un punto: per creare una civiltà interstellare, l’umanità deve cambiare, sia da un punto di vista psicologico che da un punto di vista fisiologico, ma anche e soprattutto a livello politico e sociale.
    Se cambiare si deve, allora è certamente meglio cambiare, e alla svelta, per garantire alla nostra sopravvivenza.
    Ciò su cui io e Kim Stanley Robinson non concordiamo (hahaha, sì, come se io e KSR si giocasse nella stessa lega) è il fatto che il concentrarsi sul qui ed ora debba completamente (o quasi) soppiantare il pensare (o sognare) anche sulla lunga distanza.
    KSR dice che la SF deve concentrarsi sul plausibile per facilitare lo sviluppo di una nuova cultura.
    Io dico che la fantascienza deve concentrasi sul plausibile per facilitare lo sviluppo di una nuova cultura, che potrebbe essere il primo passo verso le stelle, e che quindi non serve archiviare o dimenticare.
    Il punto fondamentale è che forse con KSR io non gioco nella stessa lega, ma alla lunga credo di giocare allo stesso gioco, e nella stessa squadra.

  6. Mah… con tutto il rispetto per l’autore, mi ricorda un po’ chi continua a ripetere che il rock è morto. Se è così, non se ne sono accorti in molti. Dal canto mio, continuerò a godermi tutte le space opera su cui riesco a mettere le mani (e i dischi degli ACDC, cacchio!). Io sono il lettore: lo decido io (indirettamente) cosa si deve scrivere.

    • No.
      L’unico che può decidere cosa scrivere è l’autore. Il lettore può decidere cosa leggere – ma la sua influenza si ferma lì. Se nessuno scrive ciò che a te interessa, tu non hai alcun potere di cambiare questo stato di cose.
      E quando sono i gusti dei lettori a decidere cosa si pubblica (qiuando chi scrive “insegue il lettore”), di solito i risultati sono catastrofici, come un giro in libreria può facilmente dimostrare.

      • A me quello del lettore sembra un potere enorme, almeno per quanto riguarda la “selezione naturale” tra generi e sottogeneri. Per questo sono diffidente nei confronti degli autori che decretano un cambio di rotta “a tavolino”, per quanto acute possano essere le loro osservazioni. Alla fine sarà il mercato a decidere, col rischio che l’autore (per carità, padrone assoluto della sua penna) rimanga una voce che grida nel deserto. O al di qua dell’orbita di Plutone.
        Per esempio mi ha colpito il post del 17 novembre sulle cifre dell’editoria. Mai avrei pensato di trovarmi in prima posizione la categoria romance/erotica. Ma se lì girano i soldi, non significa forse che se ne scriveranno ancora di più? Alla fine i lettori dei romanzi d’amore avranno influito su cosa si scrive.
        E’ questo che intendi quando parli di inseguire il lettore? O ti riferisci a questioni di grana più fine, tipo lo stile di scrittura o la qualità della trama?

        • Inseguire il lettore significa scrivere ciò che il pubblico mostra di gradire. Di solito implica una semplificazione della struttura e dello stile, e una riduzione al minimo dell’originalità della trama. Si tende a ricucinare la stessa zuppa.
          Il potere del lettore è enorme in sede di acquisto e scelta – ma non può influire in profondità sulle scelte autorali.
          Come dicevo, il lettore può premiare ciò che esiste, ma non stimolare lo sviluppo di qualcosa che ancora non c’è.
          Per quello ci vuole l’autore – che deve inventarsi qualcosa di nuovo ed originale, e diverso, col rischio di deludere il pubblico.
          Ma la scelta di cosa scrivere, è sempre e solo dell’autore – o dei suoi creditori😉

  7. Eppure, nell’ultimo romanzo della sua trilogia marziana…

  8. Pingback: Sono il lettore, comando io | Shanmei

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