strategie evolutive

ciò che non ci uccide ci lascia storpi e sanguinanti

97 a 21

15 commenti

logo97Immagino l’abbiano detto anche voi, che sarebbe stato meglio laurearsi a 21 anni con 97.
Ora questa sì che è un’idea geniale.
Che scemi noi, vero, a non pensarci?

Ora, prima che sorgano fraintendimenti – io non ho assolutamente nulla contro all’idea di laurearsi in tempi brevi: vorrei solo che si evitasse di trasformare la laurea in una gara di velocità.

Perché nel discorso sull’importanza di laurearsi in fretta, curiosamente, si è parlato un sacco di laurearsi giovani e belli, ma non è stato toccato un dettaglio importante – la competenza.
Forse perché la competenza è molto più difficile da valutare della velocità.
E moderatamente difficile da trasmettere agli studenti.

Una università che sforni laureati giovani e pimpanti ma sostanzialmente privi di qualunque competenza certamente sistemerebbe le statistiche, forse farebbe piacere a una certa parte del mondo del lavoro, ma sostanzialmente non porterebbe a un autentico aumento della competitività.
Aumenterebbe la competizione (fra laureati), ma non la competitività (delle aziende sul mercato, per dire).

Ora, sia ben chiaro, l’università italiana avrebbe bisogno di una bella riforma – senza impiccagioni e plotoni d’esecuzione1, ma con un po’ di drastici cambiamenti.
Niente di troppo difficile, badate bene – si potrebbe copiare da come si è fatto e si sta facendo altrove, oppure mettere a regime le menti migliori senza chieder loro, prima, di tesserarsi.

unnamedAd esempio?

. garantire l’accesso alle biblioteche e ai laboratori 24 ore su 24 e sette giorni su sette – perché per dare gli esami bisogna poter studiare.

. favorire l’accesso a risorse online2 – classi meno affollate, meno spese per gli studenti fuori sede.

. ristrutturare i corsi in modo che sia possibile sostenere gli esami a fine corso, e non dopo qualche mese di ricapitolazione e riorganizzazione e studio in biblioteca (vedi voci precedenti).

. garantire che i corsi siano aggiornati al 2010 e non al 1953.

. favorire l’acquisizione di competenze e non di semplici conoscenze posticce3 – il che significa forse abbandonare la vecchia struttura della lezione frontale, ma chissà, una scelta tanto radicale potrebbe riservarci delle sorprese.

. coinvolgere gli studenti, dal giorno 1, nella ricerca (aiuterebbe alla voce precedente), magari retribuendoli in proporzione al loro coinvolgimento.

La questione, ovviamente, resta una ed una sola – i soldi.
I cinque punti qui sopra costano – non tantissimo, ma costano. E purtroppo i soldi delle tasse deglis tudenti sono già diversamente impegnati.
Ma forse il primo passo dovrebbe essere smettere di considerare l’università uno sfizio, magari da trasformare in una gara in cui vince il più veloce, e cominciare a considerarla una cosa seria.
Cominciando magari a pensare che certe cose siano davvero importanti, e non solo una pallottola nell’arsenale retorico della politica.
Ma chiedere questo ad un politico è, ovviamente, ridicolo.


  1. anche perché la morte sarebbe una scappatoia troppo facile per troppe persone – e penso ai due assistenti (ora docenti) che a noi dicevano “che fretta avete di laurearvi, tanto finirete a fare i disoccupati”. 
  2. sto seriamente prendendo in considerazione l’idea di una laurea breve in egittologia all’Università di Manchester – ilcorso di laurea viene gestito interamente online. Mi pare un bel passo avanti, dopo che l’università dove mi sono dottorato mi imponeva sedici ore di treno e un pernottamento in collegio ogni due ore di lezione. 
  3. “mando a memoria il libro di testo in un weekend ed è fatta” 

Autore: Davide Mana

Paleontologist. By day, researcher, teacher and ecological statistics guru. By night, pulp fantasy author-publisher, translator and blogger. In the spare time, Orientalist Anonymous, guerilla cook.

15 thoughts on “97 a 21

  1. Sono un insegnante di scuola media che ha avuto il piacere di stringerti la mano a Luca un paio di anni fa. E da insegnante ti dico: concordo su tutto e specialmente sul punto tre. Trovo ridicolo che nel mondo della scuola italiana si ristrutturino e si ripensino gli insegnamenti proprio in base alle competenze e negli insegnamenti dei docenti universitari non se ne trovi traccia. Trovo poi oltraggiato per la mia professione che un collega che insegna all’università quasi mai si ponga il problema di come sta insegnando, tanto se i suoi studenti bocciodromo al suo esame sta facendo selezione…. Una selezione però basata sulla sua invasori e arbitrarietà. Io all’università ho trovato il 90% dei professori che si comportavano così.
    Buona giornata.

    David

  2. Mi scuso per gli errori ma sto scrivendo in situazione precaria. Bocciodromo era bocceranno. Luca era ovviamente Lucca.

  3. Il punto è proprio che, per come sono organizzate certe facoltà, è meglio laurearsi prima senza il massimo dei voti che ottenere il massimo. Pensando al mio campo (la giurisprudenza) che adesso sta cambiando molto (spero in meglio) quando mi son laureato io, tre anni fa, e a risalire fino ai tempi di mio padre almeno una laurea a pieni voti non dava comunque un quid pluris significativo. Alla fine quel che di davvero fondamentale insegna l’università allo studente di giurisprudenza è un metodo e una forma mentis, il mestiere vero (sia l’avvocato, il giudice o il sarcazzo) lo si impara con le varie forme di apprendistato post laurea e la competenza vera del singolo emerge successivamente.

    Certo non è un discorso universale, dipende dalle facoltà. Continuerò a preferire l’ingegnere col massimo dei voti a quello che si è laureato raggranellando 18😛

    Va anche aggiunto che Poletti, nell’enunciare la fatidica frase, stava parlando delle lauree triennali. E che arrivare a conseguire una laurea triennale a 28 perché si deve raggiungere il 110 e lode a ogni costo sia quantomeno problematico credo sia pacifico

    • Indubbiamente ci sono variabilit’ dovute al tipo di indirizzo / io tendo a ragionare in termini di lauree scientifiche e sono ancora fermo alle quadriennali.
      Resta il problema che ridurre tutto ad una questione di tempistiche non cambia nulla rispetto al ridurre tutto solo ai voti.

  4. Condivido molto quello che scrivi. E – nonostante tutto – l’università italiana riesce ancora a formare bene, certo un po’ più di ricerca fatta durante gli ultimi anni non guasterebbe.
    Io, non vivendo in Italia, non ho seguito molto la discussione sugli anni di studi, ma sospetto che il senso dell’esternazione fosse che il voto di laurea abbia un valore relativo. Fare 3 esami all’anno o meno prendendo 30 ad ognuno, laureandosi con 110, non credo sia meglio che laurearsi facendo 6 esami all’anno prendendo max 25 per ognuno (per dire). E su questo sono assolutamente d’accordo

    Poi ci sono un mare di ottimi motivi per laurearsi in molti anni, lavoro, salute ecc… ma (la maggior parte?), basandomi sulla mia limitata esperienza, c’è chi semplicemente se l’è presa comoda. E a seconda del tipo di lavoro potrebbe non essere il massimo avere qualcuno che tende a prendersela comoda🙂

    • Diciamo che i tempi della laurea dovrebbero essere una scelta dello studente e non una conseguenza di come viene impostato il corso. Se il corso è triennale, lo studente in tre anni deve essere in grado di uscire, avendo dato tutti gli esami, senza giochetti o min/maxing, senza compromessi e avendo la possibilità di acquisire competenze utili.
      L’idea del dover sacrificare la qualità della propria performance accademica al fine di arrivare alla laurea nei tempi previsti segnala che il corso è strutturato nella maniera sbagliata, o che si sta dando importanza ad un aspetto sbagliato dell’intera esperienza di apprendimento (che poi è più o meno la stessa cosa).

      • C’è anche da dire che l’università italiana non fa selezione all’ingresso in molti casi (giustamente secondo me), e quindi non tutti sono portati per il corso di studi scelto. Per cui per quanto bene sia strutturato il corso, non sarà alla loro portata finirlo in tempo.
        Ogni tanto mi è capitato di fare colloqui per assunzioni e – grazie a dio – non mi curo mai del voto di laurea. Ma se dovessi, per me dal migliore al peggiore sarebbe:
        1) Voto alto poco tempo (durata legale +1)
        2) Voto medio poco tempo
        3) Voto alto molto tempo (durata legale +3 o più)
        4) Voto basso poco tempo
        5) Voto medio molto tempo
        5) Voto basso molto tempo

        Sbaglio?🙂

        • Non lo so – e se quello con il voto alto preso in poco tempo è un idiota?
          O peggio: nel mio campo, l’unico 110 e lode in 4 anni in Geologia che io abbia conosciuto è ricercato dall’INTERPOL:

          • Non a caso ho detto che io non mi curo del voto di laurea🙂 Comunque anche se lo facessi,sarebbe solo uno dei tanti parametri per l’assunzione. Ma all’interno di quel parametro, indipendentemente dal resto, io farei una classifica come descritto.

          • >l’unico 110 e lode in 4 anni in Geologia che io abbia conosciuto è ricercato dall’INTERPOL

            E’ il capo della GEODE?

  5. Quello che dici è tutto vero. La cosa che abbatte il morale è che le soluzioni che proponi, paragonate all’attuale situazione dell’Università italiana, suonano come il racconto del paese dei balocchi, mentre altrove le cose funzionano già così o ci si avvicinano moltissimo.
    @Hendioke: anche a Giurisprudenza dovrebbe essere trasmessa la competenza pratica, e il fatto che si dia per scontato che ciò non avvenga è un ulteriore sintomo del dissesto della scuola italica (e della italica rassegnazione). Quando esci da Giurisprudenza non scrivi una riga da quattro o cinque anni, il che per un professionista che si deve guadagnare da vivere scrivendo è un bel po’ strano, non trovi?

  6. La competenza è importante, fondamentale anzi, ma un medico che esce con 97 uccide tutti i suoi pazienti ed uno che esce con 110 li salva tutti? Quello che ho capito dalla mia esperienza universitaria è che il voto non certifica la competenza, semmai la dedizione. Al momento attuale, la laurea è solo un lasciapassare, meglio averla prima possibile e dedicarsi alla competenza senza i vincoli accademici. Se fosse come hai descritto tu avrebbe più senso.

    • Ma infatti il problema è proprio l’acquisizione e la valutazione della competenza. O forse, più ancora, il fatto che la competenza venga considerata, a livello amministrativo, come qualcosa di secondario, o superfluo.

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