strategie evolutive

ciò che non ci uccide ci lascia storpi e sanguinanti

Where are they now?

9 commenti

No, non la (bella) canzone di Al Stewart1.
È una cosa diversa.agendina-tascabile
Ho una piccola agendina da tasca, rilegata in pura plastica – comprata nel locale supermercato cinese, per circa un euro.
Una di quelle senza la data sulle pagine, che dovete scrivercela voi a mano.
Mi serve come archivio. Ogni pagina dispari riporta

  • la data
  • il titolo di una storia o un articolo
  • il wordcount
  • dove/a chi l’ho proposto
  • la data in cui è stato accettato
  • la data in cui è stato pagato – e quanto

La pagina pari, sul retro, riporta l’elenco delle recensioni ed eventuali note

Al mio attuale livello, un’agendina cinese da un euro è più che sufficientre.

E in questi giorni di fine anno mi sono ritrovato a domandarmi che fine abbiano fatto i quattro articoli, scritti pro bono a cavallo fra 2014 e 2015, puntualmente spediti ai rispettivi editori, e dei quali mai più ho avuto notizia – nonostante ripetute richieste.
In un paio di casi le email sono tornate indietro – account cancellati.

dont-work-for-freeStando al mio archivio, i miei quattro articoli arrivano a un conteggio totale di circa 30.000 parole.
Ciascuno ha richiesto del lavoro – trattandosi di articoli, ho dovuto consultare delle bibliografie, seguire delle precise linee guida, scrivere e riscrivere.

Posso – volendo – martellare e consegnare un racconto di 5000 parole in un weekend. Un articolo professionale di 8/10.000 parole richiede molto più tempo. È giusto che sia così.

Potrei apparire gretto e far notare che alla tariffa professionale standard 30.000 parole sarebbero 1500/1800 euro.
Alla tariffa ridicola di un cent a parola sarebbero 300 euro.
Ma non è una questione di soldi – dopotrutto gli editor che mi avevano contattato2 avevano messo bene in chiaro che si trattava di progetti sanza alcun budget, o in via di sviluppo, o sblinda come se foss’antani.
Non posso lamentarmi del mancato introito, perché io avevo accettato consapevolmente di lavorare gratis3.

E in fondo è questo il problema – chi ottiene il nostro lavoro gratis non ha alcun interesse a utilizzarlo. Dopotutto, cosa ci perde?4

E io ora cosa me ne faccio, di questi lavori inutilizzati?
Sono troppo specialistici, brevi e settoriali per riciclarli facilmente, venderli a qualcun altro o poterne fare degli ebook.
E poi, sono davvero inutilizzati?
Per quel che ne so, potrebbero essere stati pubblicati chissà dove, magari a nome altrui, forse addirittura pagati. Il mercato è vasto, non lo si può tenere tutto sotto controllo.

E così tiro una riga rossa di traverso sulla pagina della mia agendina cinese da un euro, e torno a scrivere una storia in inglese per un editore che, stando ai miei archivi, ha sempre pagato poco, ma regolarmente.

PS: ma sì, perché no?


  1. né quella, altrettanto bella, dei Kinks
  2. perchè in tutti e quattro i casi sono stati loro a contattare me. 
  3. o, per usare una diversa espressione altrettanto valida, ero stato stupido. 
  4. ci perde un contatto e un collaboratore, direte voi – e avreste anche ragione, non fosse per il fatto che qualcuno disposto a lavorare gratis si trova sempre

Autore: Davide Mana

Paleontologist. By day, researcher, teacher and ecological statistics guru. By night, pulp fantasy author-publisher, translator and blogger. In the spare time, Orientalist Anonymous, guerilla cook.

9 thoughts on “Where are they now?

  1. io sono colpevolmente in ritardo con in KS ma tra un po’ si parte…

  2. Diciamo che fino a non troppo tempo fa questa storia del lavorare gratis era conclamata in certi ambienti. Meno in altri. Adesso il pudore è sempre meno.

    • Io non lavoro più gratis – una decisione che ad alcuni non è piaciuta, ma come si suol dire non si può piacere a tutti.
      E il motivo è proprio che chi non paga un lavoro non ha motivo di volerlo poi utilizzare, o valorizzare, o “spingere” – diventa riempitivo, diventa come le patatine che ti servono con l’aperitivo, non le hai ordinate, ma le mangi lo stesso. Oppure le lasci lì, tanto è uguale.
      E sì, c’è una spudoratezza crescente – in queste, e molte altre brutture.

  3. Rincorrere il datore di lavoro per farsi pagare è forse ancor peggio che lavorare pro bono.
    Che poi io tante volte mi sono fidato della parola altrui, di chi prometteva un pagamento entro una determinata data, salvo poi sparire.
    Alla fine l’unico che paga sempre puntualmente e al centesimo è quel diavolaccio di mr. Bezos.

    • Anche all’estero – salvo casi eclatanti, che però vengono segnalati immediatamente su siti come Writers Beware, e muoiono – gli editori di solito pagano entro i termini del contratto (a 60 giorni, alla pubblicazione, trimestralmente…)… ah, già, loro ti fanno il contratto. Anche quando sono persone con cui ci si conosce da anni.

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