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Il sistema di ricompense sbagliato

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Ieri, il mio vicino di cella Alessandro Girola ha pubblicato un post intitolato Perché scrivere cose difficili da vendere?, a sua volta ispirato da una serie di discussioni avute con vari altri compagni di prigionia, qui nmel Blocco C, durante l’ora d’aria.

“Da qui la domanda provocatoria di uno dei miei amici e colleghi autori: se questa è la roba che vende, perché non dedicarsi a essa? Perché impegnare tutto il tempo a scrivere cose molto più complicate da piazzare sul mercato?
Provocazione o meno che sia, questa domanda ha un senso.”

E la domanda ha certamente un senso.
Ciò che ha molto meno senso è la risposta che si è levata come in coro a quella domanda.

“Io scrivo quello che mi piace”

Alcuni hanno anche aggiunto

“tanto la mia fonte di reddito è un’altra”

Il che mi fa piacere, ma non è una risposta sensata.
È come se mi domandassero se vale la pena aprire un ristorante tipico quando gli unici a sopravvivere nel mercato della ristorazione sono fast food, kebabbari e cinesi, e io rispondessi

“Io faccio dei fusilli al tonno che resuscitano anche i morti e mangio a casa.”

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Ecchissenefrega, giusto?
La domanda era un’altra.
E quindi, proviamo a rispondere a quella domanda.

“Perché impegnare tutto il tempo a scrivere cose molto più complicate da piazzare sul mercato?”

Non posso che dare una risposta personale -e cercherò di dare una risposta onesta.
Io scrivo ciò che scrivo perché probabilmente non so scrivere in altro modo. Il che non mi rende migliore o peggiore di chi scrive cose più facili, più difficili o più medie. È possibile che mi penalizzi, ma adeguarmi al mercato mi penalizzerebbe molto di più.
Il che mi porta ad un altro articolo letto di recente – vale a dire il guest post di Elizabeth Bear sul blog di Charles Stross, Burnout, creativity, and the tyranny of production schedules.

“I’m stopping by to talk about how even jobs we love can make us sick if we do them for too long without a break and with the wrong kind of rewards systems.”

The wrong kind of rewards system.
È quella la fregatura.
Potrei benissimo sfornare schifezze al ritmo di 6000 parole al giorno.
Venderebbero a carrettate – il pubblico è ormai così pigro e ignorante che gli si può vendere qualunque cosa purché non gli costi alcuno sforzo e confermi le sue convinzioni.
Potrei quindio farci anche due lire, magari pagare dei conti.
Ma in capo a un anno sarei distrutto.
The wrong kind of rewards system.

Lavorare per il minimo comun denominatore offre solo il tipo sbagliato di ricompense.
Certo, arriveranno attestati di stima da leccaculi e mercenari.
Recensioni sfolgoranti di recensori a cui piace qualunque cosa, al punto che possono recensire un libro senza leggerlo.
Arriveranno opportunità straordinarie che avranno il sapore di ricatti.
Ci sarà la soddisfazione di avere centinaia di lettori commossi – ma lettori dichiaratamente incapaci di distinguere la merda dal risotto, comunque non interessati a distinguere se fossero in grado, e in generale abbastanza sospettosi nei confronti del risotto.

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Sarebbe possibile pagare i conti, certo.
Ma ci si ammazzerebbe l’anima, un pezzetto alla volta.
Oh, non mettiamo limiti alla provvidenza – mai dire mai e tutto quel genere di cose. Ma sarebbe comunque l’ultima spiaggia, l’ultimo guizzo prima di andarsene per sempre.

I soldi, la soddisfazione di pagarsi la cena con ciò che si è creato, sono solo una parte della storia.
Esistono altre ricompense – la consapevolezza di aver fatto un buon lavoro, il piacere di fare ricerca e scovare dettagli e informazioni che rendono il lavoro migliore. Il piacere di costruire un meccanismo che funziona, o di mettere sul piatto una storia diversa.
E poi, soprattutto, ci sono quelle ricompense che noi diamo a noi stessi, e delle quali parla Elizabeth Bear, e che ci permetono di tirare avanti quando le mani fanno male, le idee mancano e le bollette si accumulano: se consegno al mio editore il lavoro finito in orario (ancora 5000 parole questa settimana – due capitoli), allora mi comprerò un ebook da 4 euro, per ricompensarmi di un lavoro ben fatto,  e mi regalerò due ore e una tazza di te per leggerlo, quell’ebook.
E il bello di queste autoricompense è che rimuovono completamente tutti gli altri dal quadro. Riguardano solo chi scrive, lo mettono in competizione solo con se stesso, gli impongono un confronto solo col suo passato.
Perché tutte le altre gratificazioni sono effimere.

Ma allora, tornando alla domanda di partenza, Perché scrivere cose difficili da vendere?
Perché scrivere cose facili da vendere mi renderebbe molto popolare per 48 ore, ma poi brucerebbe la mia creatività, mi renderebbe infelice, mi porterebbe allo stesso livello di persone che disprezzo.
Non sarebbe, in altre parole, un sistema sostenibile.
Il che, naturalmente, è una implicita ammissione di sconfitta – quale che sia la scelta, si tratta di un vicolo cieco.

Autore: Davide Mana

Paleontologist. By day, researcher, teacher and ecological statistics guru. By night, pulp fantasy author-publisher, translator and blogger. In the spare time, Orientalist Anonymous, guerilla cook.

9 thoughts on “Il sistema di ricompense sbagliato

  1. Solo un’osservazione su una curiosità che ho da un po’: perché siete tutti rinchiusi in cella nel blocco C?🙂

  2. In parte ci sono passata in tutto questo. Per un periodo ho fatto l’articolista di argomenti vari e mi pagavano anche! Molto poco…ho resistito un anno, alla fine avevo la creatività distrutta a fronte di pochissimo guadagno se non attestati di stima e un pò di “mestiere” in più. Poi ho capito che si potersi pagare le bollette con la scrittura è fighissimo ma non se devi “vendere l’anima” per così dire. Alla fine ho scelto di scrivere copioni di cene con delitto con cui ho guadagnato infinitamente di meno ma mi sono divertita immensamente di più!

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