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I rovinafantasmi

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1940.
Per Mary Carter, le cose stanno prendendo una piega decisamente positiva: la morte improvvisa di uno zio l’ha lasciata unica erede di una vasta proprietà a Cuba. Un’isola intera, Black Island, con l’annesso Castillo Maldito.
Intanto, Lawrence L. Lawrence, che conduce una trasmissione radiofonica nella quale si diverte a sbeffeggiare i gangster, va una volta di troppo contropelo a un boss particolarmente vendicativo.

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È il 1940, e la Paramount, nella parole di uno dei recensori dell’epoca, trova la formula magica per far contorcere gli spettatori dalle risate, e al contempo terrorizzarli a morte.

E il pubblico pare gradire – The Ghost Breakers1, di George Marshall, è un successo stratosferico.

In realtà, la formula casomai l’avevano trovata, nel lontano 1909, due gentiluomini chiamati Paul Dickey e Charles W. Goddard. La loro commedia The Ghost Breaker aveva tenuto cartellone per settantadue repliche, ne avevano fatto un romanzo nel 1915, ed era poi stata trasformata in non uno, ma due film muti2.
Stiamo quindi parlando di un remake – e io me li immagino i fan che si strappano i capelli, perché il nuovo film sonoro non sarà mai all’altezza dell’originale muto, e Hollywood sta rovinando la loro infanzia.

Ma bando alle polemiche.

In effetti il critico del New York Times aveva ugualmente ragione, a parlare di una formula – nel 1939, Paramount aveva sbancato i botteghini con un altro horror comico – The Cat and the Canary, un proto-slasher comico ancora una volta basato su una commedia di successo.

Bob Hope e Paulette Goddard avevano interpretato The Cat and the Canary, e vennero quindi richiamati in servizio per la nuova pellicola.

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Ora, la trama in breve.
In fuga dai gangster e sospettato di omicidio, Lawrence (Hope) finisce in uno dei bauli di Mary (Goddard), e si ritrova così imbarcato sul vapore diretto a Cuba.
Quando scopre che parecchi personaggi poco gradevoli stanno ronzando attorno all’ereditiera, Lawrence si spaccia per “ghost breaker”…

Ha mai sentito l’espressione rovinafamiglie? Beh, io sono un rovinafantasmi.

… e, con il proprio domestico Alex (Willie Best, del quale parleremo in seguito) si aggrega alla spedizione verso il Castello Maledetto.

Intrighi, omicidi, spettri, uno zombie, la vita notturna a Cuba… il tutto, in 83 minuti netti.
Ah, i bei tempi di Hollywood.

Rivisto a quasi ottant’anni di distanza, The Ghost Breakers (che in Italia venne intitolato La Donna e lo Spettro) è ancora una pellicola notevole.
Per il look, prima di tutto, per i set sontuosissimi, e i costumi meravigliosi, e per la fotografia, che richiama, nel gioco delle luci e nel taglio delle inquadrature, il noir.
E non è un caso – il regista Marshall, all’epoca noto per le sue commedie, avrebbe successivamente diretto il classico The Blue Dahlia (1946), uno dei primi veri noir, con Alann Ladd e Veronica Lake.

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Poi per il cast.
Paulette Goddard, anni dopo essere stata scoperta da Chaplin, è di una bellezza che fa quasi male, e recita con una naturalezza incredibile. È bella, è straordinariamente “normale” (niente arie da fatalona, niente bamboleggiamenti) e interpreta un personaggio che si distacca da molti cliché del genere (è quasi una eroina da screwball comedy).

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Bob Hope è forse al suo meglio. Ed è vero – non fa ridere, ma bisogna concedere le attenuanti per l’età della pellicola: i due terzi delle battute richiederebbero delle note a pié pagina, i riferimenti culturali ormai perduti.
Però, a differenza di altre pellicole, qui Bob Hope non è mortalmente antipatico come al solito – sarà forse dovuto al fatto che per una volta gli viene offerto il ruolo dell’eroe intelligente (per quanto terrorizzato), e non dello sciocco vigliacco. Hope apparentemente si disse entusiasta della parte, e si vede che ci si sta mettendo d’impegno.

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E poi i comprimari.
C’è Anthony Quinn (!!), giovanissimo, in un doppio ruolo, giovane ed elegante gentiluomo cubano e vittima del presunto omicidio commesso da Hope.
E c’è Paul Lukas, caratterista di lusso in un ruolo viscidissimo ed inquietante.
Ma su tutti torreggia come un gigante il venticinquenne Willie Best, nel ruolo del domestico di colore Alex.
5741525_126673060064Il caso di Best merita di essere approfondito – in un’epoca in cui agli attori di colore venivano offerte parti orribili, da sciocchi burini o da camerieri infingardi, Best si dimostrò dotato di tali doti mimiche e di tali tempi comici da nobilitare anche quei ruoli. Tanto che Best fu uno dei pochi, pochissimi attori di colore dell’epoca ad avere il proprio nome nei titoli, e ad interpretare personaggi con un nome, e con un ruolo scritto ben definito, ritagliato sulle capacità dell’interprete. Fece 124 film, e comparve nei credits di 77 di questi. Willie Best, in altre parole, era maledettamente in gamba, e a Hollywood lo sapevano.
In The Ghost Breakers, Best non si limita ad essere la spalla di Hope, ma in molte scene i ruoli si invertono, ed è Bob Hope a fornire l’attacco per le battute di Best.

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Poi, un arresto per droga, qualche particina in TV, e il cancro, che lo portò alla tomba nel 1962, all’età di 45 anni.
E poi il disprezzo – perché aveva accettato quelle parti politicamente scorrette, perché si era venduto. Perché aveva fatto la parte del servo quando all’epoca quello ere il ruolo riservato alla maggioranza delle persone di colore. Best stesso, in effetti, era stato davvero un domestico e un autista prima di darsi al teatro e successivamente al cinema.

Ed di fatto, se vi dovesse capitare di inciampare su The Ghost Breakers, potreste anche imbattervi in un avvertimento – che il film che state per vedere è politicamente scorretto ed offensivo, e non adatto ai bambini. Se non è scomparso dal mercato dei DVD è probabilmente per la popolarità di Hope e Goddard.
Persino nei testi sacri sul cinema dell’orrore, dove viene giustamente citato come esempio di horror comedy, il film viene stigmatizzato perché, in effetti, riflette i pregiudizi dell’epoca in cui venne girato.
Come siamo diventati impietosi nei confronti dei peccati dei nostri nonni, vero?

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Però vale la pena vederlo – e non credo che un paio di battute sul pollo fritto o il falso accento dixie di Alex/Best, o l’impressione che tutti i cubani siano doppiogiochisti e mentitori che praticano il vudù, lasceranno profonde cicatrici sulla psiche degli spettatori.
Potrebbe invece avere un effetto benefico vedere un bel film, fatto con un budget relativamente ridotto, da un cast di solidissimi professionisti davanti e dietro la macchina da presa.

C’è anche un piccolo mistero, relativo al film – un personaggio che compare per i tre quarti della pellicola, e pare avere un ruolo centrale, salvo poi scomparire inopinatamente nel finale, probabilmente vittima di un taglio – e dovuto a cosa, probabilmente, non lo sapremo mai.

Avrebbe potuto essere, col precedente The Cat and the Canary, l’avvio di un filone vincente per la Paramount. Poi, nel 1941, con l’entrata in guerra degli Stati Uniti, il cinema si rivolse altrove per cercare le proprie trame.
Alla fine a guadagnarci fu, come al solito, la Disney – che usò i temi e il look dei due film della Paramount per creare la propria attrazione della Casa Infestata.
Da cui poi venne tratto un film, che faceva abbastanza schifo, tutto considerato.

Ci fecero anche un remake, di The Ghost Breakers, con Dean Martin e Jerry Lewis, negli anni ’50. Anche in quel caso nessuno pianse su internet perché le sue memorie infantili venivano brutalizzate.
Il film di Martin & Lewis si intitola Scared Stiff e fa molto ridere – probabilmente più che l’originale… ok, più del remake del 40.
Ma non c’è Paulette Goddard, non c’è Willie Best.


  1. titolo interessante, non trovate? Se io dovessi fare un film comico coi fantasmi… 
  2. entrambi risultano purtroppo perduti. 

Autore: Davide Mana

Paleontologist. By day, researcher, teacher and ecological statistics guru. By night, pulp fantasy author-publisher, translator and blogger. In the spare time, Orientalist Anonymous, guerilla cook.

4 thoughts on “I rovinafantasmi

  1. Questi post alimentano in me l’interesse per la Hollywood che fu, diciamo quella in epoca pre-New Hollywood. Una vasta miniera di film, della quale so pochissimo. Grazie del post!

    Ps: sapresti per caso suggerire qualche libro sull’età d’oro di Hollywod?

    • Per quel che mi riguarda, due dei migliori libri sulla Hollywood degli anni d’oro li scrisse a suo tempo David Niven – il primo, più strettamente autobiografico, è The Moon’s a Balloon (in Italia, La Luna è un Pallone… mi pare pubblicato a suo tempo da Sperling) e il secondo, una collezione di aneddoti sugli studios e su attori/registi/produttori, si intitola Bring on the Empty Horses, e credo non sia mai stato tradotto.
      Altrimenti esistono un sacco di filmografie, ma così a memoria non saprei suggerire un titolo.

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