strategie evolutive

ciò che non ci uccide ci lascia storpi e sanguinanti

Una volta non era così…

29 commenti

Qualche giorno addietro, facendo un po’ di zapping selvaggio, sono inciampato su una intervista a un noto filosofo, che mi ha dipinto un quadro abbastanza agghiacciante del mondo contemporaneo, nel quale “la tecnica” è diventata l’unico scopo del genere umano, con l’uomo ormai inerme davanti alla tecnologia che va al di là delle sue capacità di comprensione.

“Noi usiamo questi telefonini, abbiamo la competenza di metterci le mani? No. Abbiamo già degli strumenti che oltrepassano il nostro sapere.”

Sono discorsi che in me destano sempre una certa ilarità, che poi di solito scivola in una rabbia feroce.
Il filosofo in TV è poi andato avanti a spiegare che la scienza è finalizzata alla manipolazione della realtà.
A quel punto ho semplicemente cambiato canale.
Ma ora ci faccio un pork chop express, così, sulle cose che oltrepasano il nostro sapere.
Perché vedete,  passano forse 48 ore, e Facebook – sorta di oracolo tecnologico – mi passa uno status di un contatto americano

“Un uomo che su un pianeta come la Terra guarda all’universo e pretende di comprenderne i meccanismi è come un topo che si convinca di sapere tutto sui campi di grano standosene chiuso in un armadio dove ruba le briciole.”

Hey guys, there's more!

Ed è vero – un topo chiuso in un armadio non potrà mai fare discorsi coerenti sulla prateria là fuori, dove non è mai stato.
A meno che non abbia un radiotelescopio, naturalmente.
E che non possa confrontare e integrare le proprie osservazioni con quelle di trenta generazioni di altri prima di lui, ciascuno dei quali ha osservato, raccolto dati, formulato ipotesi. Magari anche uscendo dall’armadio, o creando strumenti per sfuggire in qualche modo a quello stato di cose.
Un telescopio, una sonda.

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Il secondo discorso, insomma, quello del topo, è un discorso che nega la civiltà – che è anche (per non dire soprattutto), la trasmissione di un corpo di conoscenze attraverso i secoli, in barba alla mortalità umana.

I fautori della teoria del piccolo uomo perduto in un universo incomprensibile e dotato di mezzi inadeguati si scordano che nessun uomo è solo nel confrontarsi con l’ignoto.
Oh, certo, apprezzo il discorso dell’uomo solo sulla sua piccola isola d’ignoranza del buon vecchio H.P. Lovecraft – ma lo apprezzo come motore per scrivere narrativa sovrannaturale, non come filosofia di vita.
Noi abbiamo ereditato i risultati dei nostri antenati – le loro scoperte, le loro ipotesi, i loro errori, importanti anche quelli.
I loro strumenti.
Fin da quando il primo di noi ha alzato gli occhi verso il cielo, di notte, e la meraviglia per quelle luci ha per un attimo cancellato la paura di venire sbranato da qualche bestia anidata nelle tenebre.
Uno solo di noi.
Perché il bello – ma anche forse l’origine del problema – è che, affinché avvenga questa propagazione della conoscenza attraverso le generazioni non è necessario che tutti quanti ci si dedichino: basta una piccola percentuale di scienziati ed esploratori, per creae un corpus di conoscenze sulle quali costruire, generazione dopo generazione.

Il che ci porta alla questione del primo discorso, la tecnologia che ha sopravanzato le nostre competenze.

“Una volta non era così…”

Davvero?
Quando?

picoIn termini molto spannometrici, si dice di solito che è dal quindicesimo secolo, l’epoca di Pico della Mirandola, che è impossibile per una persona possedere l’intero scibile umano.
L’uomo del rinascimento è l’ultimo a poter sapere tutto – dopo, le materie e gli argomenti diventano troppi.
Leonardo da Vinci è probabilmente l’ultimo scienziato “totale”.
E chissà, forse messo alle strette Leonardo avrebbe potuto costruire da zero un mulino ad acqua, o una caravella1… diciamo l’hi-tech dell’epoca.
Forse.
E tuttavia parliamo di individui eccezionali.
Il 99% della popolazione del quindicesimo secolo non possedeva le competenze per creare dal nulla la tecnologia dell’epoca.

“Una volta non era così…”

E mi domando quanti cittadini romani, in epoca imperiale o repubblicana, fate voi, sarebbero stati in grado di creare da zero un acquedotto o una rete fognaria.
O di costruire una biga.
O una trireme.
Erano strumenti che oltrepassavano il loro sapere.

“Una volta non era così…”

Sappiamo, per certo, che non tutti gli antichi egizi erano in grado di progettare e realizzare una piramide – esistevano degli architetti, una piccola elite che controllava quelle tecnologie, quelle competenze.
Il resto della popolazione no – usavano strumenti che oltrepassavano il loro sapere.

“Una volta non era così…”

neolithic hand axeSappiamo che nel neolitico esistevano in Europa e in medio oriente dei “centri industriali” nei quali si producevano a scopo di scambio punte di freccia e strumenti di selce scheggiata.
Creare un utensile di pietra scheggiata non è un giochetto da Giovani Marmotte – richiede una competenza approfondita e una lunga pratica e una straordinaria coordinazione.
Appare assai probabile, dati all amano, che il linguaggio sia nato come strumento necessario per trasmettere proprio quelle istruzioni che avrebbero permesso di creare asce di selce.
È ragionevole affermare perciò che nel neolitico chiunque sarebbe stato in grado di scheggiare un pezzo di selce, ma solo pochi fossero in grado di ricavarne un’ascia.

“Una volta non era così…”

Quando?
Prima che esistesse la tecnologia.
Prima che esistesse il linguaggio.

“Ci fu un tempo in cui la tecnologia non esiteva, ed era alla portata di tutti…”

Che colossale idiozia.
È per questo che la mia ilarità di solito si gira in furia – perché trovo assolutamente idiota che si possa provare nostalgia per quando ancora non eravamo scesi dagli alberi, e lo si possa fare in televisione, parlando in un microfono. Con l’illusione che sia esitita un’epoca in cui l’umanità era pura, e felice, e totalmente padrona dei propri strumenti.
Un’età dell’oro, perduta, e rimpiazzata dall’orrore e dallo squallore che ci circondano.
Ah, i bei vecchi tempi in cui nessuno che non sapese costruire una locomotiva poteva viaggiare in treno, e in cui solo chi sapeva cucinare magiava!

L’idea di una civiltà, di competenze condivise e accessibili a chiunque abbia voglia di accedervi, per queste persone è inimmagiabile.
Sono persone, i fautori di questa forma di pensiero, che spesso parlano di bellezza contrapposta alla conoscenza scientifica. Sono quei poveri sciocchi che sostengono che una visione scientifica del mondo ci priva della percezione della bellezza.
A questa gente, per fortuna, ha già risposto Ricahrd Feynman, tanti anni or sono.

Tecnologia alienante, scienza manipolatrice, inconoscibilità del reale, insignificanza dell’individuo…
Paiono i rantoli di una cultura moribonda, che non vuole accettare che, morta lei, la civiltà continuerà ad esistere. Magari meglio di prima.

progress-quotes-3O magari no – dipende in fondo dalle singole persone.
Chissà, tutti quanti, come un sol uomo, potrebbero decidere di voltare le spalle alla ragione ed al progresso e tornare ad un pensiero magico, spaventati di tutto, incerti perché cittadini di un universo aleatorio e fondato sull’incertezza, dominato da regole arbitrarie la cui comprensione e applicazione è riservata a pochi2.
Se tutti, insomma, scegliessero l’ignoranza, i bei vecchi tempi in cui chiunque, forse, avrebbe potuto costruirsi un’ascia di selce – o anche no.
Potrebbe succedere.
E non è certo predicando il fatto che non esista altra soluzione che il regresso nella barbarie,  che questo rischio si potrà evitare.


  1. ma siamo poi sicuri? Costruire un mulino significa trovare la pietra, cavala,. squadrarla, costruie la struttura nel posto giusto, scegliere e abbattere gli alberi adatti, costruire l’impianto… crearsi gli attrezzi, i chiodi e i cavicchi… davvero Leonardo ci sarebbe riuscito? 
  2. che è poi lo spauracchio che costoro agitano – l’inaccessibilità delle conoscenze; con la piccola differnza che nel mondo moderno chiunque voglia può imparare ciò che gli pare, ai vecchi tempi chi violava i segreti corporativi e di gilda veniva accoppato. 

Autore: Davide Mana

Paleontologist. By day, researcher, teacher and ecological statistics guru. By night, pulp fantasy author-publisher, translator and blogger. In the spare time, Orientalist Anonymous, guerilla cook.

29 thoughts on “Una volta non era così…

  1. Mi fa pensare agli sport nazionali degli ultimi tempi: Sparare a zero su medici e sanità, mettere morbosamente in dubbio ogni cosa vedendoci il complotto, quasi consolarsi con l’idea che non si è mai stati sulla luna… Poi saltano fuori questi filosofi e quelli di cui sopra a inneggiarli ma solo perché dicono qualcosa che soddisfa il loro strisciante nichilismo… E ancora mi chiedo quanti possiedono una formazione filosofica sufficiente a comprendere e ribattere alle affermazioni di prima… Parafrasando Anna Frank, siamo fastelli di contraddizioni

  2. Tutto sommato sono d’accordo. Per lavoro (tengo corso di formazione per insegnanti sulla tecnologia in classe) mi scontro quotidianamente con questa idiozia retrograda.
    C’è però una discontinuità tra la tecnologia contemporanea e quella (diciamo) degli anni dal dopoguerra all’altroieri: l’opacità del mezzo fisico. Quando eravamo ragazzi e si scassa il PC, era possibile trovare un amico smanettone che sapesse come metterci le mani, uguale per il motorino, la lavastoviglie o che so io. Gli schermi contemporanei invece sono opachi a questo genere di indagine. Hai mai provato ad aprire un iphone? O a cercare di sistemare il computer di navigazione di una macchina? C’è stato un cambiamento, e posso capire che chi arrancava decreto per mettersi in pari con la tecnologia degli anni novanta, oggi si senta doppiamente escluso. Triste che sia un filosofo (o un insegnate), ma se ci si pensa un attimo, inevitabile.

    • Concordo, le tecnologie di ampioconsumo sono diventate opache – chiaramente una strategia di mercato.
      E tuttavia non è che il funzionamento di un iphone o di una centralina per automobile sia a tal punto esoterico da essere impenetrabile.
      Richiede più fatica e più lavoro, ma non è qualcosa che vada al di là dell’umana comprensione.
      In effetti, c’è chi apre bottega per riparare smartphone, in questi tempi di crisi…
      Il fatto che io non sappia farlo, insomma, non significa che sia al di là delle capacità di cxomprensione dell’intera specie – che invece era ciò che sosteneva quel signore in TV.

    • Ma oggi l’amico smanettone si compra un Raspberry PI da 5 dollari, uno schermo (e qui cambia poco, il vecchi tubo catodico non lo riparavi già da un po`) e un chip GPS con design open source e se lo costruisce il computer di navigazione. Al giorno d’oggi puoi scegliere quanto puoi mettere le mani nella tecnologia, puoi comprare un libro di elettronica e un qualcunque numero di :Make: e fare cose che prima richiedevano un corso di laurea (o quasi). La tecnologia è accessibile come mai prima d’ora, solo che siamo pigri.

      • Indubbiamente – o meglio ancora, ci hanno insegnato e ci stanno insegnando che pigri è bello.

        • Che è una cosa che sta atechendo solo in parte.

          Da un lato abbiamo molte persone che non sanno come funziona l’ambientazione in cui vivono (e che francamente avrebbe bisogno di una revisione) ne sono interessati a colmare questa lacuna.

          Dall’altra abbiamo tutto il movimento dei maker, che sono come gli smanettoni di una volta ma più sociali, organizzati e aperti, e che hanno alimentano cose come Arduino o Raspberry (solo per citare i nomi più famosi).

  3. Speldido articolo!

  4. Più che di un filosofo sembra il discorso di un vecchio al bar o che guarda un cantiere di lavori pubblici. Bah….

  5. Ottimo articolo. Condiviso su FB, anche se è una teconologia opaca.

    • Grazie.
      D’altra parte, FB sarà una tecnologia opaca, ma è ampiamente dimostrato che ha trovato e sta trovando decine di applicazioni che mr Zuckerberg mai si sarebbe neanche sognato.
      Perché come diceva William Gibson (che ogni tanto ci azzeccava, una volta), “la strada ha un proprio uso per la tecnologia (che non è quello immaginato da chi la tecnologia l’ha creata)”😉

  6. Spezzo una lancia in favore di Galimberti, perché immagino che si parli di lui. Lo apprezzo, e se le sue affermazioni possono suscitare obiezioni, bene. Ma non me la sento di veder ridurre le sue affermazioni a chiacchiere da bar o addirittura nichiliste, dato che in fondo ha cercato, lui, di sollevare il problema del nichilismo strisciante nei giovani. Poi per carità, non è Platone, ma nessuno lo è. Galimberti sostiene che i centri del potere odierni, e la nostra stessa specie, hanno ceduto i loro obiettivi e la loro ragion d’essere alla tecnica, vera protagonista del nostro tempo. Allo stesso tempo, non afferma che sia colpa di un’entità disincarnata chiamata “mercato” o “tecnica”, perché “dietro nessuno c’è sempre qualcuno”. Ebbene, secondo me ci prende. Il che non implica che abbia ragione su tutta la linea, ma di sicuro ha colto un sentimento diffuso. E dovuto non solo alle paure delle vecchie generazioni incapaci di alfabetizzarsi a livello informatico. Perché, tanto per dire, allo scopo di interessarsi all’acquisizione del sapere informatico necessario a diventare lavoratori appetibili per il mercato, moltissimi membri della fascia giovane della popolazione hanno smesso di chiedersi come e perché si sia formata, l’economia di mercato. Non parlo da un’ottica marxista o marxiana, mi limito però a rilevare che stare dietro alla tecnologia, oggi, impone una corsa massacrante. Che lascia ben poco spazio a qualsivoglia riflessione in altri ambiti. E mi pare che tra i numi tutelari di questo blog ci fosse Buckaroo banzai, uno capace di fare il fisico e l’avventuriero al tempo stesso. Oggi non sarebbe più possibile. La necessità di tenersi al corrente con la società plasmata dai social media s’è pappata il resto. E se Davide ha ragione a dire che forse persino Leonardo sarebbe stato incapace di costruire un mulino da solo, è altrettanto vero che l’avanzamento tecnico ha raggiunto un tasso di crescita impensabile per l’epoca rinascimentale. Di vent’anni in vent’anni, il panorama cambia completamente. Di fronte a questa accelerazione, non me la sento di bollare le affermazioni di Galimberti come il frutto di una cultura antiscientifica.

    • Ciò che si perde,in questo discorso, è che non è necessario che io sappia fare tutto – perché sono in grado di collaborare con altri…come si diceva, al limite, attraverso il tempo.
      Se è vero che uno di noi non può sapere tutto (con la sola possibile eccezione di individui straordinari come il dottor Banzai😀 ), è comunque vero che possiamo impatrare a comunicare fra noi … perché la scienza è un metodo, ed ha un linguaggio, che è la matematica.
      Ho lavorato per anni all’insegnamento della matematica minima per mettere i naturalisti in grado di comunicare con i biochimici o i geofisici… non è una impresa impossibile.
      Affermare che tutto è improntato alla tecnica è una affermazione che lascia il tempo che trova – il concetto di “regola d’arte” non è un prodotto del ventunesimo secolo, o del ventesimo, e neanche del diciannovesimo…
      E soprattutto ciò che è, e ne resto fermamente convinto, profondamente sbagliato è vedere nel progresso la morte dello spirito umano.
      Lo spirito umano È il progresso.

  7. Galimberti è una vita che spara le stesse sciocchezze. Una specie di marchio di fabbrica. Trovo molto più pericoloso, e subdolo, un tizio come Fusaro…

  8. Ottima analisi, la tua.
    Era italiano il filosofo? Non riesco a smettere di pensare che tutto questo sia un risultato della riforma Gentile.

    Visto che i filosofi pontificano sulla tecnica io pontifico sulla filosofia, da ignorante in materia:
    Ritengo che la filosofia sia stata importante, soprattutto nell’evolvere la nostra società in un modello equo e morale. Ci ha resi coscienti di quello che siamo e delle nostre capacità e potenzialità.
    Ma ha fatto il suo lavoro, ed ormai non ne abbiamo più veramente bisogno🙂

    • Che è poi la posizione comune a molti di coloro che hanno una formazione scientifica – ora siamo noi quelli che hanno le risposte.
      E posso immaginare che per chi in passato ha avuto tanta rilevanza, ora essere il secondo violino possa scocciare.
      E sì, è un italiano🙂

  9. A) Semmai, il concetto di progresso è il marchio di fabbrica dello spirito cristiano – dato che è stato il cristianesimo a introdurre una visione escatologica della storia, derivata dall’Ebraismo. A differenza dell’Ebraismo, però il cristianesimo ha goduto di una diffusione globale – grazie anche alle grandi scoperte geografiche e al conseguente colonialismo. Non a caso, molte antiche religioni politeiste parlano di “magnus annus” “età dell’oro” ecc. ecc. e collocano la condizione di “ottimo” della specie umana all’interno di un passato mitico. Il cristianesimo, al contrario, pone questa promessa alla fine della Storia, o comunque in avanti. E la storiografia intesa come studio di una progressione costante dell’essere umano (che incontra al massimo qualche stop dovuto ad “evi oscuri”) deve parecchio al cristianesimo. Si tratta di una concezione un pochino superata, perché in realtà così si sta facendo la storia della civilizzazione occidentale – che è un’altra cosa. Non è un caso che la rivoluzione industriale nasca nel contesto del mondo cristiano, così come la rivoluzione scientifica precedente. E se qualcuno se lo stesse chiedendo, NO, con questa frase non intendo dire che “grazie al cristianesimo abbiamo la scienza”.Non sono un particolare fan di certi ambienti baciapile, che debbono esaltare la loro religione sempre e comunque. MA l’idea di progresso deriva dalla visione escatologica cristiana, quello sì.

    B) Pontificare sulla filosofia da ignoranti in materia è un controsenso, un grosso controsenso. Proprio su questo blog si disse una volta che le persone hanno diritto ad esprimere un’opinione INFORMATA, e mi pare un’affermazione di grande saggezza. Dire “non abbiamo più bisogno della filosofia” è una frase supponente. Con questo non intendo dire che la PERSONA sia supponente, io non conosco chi l’ha pronunciata (sui blog bisogna sempre stare attenti a non far partire il flame). Ma la frase in sé è supponente, questo sì. La filosofia rappresenta un corpus di studi tuttora vivo e in azione, chiamato non tanto a palesare all’uomo le proprie potenzialità, quanto a fare costante esercizio di critica. E, in tal modo, permettere la sopravvivenza del pensiero critico. Vorrei ricordare che l’uso della scienza scisso dal pensiero critico può portare a conseguenze spiacevoli..eviterò di dilungarmi sull’esempio nazista, perché immagino che sia presente a tutti. Infine, gli studi filosofici proseguono tuttora, e da “amatoriale” posso almeno dire che le riflessioni filosofiche sul concetto di privacy nel XXI secolo rappresentano un interessantissimo campo di studi. Come direbbe Davide, la filosofia sta bene e vi saluta tutti.

    PS: non sono uno studente o ex studente di filosofia, ma “liquidare” un intero campo di studi tuttora attivo come “superato” non è cosa degna di un blog che cerca di rivalutare determinate branche del sapere, o determinati settori culturali.

    • Mah, sostanzialmente la filosofia (o per lo meno una parte della filosofia) ha perso nel momento in cui ha smesso di occuparsi della scienza – che resta lo strumento cognitivo più efficiente a nostra disposizione.
      Come mi disse uno studente di filosofia nel vedermi leggere un libro di Feyerabend, “della filosofia della scienza non ce ne frega niente perché della scienza non frega niente a nessuno – la scienza è ininfluente” – e poi si mise a pontificare sul pensiero debole.

      Sul progresso come concetto di origine cristiana, è certamente vero – e mi pare di averci fatto anchge un paio di conferenze, a riguardo.
      E infatti gli scienziati non bruciano i cristiani al rogo.
      Mi risulta sia accaduto il contrario, ma certo, erano altri tempi – immagino fosse la loro forma di atteggiamento progressista😀

      Io poi resto dell’idea che la risposta cultiurale vincente sia la famosa Terza Cultura ipotizzata da Rheingold e altri – una cultura capace di cogliere gli elementi vitali sia della cultura scientifica che di quella umanistica.
      Una cultura insomma nella quale i filosofi non considerano gfgli scienziati dei meccanici presuntuosi che parlano di vile materia, e gli scienziati non considerano i filosofi palloni gonfiati che discettano del nulla.
      Ma non è facile costruire una cultura del genere, se non con un grande lavoro, appunto, culturale.
      Non per nulla sia gli scienziati che gli umanisti ci si sono imbizzarriti parecchio – perché a tutti piace essere i primi e gli unici, immagino.
      Resta il fatto che dire “l’uomo è infelice perché non sa costruirsi un telefono cellulare” è una cretinata – per lo meno è una ultrasemplificazione talmente ultra- da risultare priva di significato… ed è un atteggiamento che nega, e lo ripeto, questo era il punto del mio post, il fatto che qualunque forma di civiltà è costruita su una varietà di competenze e su una diversità di conoscenze, rese condivisibili proprio dal tessuto culturale della civiltà stessa.

    • Diciamo che Davide ha afferrato molto bene il senso del mio commento.

      Pontificare da ignoranti sulla filosofia è sbagliato? Giusto, esattamente come pontificare su qualunque cosa da ignoranti🙂 Cosa che io non faccio, ma molti sedicenti filosofi fanno.
      E la privacy è un ottimo esempio, oltretutto: un argomento molto tecnico e meno teorico di quanto si possa pensare, solo parzialmente adatto a filosofi.
      Che poi, veramente senza filosofi, nel XXI secolo, si cesserebbe di essere capaci di pensiero critico?🙂

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