strategie evolutive

ciò che non ci uccide ci lascia storpi e sanguinanti

Baby, I don’t care

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In italiano, Out of the Past venne intitolato Le Catene della Colpa – e per una volta i titolisti fecero un buon lavoro.
Il film del 1947 diretto da Jacques Turneur (quello di Cat People), e sceneggiato dsa Daniel Mainwaring con un piccolo aiuto da parte di James M. Cain è un film sulla colpa, sull’impossibilità di lasciarsi il passato alle spalle. In questo senso il titolo italiano è più esattamente descrittivo – mentre il titolo in inglese gioca su un fraintendimento ironico: dal passato non si viene fuori, per lo meno non in questo film.

outofthepast

Difficile riassumere la trama senza spoilerare esageratamente.
Il detective Jeff Markham (Robert Mitchum) commette l’errore di innamorarsi della donna che è stato incaricato di ritrovare (Jane Greer), e rimane invischiato in un complicato doppiogioco, un intrigo fatto di soldi e ricatti, e cadaveri.

E conviene mettere subito bene in chiaro che Out of the Past è un noir – non noir nel senso di è un poliziesco qualsiasi ma noi ci diamo arie intellettuali e lo chiamiamo noir.
No, questo è come la Coca Cola – the real thing.
È un noir perché contiene, riassume e compandia tutti gli elementi centrali del genere – dall’eroe vittima delle proprie debolezze alla famme fatale bella e pericolosa e amorale, al cattivo opportunamente psicotico e terrificante (un Kirk Douglas indimenticabile).

Whit Sterling: My feelings? About ten years ago, I hid them somewhere and haven’t been able to find them.

Qui non si tratta di capire chi abbia commesso il crimine, non si tratta di rassicurare il pubblico riguardo al ripristino delle regole momentaneamente sorprese – quelli sono i tratti del giallo, del poliziesco, e questo non è un giallo.
Questo è un noir, e di rassicurante non c’è assolutamente nulla.

out of the past

Ed è, oltretutto, un noir d’autore.
Si può studiare scena per scena, per cogliere i trucchi e gli espedienti messi in gioco da Tourneur per costruire qualcosa che vada al di là della somma delle sue parti.

Il film si apre con una serie di immagini idilliache, la Sierra Nevada che era già stata l’ambientazione di High Sierra nel 1941.
Ma le immagini da cartolina assumono un taglio inquietante con l’arrivo dell’uomo in nero che cerca Jeff, e la cui presenza minacciosa segnala l’avvio di quello che è, a tutti gli effetti, un incubo, in buona parte narrato in forma di flashback.
Se Jeff sperava di essersi lasciato il passato alle spalle, è subito chiaro che il passato non intende lasciarlo andare.
Il senso di minaccia è ben chiaro nella scena “buttata via” della caffetteria – che in un colpo solo introduce il protagonista ancora fuori scena, costruisce unconflitto che vedremo entrare in gioco solo alla fine del film, e ci presenta il volto pettegolo e spiacevole dell’altrimenti idilliaca cittadina fra i monti. E l’uomo in nero.

Tourneur riesce a giocare coi colori nonostante questo sia un film in bianco e nero – e anzi, si dimostra un colosso del bianco e nero, confermando il lavoro fatto in Cat People.
Tourneur lavorava a stretto contatto con i tecnici delle luci, i set designer e il guardaroba – la scelta dei costumi di Jane Greer è sintomatica, e accompagna il personaggio nella sua evoluzione da giovane donna in pericolo (e vestita di bianco) a bieca manipolatrice e fredda assassina (in nero).
Un espediente semplice, ma gestito con tale eleganza che non ce ne accorgiamo a livello cosciente – è quasi subliminale.

Jane Greer in Out of the Past 1947 (5)

Dicono che Bogart volesse la parte di Jeff. O che non la volesse. Le voci sono discordi a riguardo.
Dopo Bogart, la RKO interpellò John Garfield e Dick Powell, ma entrambi diedero picche. Perciò chiamarono Mitchum.
Ed è difficile, in retrospettiva, riuscire a immaginare un altro attore nel ruolo di Jeff – Mitchum trasmette la fondamentale debolezza del personaggio in un modo unico. Eppure Jeff è un individuo competente e pieno di risorse, che dimostra ampiamente le proprie capacità prima di cascare vittima del fascino della donna che è stato incaricato di rintracciare.

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Sul set, pare, il casuale e ingannevolmente poco professionale Mitchum fece scintille quando messo a confronto con Douglas – che aveva una diversa impostazione e tendeva a rubare la scena.
I due fecero di tutti per mettersi reciprocamente in difficoltà, finché il regista non decise di strapazzarli. Ma la tensione rimane, e si percepisce – così come si percepisce l’atteggiamento protettivo di Mitchum nei confronti della giovane e frastornata Greer, e l’atteggiamento aggressivo di Douglas (che schiaffeggiò davvero l’attrice in una scena, e in un’altra l’afferrò con abbastanza forza da lasciarle i lividi).

Contrariamente alla tradizione RKO, Out of the past è un noir ma non è un B movie – a Tourneur venne assegnato un budget di serie A.
Il film si sposta quindi dalla Sierra ad Acapulco, passando per San Francisco.

Jane Greer riesce a giocare molto bene con un personaggio che – per lo meno agli occhi di Jeff, e con lui dello spettatore – subisce una progressiva trasformazione. Che riesca a risultare convincente con una recitazione tutta portata a sottrarre dal personaggio è un segno della sua versatilità come interprete.

Come abbiamo detto, non c’è via di uscita da Out of the Past – il precipizio nel quale stanno per precipitare tutti i protagonisti è chiaro fin dall’apertura. C’è un senso di ineluttabilità che rende soffocanti anche le scene sulle spiagge di Acapulco.
Sappiamo che non potrà che finir male, ma ci illudiamo che possa esistere una soluzione.
La soluzione non c’è. E probabilmente a Jeff non importa.

Kathie Moffat: I didn’t know what I was doing. I, I didn’t know anything except how much I hated him. But I didn’t take anything. I didn’t, Jeff. Don’t you believe me?
Jeff Bailey: Baby, I don’t care.

Perché, lo ribadiamo, questo è un noir, e quindi davvero non ha importanza – perché se la vita è alla fine una trappola e comunque vada andrà malissimo, allora forse le gioie passeggere ed effimere, gli inganni ai quali accettiamo di credere, rendono comunque la partita degna di essere giocata.
Se comunque non possiamo vincere, posiamo almeno provare a divertirci finché riusciamo.

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Out of the Past è stato segnalato come uno dei 1001 film da vedere prima di morire.
È in effetti indispensabile.
E se vi interesa, se ne trova una copia eccellente sull’Internet Archive.
Ne fecero anche un remake, nel 1984 – e io lo vidi al cinema, ed ha una sua importanza nel’economia delle cose, qui su strategie evolutive.
Avete presente, vero, la storia dei remake e di Hollywood che non ha fantasia, e che rovina la nostra infanzia rifacendo i classici…
Ma ne riparleremo.

Autore: Davide Mana

Paleontologist. By day, researcher, teacher and ecological statistics guru. By night, pulp fantasy author-publisher, translator and blogger. In the spare time, Orientalist Anonymous, guerilla cook.

3 thoughts on “Baby, I don’t care

  1. Ma dove le trovi, Davide, tutte queste notizie sui film? “Out Of The Past” lo vidi la scorsa estate in una mia sorta di maratona noir. Ogni particolare è perfetto, pensiamo solo alle scene inziali, quando per esempio l’uomo in nero lancia i fiammiferi accesi sul ragazzo dell’ officina per farsi notare. Da quell’ inquadratura si capisce che non è un noir qualsiasi. Sempre bello rivederlo. E mitico Kirk Douglas, classe 1916.

  2. Pingback: You’re not going to control us forever. | strategie evolutive

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