strategie evolutive

ciò che non ci uccide ci lascia storpi e sanguinanti

Da Pao a Babele

11 commenti

Si parlava, l’altro giorno, qui nel Blocco C, durante l’ora d’aria, di linguistica generale.
Sì, siamo un carcere di una certa levatura culturale.
A dire il vero il discorso ruotava attorno al solito Orwell e la sua neolingua

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Ma ci arriveremo, passando per vie molto traverse.
Perché, a dire il vero, io a Orwell preferisco Jack Vance.
O Samuel R. Delany.
E non sto citando due nomi a caso.

17649Nel 1958, Jack Vance scrisse un romanzo intitolato The Languages of Pao.
L’idea al cuore del romanzo era che la linguistica venisse utilizzata per plasmare la cultura di un popolo, sostanzialmente trasformandone la natura.

Il tutto è basato su una cosa molto seria che fanno i linguisti, e che si chiama Ipotesi Sapir-Whorf1, e che dice più o meno che il linguaggio che noi parliamo, la struttura e la grammatica, costruiscono la nostra percezione della realtà e la nostra coscienza.

Babel-17Otto anni dopo Pao, Samuel R. Delany vinse unHugo e unNebula con un romanzo intitolato Babel-17, che va a riprendere le teorie di Sapir e Whorf, e immagina uno scenario in cui unnuovo linguaggio (il Babel-17 del titolo) non solo permette una più profonda e intima percezione della realtà, ma di fatto è un’arma da guerra, capace di generare una psicologia schizoide in coloro che lo apprendono, e programmando un innato istinto all’auto-sabotaggio.

Entrambi i romanzi sono stati variamente tradotti anche in italiano, e vale la pena leggerli.
Vale la pena leggerli.

E io da qualche giorno ci penso.
Da quando mi è capitato sott’occhio questo…

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Ho risposto a un annuncio di lavoro, vedete.
Consulenti per l’energia.
Io ci ho fatto il dottorato sull’energia.
Ma loro cercavano agenti di vendita.
Come dite?
Lì c’è scritto che non cercano agenti di vendita, ma personal trainer dell’energia?
E allora come spiegare questo…

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Come, “una buona esperienza comerciale”?

E poi c’è il fatto che i personal trainer verranno regolarmente inquadrati in ENASARCO – che per chi non lo sapesse è Ente Nazionale di ASistenza degli Agenti e Rappresentanti di COmmercio.
Io la conosco – mio padre è stato iscritto per una vita, e anch’io versavo i contributi quando facevo il venditore di auto usate ai tempi dell’università.

Allora vedete, è neolingua.
È Paonese, è Babel-17.
Perché se dico agente di commercio lo vediamo tutti subito – giacca stretta2, cravatta anche ad agosto, a girare con il catalogo in cerca di clienti.
Un lavoro orribile.
Mentre personal trainer suona figo3.
Non contiene nulla che ricordi anche solo alla lontana la vendita – noi ci sentiamo fighi, e il cliente abbassa la guardia.
Mica sono lì per vendere. Sono un personal trainer.

Negli stessi giorni in cui scoprivo cosa fa un personal trainer dell’energia4 ho anche scoperto che addetto alla telefonia significa procacciatore d’affari per la vendita porta a porta di SIMM card.
E virtual assistant invece è quello che fa cold calling – che vi chiama all’ora di cena a nome di un’azienda, per cercare di fissare un appuntamento per un personal trainer… o qualcuno che è addetto alla telefonia.

Sono nomi accattivanti usati per mascherare lavori francamente brutti, mal pagati e ancora strutturati sulla base di parametri che non funzionano più da almeno mezzo secolo.
Sono lavori avvilenti e con un ritorno minimo per l’azienda – ma essendo pagati pochissimo, all’azienda comunque conviene.

Il fatto è che se vi guardate attorno, vi accorgerete che quest’opera di mascheramento è diffusa – non un linguaggio che descrive più a fondo e intimamente la realtà, come Babel-17, ma un linguaggio che porta chi lo usa ad auto-sabotarsi… come Babel-17.
Tutte le volte che un piatto di spaghetti ci viene presentato come un’esperienza stiamo usando il linguaggio inmaniera fuorviante per mascherare la realtà.
Qualcuno sta tirando a fregarci.

Un po’ come quando cambiano nome ai partiti politici.
Ma non parliamo di politica…
Per mie vicissitudini personali ormai note, lo sto notando con prepotenza nel mondo del lavoro-
Prima lo vedevo in ambito letterario – quelli che chiamano i polizieschi noir e la fantascienza speculative fiction.
Ed è curioso, perché è una questione sulla quale le mie due attività principali – la scienza e la scrittura – coincidono: le parole sono strumenti precisi e vanno usati con cura e attenzione.
Nel momento in cui si cominciano ad usare le parole per offuscare il reale anziché per descriverlo, qualcuno tira a fregarci.


  1. no,non quello di Star Trek… questo c’ha l’acca. 
  2. per non poter incrociare le braccia, che segnala chiusura e raffredda il cliente. 
  3. l’altro elemento sostanzialmente inquietante, naturalmente, è che siamo in presenza di una azienda che fa marketing interno – usa cioè delle tecniche di vendita per vendere se stessa ai propri dipendenti. Questo è un pessimo segnale. 
  4. gira col catalogo, di cliente in cliente, indossando unagiacca stretta e la cravatta anche ad agosto. 

Autore: Davide Mana

Paleontologist. By day, researcher, teacher and ecological statistics guru. By night, pulp fantasy author-publisher, translator and blogger. In the spare time, Orientalist Anonymous, guerilla cook.

11 thoughts on “Da Pao a Babele

  1. Credo di sapere quasi a memoria Babel 17 (tradizione di Galassia) e forse mi è anche servito , ma il linguaggio di Pao mi manca. Lo cercherò. Grazi!

  2. Argh…Eera traduzione, scusa.

  3. Roccia, hai appena guadagnato un paio di punti simpatia, con George Carlin. (Probabilmente Dio il venerdì sera si traveste e scende all’inferno, che Bill Hicks e George Carlin hanno un palco di stand up fisso…)
    Il linguaggio, si sa, é stato sempre uno strumento multiuso. Qualche secolo fa ci si poteva basare sul fatto che la plebe non sarebbe riuscita a decifrare le clausole scritte in piccolo, ora che (analfabetismo di ritorno a parte) tutti sanno più o meno leggere, l’inghippo sta nello scegliere un contenitore sbrilluccicoso per un contenuto putrido. Per fare in modo che ciò sia plausibile ed accettato, bisogna fare in modo che al potenziale fruitore non venga mai in mente di aprirla, la scatola. Ed ecco verificata la tua ipotesi.

  4. L’uso dell’inglese per tirare a fregare la gente va di pari passo con il sostanziale analfabetismo della maggioranza della popolazione italiana. Nel 1600 si usava lo spagnolo – ce lo ricorda addirittura Manzoni – mentre nel 2000 si usa un inglese insieme zoppicante e vago, adatto a farci ingoiare locuzioni come “rappresentante a zero fisso” e “telefonista spaccaballe e malpagato che tira a fottere i vecchietti”. Inevitabile continui, a noi italiani piace essere fregati con stile. Se poi teniamo conto che l’esempio viene dall’alto… avete presente l’inglese di Renzi?

  5. L’ha ribloggato su Iho's Chroniclese ha commentato:
    Mi ritrovo abbastanza sull’idea che il linguaggio che parliamo influenza la percezione della realtà e vice versa. E’ stato un approfondimento molto interessante da leggere.

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