strategie evolutive

ciò che non ci uccide ci lascia storpi e sanguinanti

Rembrandt e Lao Tsu in bicicletta

10 commenti

Parliamo di Rembrandt, vi va?1

Un paiodi giorni addietro sono stato coinvolto in una curiosa discussione a causa di questa foto (e relativa didascalia).

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Albert Einstein: “Temo il giorno in cui la tecnologia andrà oltre la nostra umanità: il mondo sarà popolato allora da una generazione di idioti”.

NON SARA’ CHE QUEL GIORNO E’ ARRIVATO ?

Non so se quel giorno sia arrivato, perché questa foto non rappresenta ciò che chi la sta usando vuole che rappresenti e quindi forse no, il significato è esattamente l’opposto: l’umanità sta bene e vi saluta tutti.

I ragazzini e le ragazzine nella foto stanno usando dei tablet per accedere al materiale documentario reso disponibile dal museo, per documentarsi sul dipinto di Rembrandt.
C’è quindi un cortocircuito: la foto non è una dimostrazione di quanto i giovani scapestrati siano disinteressati all’arte, troppo presi dalla propria attività sui social, ma casomai proprio il contrario. La tecnologia non li sta distraendo, li sta aiutando ad approfondire ciò che hanno appena contemplato.
Bello liscio.

Ma allora perché ci cascano in tanti, e si mettono a piangere e a dire che sì, Albert Einstein aveva ragione, e dove andremo a finire, signora mia…?

È un po’ come se io vi mostrassi questa foto, con questa didascalia…

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Walt Whitman: “Nulla potrà mai sostituire il piacere di camminare nella natura. La sensazione della terra sotto ai piedi nudi è parte di ciò che ci rende umani.”

PROPRIO VERO. LE BICICLETTE CI RUBANO L’ANIMA !!

Quanti si metterebbero a piangere per il fatto che sempre più famiglie preferiscono spostarsi in bici anziché camminare come nei bei vecchi tempi? Quanti leggerebbero nella popolarità delle biciclette il primo passo in un futuro in cui l’umanità avrà le ruote, e non potrà più giocare a pallone?
Pochi.
Pochi perché la bicicletta è qualcosa con cui TUTTi siamo cresciuti, mentre i tablet sono una novità.
E forse la mia falsa citazione di Whitman è palesemente molto più fasulla di quella, altrettanto fasulla, di Einstein poco più sopra.

C’è qualcosa – un costrutto intellettuale, un meme, un virus nella nostra civiltà occidentale, che ci porta a pensare automaticamente il peggio di qualunque cosa coinvolga persone più giovani di noi e tecnologie che non siano quelle con le quali siamo cresciuti.
È questo strano, romantico mito dell’età dell’oro, dei bei vecchi tempi, in cui la vita era sana, semplice ed esentasse, prima che tutti questi aggeggi che non abbiamo avuto la pazienza di imparare ad usare ci allontanassero dalla verità.

O qualcosa del genere.

E qui arriviamo alla seconda parte della mia discussione – quella incui mi viene spiegato che è comunque sbagliato informarsi sull’opera d’arte, perché l’opera d’arte deve essere vissuta e apprezzata per ciò che stimola in noi, non attraverso il nozionismo.

Che è bello, e mi piace, anche perché suona davvero tanto come ciò che sostengono i miei amici taoisti ed i miei maestri zen – che la realtà dev’essere immediata, ovvero non-mediata per essere colta nella sua essenza.
Però è una cretinata.
Impressionante, molto romantica, non dubito ci possano credere in tanti, ma è una cretinata.

Perché Lao Tsu o Chuang Tzu o tutti questi personaggi non vi dicono che dovete rifiutare la conoscenza – solo che ogni forma di indagine della realtà deve essere fondata sull’esperienza… la nostra, o quella di chi ci ha preceduti. Ci dicono che l’analisi viene dopo l’osservazione. Dopo un secondo, forse, dopo un respiro o un battito del cuore, ma prima l’osservazione, poi l’analisi.

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Ma anche qui, esiste questa vecchia, vecchia sciocchezza per cui la conoscenza sarebbe un ostacolo all’esperienza del bello. Conoscere la data in cui Rembrandt dipinse quella tela (il 1642), il nome dei due personaggi centrali (Frans Banning Cocq e Willem van Ruytenburch), perché la ragazzina ha un pollo legato alla cintura (eh?!) e il fatto che il titolo attuale dell’opera sia sbagliato (essendo una scena diurna e non notturna, solo che poi la tela si è scurita, e così…) …

Davvero possiamo sostenere che tutte queste sono cose che non solo non arricchiscono la nostra esperienza del capolavoro di Rembrandt, ma addirittura ce ne allontanano, ci rendono meno ricettivi, meno… bah, qualcosa.
È una sciocchezza.

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No no, ok, lo so, se vuoi riempire la tua coppa devi prima svuotarla, i preconcetti, il rumore di fondo della mente scimmia, Lao Tsu non sapeva di essere taoista, nessuna barriera fra pensiero e azione, ovunque tu vada è lì che arrivi, va bene, ok – ma negare l’importanza di una capacità educata di lettura dell’opera d’arte è una emerita sciocchezza.
Poi su tutto deve dominare la levità – nessun attaccamento non significa nulla a cui attaccarsi. Perché se l’arte è una forma di comunicazione, alloraper poterne godere appieno dobbiamoconoscerne la grammatica e la sintassi.
E mi dispiace, perché mi rendo conto che viene insegnata nelle scuole e nelle accademie d’arte e c’è un sacco di gente che ci crede, però affermare il primato dell’istinto sull’informazione è una sciocchezza.

La conoscenza non ci allontana dalla bellezza – casomai ci fornisce più strumenti per approfondirne l’esperienza.
Sostenere il contrario una sciocchezza che deriva da una certa cattiva digestione di certi ideali romantici, che immaginano una conoscenza di serie A (immediata e istintiva, un rapporto diretto anima-realtà) e una conoscenza di serie B (polverosa e nozionistica, fatta di liste e di concetti appresi a memoria, di terza mano).
Ma questo non è un modello consistente della realtà – grazie al cielo!
È una sciocchezza.
Poi ci si sorprende se portando i ragazzi a una mostra d’arte moderna, questi restano tanto interessati dalle tele di Mondrian o Kandinski quanto dalle griglie dei condizionatori.
Eh, che generazione di ignoranti! Dove andremo a finire, signora mia…?

 


  1. che blog, eh? Cinema, libri arte… mica come… ma lasciamo perdere… 

Autore: Davide Mana

Paleontologist. By day, researcher, teacher and ecological statistics guru. By night, pulp fantasy author-publisher, translator and blogger. In the spare time, Orientalist Anonymous, guerilla cook.

10 thoughts on “Rembrandt e Lao Tsu in bicicletta

  1. Io uso quella foto per spiegare il concetto di confirmation bias🙂

  2. “La conoscenza non ci allontana dalla bellezza – casomai ci fornisce più strumenti per approfondirne l’esperienza.”
    Standing ovation. Ciao!

  3. Sto per far partire una campagna mediatica anti biciclette col faccione barbuto di Whitman perché non ho letto tutto l’articolo che rovinava, col suo nozionismo la bella autenticità della mia conoscenza sull’articolo stesso.

  4. Quando ho letto che sei stato coinvolto in una discussione in merito a quella foto, ho avuto un presentimento sull’argomento, di quella discussione🙂
    Ho giusto immaginato qualcosa di più becero, tipo “Ma guarda questi ciofani che si stordiscono coi giochini ignari di tanta arte, quando ero ciofane io niente videogiochi, solo partite di pallone!!1!!” e mi piace (sarcasmo) notare anche come alcuni straparlino di taoismo come se non fosse una filosofia millenaria e complessa, ma una roba da ridurre tutta a equilibrio di polarità e lovva la natura, tipo bigino del Tao Te Ching dell’età dell’Acquario. E a voler parlare di taoismo, non dovrebbero dare alcun primato né alla ragione né all’istinto: visto che abbiamo entrambe queste qualità, siamo interi solo quando li usiamo entrambi nel modo giusto al momento giusto, semplificando un po’.

    In sostanza, tutti questi atteggiamenti sono figli della stessa coppia: pigrizia mentale e fretta.
    E tornando un momento alla foto dei presunti nativi digitali, se anche fossero stati a trastullarsi, non ci avrei visto ‘sto gran crimine: non è che ogni opera ti deve piacere per forza solo perché sta in un museo e se fosse facile rimanere concentrati a lungo, nessuno avrebbe mai brutti voti a scuola.😛

    En passant, davvero un bell’articolo🙂

    • Grazie.
      Però no, io vorrei che di tanto in tanto ci si ricordasse che le persone sono meglio.
      Continuare a pensare di essere in una giungla non ci fa bene – ci fa sentire solo suoni di giungla, vediamo bestie feroci ovunque.
      Sono ragazzi che leggono informazioni su un quadro. È ok.

  5. All’estremo opposto ci sono quelli che alla mostra di Monet guardavano i quadri da una spanna di distanza

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