strategie evolutive

ciò che non ci uccide ci lascia storpi e sanguinanti

BookShots & Singles

15 commenti

Ci sono cose che capitano, e si incastrano perfettamente.
Il mio post su Seveneves di Neal Stephenson ha suscitato una breve discussione su Facebook riguardo alla lunghezza dei libri, ed all’attention span dei lettori.
Molti, soprattutto i vecchi comeil sottoscritto, affermano di far fatica ad affrontare romanzi che superano le 300/400 pagine.
Il che è curioso.

C’è chi accusa il supporto digitale di averci disabituati alla lettura di testi lunghi, ma non essendo un neuropsichiatra corpontamentale non ho titoli per esprimermi a riguardo.
Di sicuro, d’altra parte, sono in una posizione più o meno privilegiata per osservare un interessante fenomeno, legato all’editoria elettronica – il ritorno delle novelle e dei romanzi brevi.

Sul mercato anglosassone, se le riviste rimangono saldamente ancorate alle 6.000 parole come lunghezza richiesta (ma in realtà si tratta di un range 3.000-10.000), cominciano a farsi frequenti gli open call per storie di 12.000 parole (novelette) e di 17.000 parole (novella).

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Tor, dal canto suo, sta facendo un gran bel lavoro con le sue storie “brevi” della linea Tor.com (ne ho recensite un paio nei mesi passati), e stando ai dati pubblicati, la collana BookShots lanciata quest’anno da James Patterson ha raggiunto, proprio a ferragosto, il milione di copie vendute, a cinque dollari a copia.

Per tenere testa all’avanzata di questi prodotti – e dei moltissimi lavori brevi pubblicati da autori/editori e da piccole case editrici – Amazon ha risposto con due iniziative opposte:

. da una parte, Kindle Unlimited, che privilegia e premia le opere lunghe (per fare davvero soldi con KU, il consenso generale fra gli autori è che si debbano pubblicare ebook sopra le 400 pagine)

. dall’altra Amazon Kindle Singles, ebook di 5.000-30.000 parole, sia di narrativa che di saggistica, commissionati ad autori di richiamo (Chuck Palahniuk, Margaret Atwood, Amy Tan, George Saunders, Niall Ferguson, Howard Jacobson, Stephen King) che incassano un bel 70% garantito di royalties.

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Ed è interessante notare che i Kindle Singles lavorano in combinazione con Kindle Unlimited – perché sfruttare appieno l’abbonamento mensile da 9.99 dollari di KU significa leggere molto, e le opere brevi diventano particolarmente attraenti per l’utente Unlimited.

E qui da noi?
Qui da noi i lettori si lamentano ancora, nelle recensioni, del fatto che il racconto è troppo breve, spesso aggiungendo dettagli su quanto meglio sarebbe stato se l’avessero scritto loro, mettendoci il doppio delle parole.
E io non posso dimenticare, avendolo impresso a fuoco nelle mie sinapsi, il dialogo fra due adolescenti ascoltato per caso in una libreria di Torino:

“Che genere di libri ti piacciono?”
“Quelli spessi.”

bookshotD’altra parte, James Patterson (che può non essere un grande autore, ma è certamente un astuto mercante), osserva come il suo progetto BookShots miri da una parte a riportare sul mercato le vecchie dime novels (anche se le sue sono five bucks novels), e soprattutto, dall’altra, andare ad intercettare quel 27% di americani che non leggono1.
E viste le vendite, pare ci stia riuscendo.
E col cartaceo, badate bene, non con gli ebook.

Difficile allora non pensare a quel 60% circa di italiani che non leggono, e che rappresentano un mercato particolarmente attraente, un bacino vergine da colonizzare.
E a questo punto, l’unica, vera, grande sfida consiste nel non cedere alla tentazione di ingozzare questi potenziali lettori di ciarpame.
Perché ammettiamolo, dargli una valanga di spazzatura in piccole dosi facilmente digeribili sarebbe maledettamente facile. E una editoria che è ogni giorno di più un lebbrosario ospitato sotto ad un tendone da circo, la tentazione sarà fortissima.
Sarebbe redditizio ed economico – storie pessime scritte gratis da aspiranti autori ben felici di essere pagati in visibilità, e riversate a cottimo, senza editing e con copertine oscene, su un pubblico talmente disabituato alla lettura da sciropparsi qualunque porcheria, e chiederne ancora.
Chissà, forse sta già succedendo.

Volete la formula?
Ecco la formula: guardate che serie televisiva tira, quella più chiacchierata su Facebook, e sparatevene una dozzina di episodi in un weekend. Poi scrivete qualcosa di simile,  in un weekend, caricatelo su Amazon, metteteci le giuste parole chiave e il giusto titolo, e passate a scrivere il secondo episodio.
Dopotutto, lo state facendo per i soldi, giusto?
L’originalità è sopravvalutata – ed è comunque sempre meglio che scrivere pornografia, no?

E ora non vorrei che qualcuno là fuori si mettesse a piangere.
Sono io il primo a sostenere che non è arte eccelsa, è serio artigianato ed è una atività commerciale: noi scriviamo per vendere, lo facciamo per pagare i conti.
Ma uno straccio di dignità vogliamo conservarlo?
Una vaga idea di rispetto per il pubblico?
Perché se è solo ed esclusivamente una questione di soldi, dati alla mano, battere i marciapiedi è molto più redditizio e molto meno complicato che scrivere.
E non si incontrano certi elementi che invece bazzicano l’editoria nazionale.

E se dovesse passare ancora una volta l’idea di alla gente piace il pattume, noi diamo alla gente ciò che la gente vuole, si tratterebbe ancora una volta di una occasione sprecata, e di un ulteriore passo indietro.
Non che a certa gente freghi qualcosa, naturalmente. Gli unici che si possono opporre a questa tendenza siamo noi che scriviano, e noi che leggiamo.
La narrativa breve sta tornando – dovremo impegnarci perché torni al meglio.


  1. sì, 27% – lo considerano un dato gravissimo. Smettete di ridere, per cortesia. 

Autore: Davide Mana

Paleontologist. By day, researcher, teacher and ecological statistics guru. By night, pulp fantasy author-publisher, translator and blogger. In the spare time, Orientalist Anonymous, guerilla cook.

15 thoughts on “BookShots & Singles

  1. Il discorso polemico lo condivido in buona parte, tranne qualche passaggio (a me la serialità di un’opera scritta, per esempio, piace – purché si eviti il pattume, come dici tu).
    Da autore mi piace pubblicare racconti breve con continuità di trama, a prezzi bassi. Il mio punto di riferimento è sempre stato quello del fumetto da edicola, che ha una sua precisa pubblicazione (un albo al mese, o al bimestre). C’è molto più vantaggio, credo anche da parte dei lettori, nell’usufruire di opere così divise, che non acquistare tomi di 700 pagine, che magari restano a fare la muffa virtuale sull’ereader, perché troppo impegnativi da affrontare.
    Come autore invece trovo qualitativamente migliorativo spezzettare l’opera, sia in quanto a editing che in quanto a elaborazione della trama.
    Ma, tengo a precisarlo, è un giudizio del tutto soggettivo.

    A parte questo, sostengo da sempre che uno dei maggiori pregi degli ebook è quello di aver ridato spazio alla narrativa medio-breve, che in Italia aveva visto annullati tutti gli spazi per almeno vent’anni.
    Poi, ok, ci sono molte schifezze. Non che in quella lunga ci siano solo perle😀

    • Ma io non ho nulla contro la serialità, anzi – sarebbe un esperimento che mi piacerebbe provare, avendone il tempo.
      Ma sempre, come dicevo, fatte salve la dignità dell’autore e il rispetto per il lettore.
      Poi io sono comunque un autore di narrativa breve, e sono felice che gli ereader diano finalmente spazio alle novelette e novelle.
      Resta la preoccupazione per il ciarpame spinto a forza in gola a un pubblico ormai incapace di (o non interessato a) discriminare.

  2. Beh, io a scrivere qualcosa con i vampiri che limonano credo che non ci riuscirei neanche volendo… Verrebbe una schifezza. Andrà bene lo stesso?
    Da parte mia non c’è pericolo….😉

  3. E condivido alcuni punti, ritengo che fintanto tutti hanno gli stessi strumenti sia la parte del lettore a farne da padrone. Chi legge tanto affina nel tempo la sua scelta. Chi legge poo segue il gregge. La serialità è un punto a favore, a mio avviso, sia per chi scrive che chi legge. L’originalità se c’è si vede dalle prime pagine. Il mondo dell’editoria, come molte industrie, sta cambiando. Questo crea nuove basi, nuovi percorsi.
    Come autore self mi sento molto più libero ora di creare che prima sotto contratto. Il pagar le bollette poi è un altro discorso a mio avviso che non rientra nella lunghezza di un libro. Se un’opera riscuote consensi avrà dei punti di forza, ma il consenso nel tempo indica che l’opera è realmente valida. Ma forse io sono solo un maledetto romantico 😉 grazie dello spunto di conversazione!

    • Grazie a te per il commento.
      Io però ripeto che non ho nulla contro la serialità, e ritengo che scrivere per vendere sia un fattore determinante – e scrivere per vendere il più a lungo possibile, certo.

  4. “Ci sarà sempre chi farà la cacca dal balcone, il problema saranno quelli sotto che aspettano” (cit.)

  5. Leggendo il post su seveneves il mio primo pensiero è stato: “Molto interessante, peccato per le dimensioni”, e adesso faccio la figura dell’ analfabeta che fa fatica a leggere libri lunghi.
    Ma negli ultimi due anni ho letto svariati libri sopra le 700 pagine, dello stesso autore (si, quello che si potrebbe pensare) e la cosa mi ha scottato. Non perchè i libri in sé fossero pesanti, ma da una parte la mia cronica mancanza di tempo, dedico pochi minuti al giorno alla lettura, dall’altra la sensazione che benchè divertenti e ben scritti quei libri non avessero decisamente *bisogno* di tutte queste pagine, mi avevano messo in difficoltà.

    Detto ciò, mi interessa molto l’iniziativa kindle singles, che possa Amazon fare per la letteratura quello che Netflix sta facendo per le serie televisive?

    • Sì, il parallelo Amazon Singles/Netflix è abbastanza azzeccato – e come ho detto, anche Tor sta facendo un gran bel lavoro in quel senso.
      Sul restare scottati coi libri lunghi, sì, succede.
      Per me, almeno fino a un certo punto, l’interesse per l’idea o il rispetto per l’autore funzionano ancora come richiamo anche su volumi mastodontici. Ma qualità e word-count non hanno alcuna correlazione.

  6. Pingback: 8 secondi – Plutonia Experiment

  7. Non ho ben capito la polemica sui libri lunghi e sinceramente nemmeno il commento dei due giovani sui libri spessi (ma che vuol dire? che frase eh? aaah dannata adolescenza). Potresti spiegarmi un po? danke!

    • Giacomo, mi sono riletto il post, e la polemica sul libri lunghi non l’ho trovata, quindi non so cosa dovrei spiegarti esattamente.
      Quanto alla frase delle due ragazzine, a me pare indicare chiaramente che il numero delle pagine ha – per alcuni – la priorità sul contenuto.
      Se chiedono che genere di libri mi piace, magari rispondo “quelli di fantascienza”, non “quelli spessi”.

  8. Grazie!

    Allora per la polemica, forse ho esagerato, volevo saperne di più sulla discussione sotto:
    “Il mio post su Seveneves di Neal Stephenson ha suscitato una breve discussione su Facebook riguardo alla lunghezza dei libri, ed all’attention span dei lettori.
    Molti, soprattutto i vecchi comeil sottoscritto, affermano di far fatica ad affrontare romanzi che superano le 300/400 pagine.” Ero curioso di sapere cosa si è detto (non avendo più facebook non posso andare a dare un occhiata direttamente).

    Incredibile la frase delle due ragazzine, ma che criterio è lo spessore di un libro? è per fare più figo quando sei in giro? boh”!

    • Ribadisco che non c’è stata alcuna polemica (ma perché ci immaginate tutti incazzati e aggressivi? Con che tono di voce “sentite” i nostri post?)
      C’è stata una discussione nel senso che si è discusso della questione della lunghezza dei romanzi, e delle disponibilità di tempo e di pazienza che alcuni hanno ed altri no.
      In generale, la tendenza dell’editoria tradizionale è quella di spingere testi molto lunghi, che giustificano prezzi mediamente più alti – specie sul cartaceo.,
      Con però la controtendenza di cui parlo in questo post.
      Tutto qui.
      Noi blogger riusciamo anche a parlare fra di noi senza accapigliarci😉

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