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Motivazione e una segretaria scosciata

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Due giorni or sono ho fatto un colloquio di lavoro, ad Asti.
Non è che ci credessi granché – qualunque colloquio venga fissato da una telefonata che dice

stiamo chiamando per sapere se ci sono persone che hanno bisogno di lavorare

a me fa venire i brividi. Mi fa venire in mente le press-gang che rifornivano di uomini le navi della flotta di Nelson. O quando venivano reclutati i provisionals, in Irlanda, con la semplice domanda “Vuoi ammazzare dei protestanti?”
Ma non posso permettermi di ignorare nessuna opportunità, neanche quelle in cui ti dicono

venga al colloquio e porti il curriculum

… che, se facciamo il colloquio, il curriculum quando lo leggi?
Nei tre minuti fra un colloquio e il successivo? Oppure dopo? A che pro?
E perché appena arrivato mi chiedi di compilare una scheda che contiene le stesse informazioni del curriculum? E quando la leggi, la scheda?

Comunque, proviamoci: ufficio posticcio, arredato alla svelta con mobili IKEA e messo su apposta per fare i colloqui. Posizione centrale in edificio in via di ristrutturazione. Segretaria giovane e graziosa, opportunamente scosciata ma di classe, che cincischia annoiata con lo smartphone. Poster motivazionali alle pareti.

poster-decisione

Ecco, i poster motivazionali… Ma funzionano davvero?

E così ieri mi sono informato. Perché mi è stato detto, tanti anni or sono, da una persona della quale mi fidavo quanto mi fido di me stesso, che

la motivazione batterà sempre il talento

Ma la stessa persona, ora che ci penso, mi descrisse i poster motivazionali (che all’epoca erano una novità assoluta) come

un disperato tentativo del datore di lavoro per darsi un tono, e provare a convincere i dipendenti a rendere di più senza doverli pagare meglio

Quindi, la domanda rimane – funzionano davvero questi poster appesi nei corridoi delle aziende?
E dati alla mano, la risposta è, enfaticamente, NO.

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La cosa funziona così – in ciascuno di noi, mi si dice, esistono due immagini: l’immagine di come vorremmo essere, e l’immagine di cosa dovremmo fare per esserlo. La motivazione è una specie di braccio di leva che congiunge e bilancia queste due immagini.
Vorrei essere uno scrittore di successo, per esserlo devo scrivere di più e meglio – il desiderio di essere ciò che vorrei mi motiva a fare ciò che dovrei per esserlo.
Altrimenti, non funziona – resta una vuota velleità.

I poster motivazionali funzionano più o meno allo stesso modo – e badate, ci sono fior di studi psicologici alle spalle: il titolo è la nostra immagine di cosa vorremmo essere, la frase sotto è quella che ci deve dare la spinta a fare ciò che dovremmo. Il tutto, condito con una bella immagine brillante circondata da una cornice nera, che si dovrebbe imprimere a fuoco nelle nostre sinapsi.

Dovrebbero funzionare – sono studiati per funzionare. Allora perché enfaticamente NO?

poster-perseveranza

Per lo stesso motivo per cui se ci ripetono troppo spesso qualcosa, la prendiamo in uggia.
È possibile che, la prima volta che vediamo il poster motivazionale, la combinazione immagine + titolo + frase a effetto ci colpisca, e quasi certamente ci darà una minuta spinta in una certa direzione. Il che è ciò per cui è stata progettata, dopotutto.
Ma ripassare ogni giorno davanti a quella stessa combinazione, a quello stesso messaggio, a quella stessa spinta, mentre siamo sulla strada per un lavoro monotono, anonimo e mal pagato, pare che psicologicamente sortisca l’effetto opposto – e proprio come quando, fisicamente, qualcuno ci spinge in una certa direzione, noi per reazione spingiamo nella direzione opposta.

conquista

Quindi, stando ad alcuni recenti studi, non solo i poster motivazionali non funzionano, ma sortiscono di solito l’effetto opposto. Fanno molto Azienda 2.0, ma di fatto avviliscono e demotivano i dipendenti, diminuendone la resa.

Danneggiano l’azienda, in altre parole, mentre al contempo peggiorano la qualità della vita dei dipendenti.
Un po’ come un colloquio di cinque minuti netti, cordiale e vuoto come le chiacchiere del barbiere, nel quale è palese che il nostro interlocutore non ha idea di cosa potrebbe farci fare nella sua azienda, e cerca un modo per perdere due minuti e poi lasciarci andare.
È avvilente, umiliante, deprimente e doloroso, per il candidato, perché comunica l’assoluta indifferenza dell’azienda, l’assoluto disinteresse per l’individuo: hanno sparato nel mucchio, telefonato a caso, radunato qualche decina di disperati – chissà, sulla quantità ci sarà la persona giusta, e se non c’è si rifà da capo, tanto ufficio, mobili e segretaria scosciata sono pagati per altre due settimane.
È come perscare una carta a caso, come giocare alla lotteria.
Non è il modo di condurre un’azienda.

Chissà, magari se il selezionatore avesse letto il curriculum, avrebbe fatto a meno di farci buttare un pomeriggio e cinquanta chilometri per venire qui a fare questo insulso bla-bla.
O magari saprebbe chi siamo, cosa sappiamo fare, quali apporti potremmo dare all’azienda.
Potremmo essere noi, la persona giusta.
Ma così? No, così nulla – lui non sa cosa dirci, e noi siamo ostili, perché percepiamo dolorosamente la sua indifferenza, fa caldo, abbiamo passato un’ora a guardare i polpacci della segretaria scosciata mentre sopra di noi incombeva un poster con dei surfisti e una frase idiota sull’opportunità da cogliere.

Quale opportunità?

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Chissà come è andata a finire?

Vi comunicheremo telefonicamente gli esiti dei colloqui entro stasera.

Certo, come no.
A voi ha telefonato? A me no.
Gli è mancata la motivazione, probabilmente.

Autore: Davide Mana

Paleontologist. By day, researcher, teacher and ecological statistics guru. By night, pulp fantasy author-publisher, translator and blogger. In the spare time, Orientalist Anonymous, guerilla cook.

12 thoughts on “Motivazione e una segretaria scosciata

  1. Io mi domando sempre la stessa cosa: cui prodest? Voglio dire, a che pro spendere soldi per fare una selezione palesemente inutile?

    • Io di solito sono portato a pensare che siano a tal punto incompetenti da non capire che ciò che fanno li sta danneggiando.
      E d’altra parte, credo che alla fine gli costi talmente poco, che “gli convenga” rispetto a quanto spenderebbero ingaggiando un’agenzia di selezione. Il “colloquio” te lo fa il titolare, i locali sono un negozio sfitto in un edificio in ristrutturazione, i mobili sono recuperati alla svelta,la segretaria pagarla qui o pagarla in ufficio tanto vale… e poi non dimentichiamoci che ciascuno dei candidati rilascia TUTTE le proprie informazioni personali, e non c’è l’ombra di una garanzia che i dati non verranno rivenduti – quindi al limite magari guadagnano persino qualcosa…
      E se d’altra parte stai selezionando “persone qualunque”, gente disposta a lavorare per poco perché disoccupata e alla canna del gas, puoi anche non andare tanto per il sottile.

  2. Lavorato per diversi anni in un’azienda di Milano leader del suo settore, per usare le frasi fatte. Girando per i corridoi di suddetta azienda di tanto in tanto spuntavano cartelloni inneggianti alla Mission, alla Vision e ai Nostri valori.
    Mi sono sempre sembrati inni ridicoli e pretenziosi, e come dicevi, al semplice vederli dopo un po’ ti scatta un senso di ripulsa buono e semplice.
    Cambiata azienda, adesso lavoro in Toscana, in multinazionale leader del suo settore. Cartelli motivazionale e mail che ti invitano a prendere parte a simpatiche iniziative in stile Filini: gara di torte con immagini da condividere con i colleghi, gare di contapassi a squadre, lavoretti con materiale di riciclo con immagini da condividere e da votare on line.
    Sicuro, tutto molto bello e amichevole ma se entro con 1 minuto di ritardo si prendono 15 minuti di lavoro. Be’, questa cosa mina un po’ la fiducia reciproca…

  3. Sembra fatto apposta, ma proprio in questi giorni ho avuto un’accesa discussione virtuale con un degno rappresentante di queste grandi menti aperte alla motivazione smart eccetera. Una sola risposta: vuoi motivarmi? Pagami equamente per quanto lavoro.
    Manco gliel’avessi detto in turco.

  4. Tempo fa, mi sono dato una regola, per schivare questa fuffa: se un’azienda non ha il coraggio di dirmi di cosa si occupa, io sono certo di non avere il coraggio di perdere il mio tempo anche solo per un colloquio, figuriamoci fare dimostrazioni di “robot per la pulizia” o smerciare roba invendibile a vecchietti. Per telefono, magari.

    Sarò cattivo, ma mi ricordo sempre di questo genere di persone, nelle mie preghierine notturne a Hastur (non è vero, non prego mostri pre-lovecraftiani, ma dirlo o scriverlo fa scena😛 ) e spero che la loro incompetenza ne faccia piazza pulita. Meno tempo perso in colloqui/lavori male o non pagati.

    • Concordo su questo punto.
      Il fatto che per tutta la durata del colloquio si parli de “l’azienda” e del “prodotto” senza scendere in dettagli è un segnale pessimo.
      Sul fatto che vadano in malora, è probabile – peccato che ci stiano portando con loro, noi e tutto il paese.

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