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Il solito disastroso rapporto ISTAT sulle letture

7 commenti

In Italia, a quanto pare, non si legge.
E non si conosce la statistica … o forse semplicemente l’italiano.

Lo scorso anno gli editori hanno pubblicato 62.250 libri in formato cartaceo, a cui si aggiungono 56.727 titoli in quello digitale, mentre gli e-book rappresentano il 91,1% delle novità pubblicate.

Questo qui sopra si chiama statisticolare.
Come devo interpretare la frase qui sopra?
Che sono stati pubblicati 62.250 titoli, dei quali 56.727 anche in formato digitale?
O che sono stati pubblicati 62.250 titoli più altri 56.727 in formato digitale, per un totale di, vediamo… 118.997 titoli?
Visto che si aggiungono, sono portato a pensare alla seconda – che è palesemente implausibile.

books

Poco prima, l’articolo della Repubblica che riporta i dati ISTAT ha affermato

In Italia si pubblicano in media 164 libri al giorno, domeniche comprese, ovvero 60 mila titoli all’anno.

Ma 164 x 365 fa 59.860, che non è né 62.250 né 56.727.
Stiamo quindi ragionando con dei numeri che non coicidono con … con cosa? Con la realtà?

Eppure, se 62.250 è un numero reale e verifficato – ricavato dalla lista dei titoli pubblicati, che dovrebbe essere nota – allora la media giornaliera è poco più che 170 libri al giorno.
E 170 è un numero diverso da 164.

Ma sorvoliamo su queste cose, e torniamo a quel misterioso, misteriosissimo

gli e-book rappresentano il 91,1% delle novità pubblicate

In effetti, il 91% di 62.250 è 56.648, che assomiglia abbastanza a 57.7271.

A questo punto, possiamo ricavare che nel 2015 in Italia si sono pubblicati 62.250 nuovi titoli (e quindi tutto il nostro discorso non rigarda le rispampe), e il 91% sono anche usciti in digitale.
Che scritto così magari si capisce anche. Quasi.

E qui potrei fare una breve parentesi: ogni anno ci viene detto quanti libri si pubblicano, e quanto poco leggiamo. Sarebbe bene sottolineare che le due quantità non hanno alcuna correlazione. Nel senso che non è che nei paesi in cui si pubblica di più si legga di più, o viceversa. Né si può dimostrare che *un eccesso* di pubblicazioni porti a un calo dei lettori. *Se* esiste una correlazione, è una correlazione estremamente complessa.
Però il tono è quello, vero?
O sono solo io a sentire questa cosa, in sottofondo, del tipo “che spreco orribile, se avessero meno scelta allora sì che leggerebbero, quei deficienti!”
Che di solito circola nella versione “si pubblica troppo e il pubblico è disorientato.”
Che è molto poco rispettoso del pubblico, e quando non si rispetta il pubblico…[^2]

Ma chiudiamo la parentesi e torniamo al punto che a me interessa realmente – e che non so se sia frutto dell’analisi ISTAT (che non ho visto) e se sia un pregiudizio della persona che riporta i dati per Repubblica.
Ed è un punto che mi interessa anche perché non riguarda i numeri, ma le parole.
Perché le versioni digitali che si aggiungono a quelle cartacee è una sciocchezza.

Lo scorso anno gli editori hanno pubblicato 62.250 libri in formato cartaceo, a cui si aggiungono 56.727 titoli in quello digitale, mentre gli e-book rappresentano il 91,1% delle novità pubblicate.

Non stiamo parlando delle vendite: x-mila copie vendute in cartaceo alle quali si aggiungono y-mila copie in digitale.
Stiamo parlando di uscite, di titoli.
E poi, c’è quel mentre, che implica una contrapposizione, e che mi suggerisce che il 91% delle novità in ebook non abbia nulla a che vedere con i titoli in digitale citati prima della virgola. Perché metterci una avversativa?

E quello che mi domando è, c’entra in qualche modo tutto questo col fatto che …

solo 14 persone su 100 leggono almeno un libro al mese e una su due non più di tre in un anno

… ?
Io credo di sì.
Io credo che nello stesso grido di allarme si annidi uno dei sintomi del pessimo stato in cui versa la cultura nel nostro paese.


  1. abbiamo ormai capito che non è una questione di precisione. Si sarebbe addirittura portati a credere che 164 sia stato scelto perché suona più autentico di 170. Non sarebbe strano.[^2]: sorvoliamo sul fatto che all’apparenza una vasta fetta del pubblico se ne infischia di rispettato. 

Autore: Davide Mana

Paleontologist. By day, researcher, teacher and ecological statistics guru. By night, pulp fantasy author-publisher, translator and blogger. In the spare time, Orientalist Anonymous, guerilla cook.

7 thoughts on “Il solito disastroso rapporto ISTAT sulle letture

  1. mi ha sempre divertito molto l’idea dei lettori “disorientati”..

  2. chissà se possiamo sempre consolarci con l’avere il maggior numero di “lettori forti”!

    • Ilproblema è che i lettori forti sono in realtà una quantità di gruppi dispersi – gli appassionati di genere, gli adolescenti che leggono solo certi titoli di certi autori, i vecchi lettori di lungo corso.
      Non esiste una comunità, epalesemente non hano alcun peso.

  3. Vado un po’ controcorrente. Secondo me non sono così disastrosi, i dati. Non sono positivi, ma nemmeno tremendi. Bisognerebbe analizzare i dati raggruppando per fasce d’età: se un adolescente o studente leggesse solo tre libri all’anno sarebbe preoccupante. Se un adulto padre (o madre) di famiglia con bimbi piccoli da accudire, 40 ore di lavoro alla settimana, e magari un hobby per tenersi attivo, riuscisse a leggere un libro al mese sarebbe eroico!

    Io che sono una via di mezzo, lavoratore ma senza figli, con qualche hobby, riesco a leggere probabilmente sei libri di medie dimensioni all’anno. Numero che calerà drasticamente quando avrò figli🙂

    • A mio parere il dato più interessante, e che dovrebbe togliere il sonno agli editori, è che il numero di libri letti crolla dopo i 19 anni… e non si tratta io credo di impegni scolastici e lavorativi (anche se è vero che ho conosciuto tantissimi derelitti che iscritti all’università leggevano solo i testi per gli esami), ma perché semplicemente non c’è una seria offerta per degli adulti curiosi, là fuori.
      E la curiosità stessa, così come la varietà, viene scoraggiata.

    • Condivido l’idea che quel crollo a 19 anni è il dato più preoccupante: una volta entrati nell’Università, finisce lo stimolo culturale che la scuola superiore bene o male dava: comincia la corsa agli esami che assorbe ogni energia intellettuale (non ho mai conosciuto uno studente di Economia che leggesse 24ore, e non parlo dell’inserto domenicale, ma delle sezioni principali), e le energie rimanenti vengono dedicate alla vita sociale e relazionale, per la quale la lettura, a quanto pare, è una zavorra.
      Questo forse è il problema!
      Davvero “non c’è una seria offerta per degli adulti curiosi”? o alla curiosità non viene attribuito valore?

      • L atendenza generale, per ciò che riguarda l’editoria di intratteimento soprattutto, è orientare tutto il pubblico su una scelta ristretta di titoli e autori… “one size fits all”, come dicevano gli yankee una volta. Trattandosi ormai di unprocessoindustriale, minimizzare le spese, razionalizzare il catalogo e orientare il pubblico su poche categorie ben definite e ormai avviate, con un marketing già in posto, è una buona strategia, che abbatte le spese e massimizza gli introiti.
        Con la cultura, naturalmente, non c’entra nulla – ma fare cultura è subordinato al fare soldi.

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