strategie evolutive

ciò che non ci uccide ci lascia storpi e sanguinanti

Aspettatevi l’inaspettato

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E allora vediamo di smentirci subito.

Nel mio ultimo post accennavo allo stato di spossatezza quasi lovecraftiana nel quale la faccenda della meravigliosa vittoria del fantastico mi ha gettato nelle ultime settimane.
Detto in soldoni è difficile cercare di scrivere narrativa fantastica quando tutti ti dicono che ciò che scrivi è popolarissimo e palesemente non è così. Ma il vero problema è quello di non riuscire a comunicare – perché per una persona che scrive per vivere, non riuscire a comunicare è parecchio negativo.

Quindi proviamo ad affrontare il probolema da un’altra angolazione.
Andrò a ruota libera, per cui aspettatevi l’inaspettato.
E anche su questo ci ritorneremo.

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Nella risposta a un commento, pochi minuti fa, ho scritto

Sulla vittoria del fantastico, potrei commentare che vista la meravigliosa quantità di meravigliose meraviglie disponibili al pubblico, cosa sto a scrivere, fatevi un giro in libreria e procuratevi l’ultimo libro di Christopher Stasheff, o anche soltanto l’ultimo romanzo di Michael Moorcock, o anche semplicemente l’edizione economica di “Little, Big” di John Crowley.
Ma sarebbe inutile sarcasmo, e come mi è stato fatto notare altrove, dopotutto, “hanno poi tanto importanza i libri quando ci sono i gadget, i videogiochi e le serie TV?”

Poi, una volta premuto invia, mi sono reso conto che questa è la risposta sbagliata, o per lo meno fornisce l’impressione sbagliata.
Per cui, mettiamola in questo modo…

a_company_of_starsStasheff non viene più tradotto in Italia da trent’anni.
Di Moorcock continuano a ristamparvi quel lamentoso rompicoglioni di Elric, ma The Whispering Swarm del 2015 non lo vedrete mai, né vedrete mai il ciclo del Colonnello Pyat.
A meno che Moorcock nonmuoia, nel qual caso gli editori sdi butteranno a ristampare anche le sue liste della lavanderia.
Quanto all”edizione economica di Little, Big, non esiste perché non esiste neanche l’edizione di lusso – il romanzo è uscito nel 1981 e non lo hanno mai tradotto.

E questo non è il problema.
Davvero, questo non è il problema.
Il problema, se lo vogliamo trovare, è da ricercarsi nel fatto che, come ha correttamente osservato un mio interlocutore su facebook, i libri non sono più così importanti, quando si parla di fantastico.
Una tazza a forma di Tardis potrebbe essere meglio.
Come mi è stato fatto notare, ci sono i film, i telefilm, i fumetti, i videogiochi, le tazze a forma di Tardis e le cosplayer scollatissime.
Abbiamo vinto, e il mondo è meraviglioso.

Io credo che nonsia così meraviglioso. Sorvolerò su coloro che a questo punto di solito se ne escono con

È il mercato, bellezza, e tu non ci puoi fare nulla.

“Il mercato”, come “la rivoluzione”, è stato utilizzato da sempre per giustificare le peggiori atrocità, usando l’alibi fasullo che si tratti di una forza incontrollabile che ci travolge, quando di fatto il mercato o la rivoluzione li facciamo noi, e quindi dovremmo essere noi a decidere, o c’è qualcosa che non va.

I libri sono diventati un elemento marginale del fantastico che ha vinto.
E non raccontiamoci balle – non è vero, e lo so io come lo sapete voi, che il ragazzino che impazzisce per Doctor Who e ha anche un dalek di peluches1, prima o poi andrà in libreria e scoprirà con gioia il piacere di leggere i romanzi di Iain M. Banks o di Ursula K. Le Guin.
Non è vero.
Perché non gliene frega niente, ma davvero niente, dei romanzi.
Perché il passaggio non è automatico, non è garantito, e rischia di andarsi a schiantare sul nulla – il ragazzino che impazzisce per Doctor Who leggerà i libri di Doctor Who, e li troverà, eprima opoi, essendo anche ben scritti, certo, ma tutti uguali, lo stancheranno, e comincerà a interessarsi ad altro.
Ma magari uno su mille…
Sì certo, sarebbe un bel titolo per una canzone.

Ma anche quello, vedete, non è il vero problema.
Il vero problema è la progressiva irrilevanza della narrazione orale – o del suo sostituto più antico e collaudato, la narrazione scritta.
Il vero problema è che a differenza dei romanzi (e in parte dei giochi di ruolo), i film, i telefilm, i cartoni animati, i fumetti, i gadget e i cosplay, rappresentano un immaginario che altri hanno immaginato per voi.
I volti, i luoghi, le voci, gli abiti, le creature straordinarie.
Persino l’angolazione dalla quale osservate la scena narrata è stata decisa da altri.
Il pubblico è passivo.

Oh, non confondiamoci – anche una storia è qualcosa che altri hanno immaginato per voi, e il lettore è molto meno attivo del narratore.
Ma il vostro contributo è maggiore.
Io posso raccontarvi gli eventi, dar voce ai personaggi, descrivervi – con maggiore o minor dettaglio, a mia scelta – luoghi, persone, colori, odori.
Ma voi poi dovete fare il lavoro, riempire i vuoti.
Vuoti che dovete riempire, ma in modo diverso, giocando di ruolo – dove avete una gran quantità di elementi visuali “precotti”, ma il resto è nella vostra testa, e in quella dei vostri compagni di squadra.
Un po’ meno vuoti dovete riempire nei fumetti, gli spazi fra una vignetta e l’altra di cui parla Scott McCloud, che sono la cosa più importante del fumetto perché è lì, negli spazi bianchi, che l’immaginazione del lettore si mette al lavoro.

Ora qualche anima semplice si metterà a piangere.
Non solo Davide Mana ha dato del lamentoso rompicoglioni a Elric2, ora si scaglia anche contro il cinema e la televisione.

**NO**.

Non ho nulla contro TV, film, videogiochi e dalek di peluches.
Europa Report? Splendido film. E sono curioso di vedere The Arrival e Rogue One:
The Expanse? Aspetto con ansia la seconda stagione.
Assassin’s Creed? Non me ne potrebbe fregare di meno, ma non è un problema.
Dalek di peluches? Ne ho regalato uno a mio fratello.

Prima di partire per la tangente, leggete ciò che è scritto come se fosse pronunciato da una voce con un tono ragionevole e non con il ringhio feroce che per qualche misterioso motivo vi aspettate.
Io non sto ringhiando.
E ciò che mi preoccupa è l’impoverimento dell’immaginario – e ogni volta che decidiamo che un medium è irrilevante o minore nell’ambito del fantastico, impoveriamo il fantastico, impoveriamo gli utilizzatori.

Per questo motivo questa vittoria del fantastico mi intristisce e mi preoccupa.
Perché è la vittoria dei media cosiddetti “veloci” sui media “lenti”, non la vittoria del fantastico sul non-fantastico.
È una parziale sconfitta (o una parziale vittoria, fate voi) dell’immaginazione.

Eh, vabbé, mica si può sempre triofare, una cosa parziale è meglio di niente…

Credo che uno dei grandissimi difetti dei fan del fantastico nel nostro paese è che si sono sempre accontentati, hanno sempre detto “meglio di niente”.
Romanzi tagliati? Meglio di niente.
Tradotti a casaccio? Meglio di niente.
Cartoni animati censurati e tradotti col culo, con episodi mancanti o presentati fuori sequenza? Meglio di niente.
Serie a fumetti interrotte a metà? Meglio di niente.
L’ennesima ristampa ammuffita di Asimov, Dick, Lovecraft o Howard? Meglio di niente.

E ora questo.
Vedete, io appartengo ancora a quella generazione per cui se dobbiamo vincere, dobbiamo vincere per tutti, o non abbiamo vinto.
Fatemi causa.

Ma prima di telefonare all’avvocato, considerate questo: in apertura, vi ho detto di aspettarvi l’inaspettato.
Ci riuscite ancora?
Rispondete onestamente a voi stessi (non a me).


  1. esistono, ne ho regalato uno a mio fratello. 
  2. Michael Moorcock ha sempre detto di considerare Elric un personaggio comico. 

Autore: Davide Mana

Paleontologist. By day, researcher, teacher and ecological statistics guru. By night, pulp fantasy author-publisher, translator and blogger. In the spare time, Orientalist Anonymous, guerilla cook.

34 thoughts on “Aspettatevi l’inaspettato

  1. Sostituisci “lettura” a “fantastico” ed è la stessa cosa che diceva Gian Arturo Ferrari l’altra sera in biblioteca qua a Modena…
    (no, non diceva che la lettura ha vinto, anzi, ma per quanto riguarda il confronto con gli altri media siete allineati)

  2. io Moorcock ho iniziato a leggerlo da poco, a Eric non ci sono ancora arrivato perché cercavo l’edizione storica e l’ho trovata sempre a prezzi atroci🙂 Concordo su quello che dici. Purtroppo la “vittoria” del fantastico non ha comportato l’auspicabile elevazione del popolo bue. Il tizio che prima si sfondava di partite di calcio e basta (non me ne vogliano i calciofili colti, ma si tratta di uno sport spesso vissuto come sfogo circense) adesso si sfonda di partite di calcio, magari un po’ meno, e di puntate di the Walking Dead o Trono di Spade, ma il “salto” verso il libro non lo fa. La gente comune NON ha voglia di sforzarsi. I creativi lo fanno comunque… Non è cambiato niente, ed in più la moltiplicazione dei media ha ridotto all’angolo il tempo e lo spazio dedicato ai media lenti (in fondo non è che il fumetto, primo motore dell’industria dell’intrattenimento dal punto di vista delle storie, se la cavi molto meglio). Lasciamo perdere il teatro, buona parte della musica, o la poesia (che è completamente scomparsa rispetto a quando, che ne so, io avevo 12-13 anni). Ovvio che nessun media sparisce per sempre e completamente (la poesia si è riciclata nella produzione di meme melensi) però arrivare alla soglia dell’irrilevanza economica e culturale è possibile, ed è quello che succede ai libri adesso (non è detto che sia per sempre, e ovviamente la cosa sembra più drammatica in paesi a basso tasso di lettori come l’Italia).

  3. Questa pretesa di vittoria la trovo sempre più buffa. E più tragica. Perchè vincere senza aver compreso quale sia l’obiettivo è semplicemente impossibile. Davvero, la prima vittima di questa minima querelle sulla pretesa vittoria è proprio il buon senso.

    • Attenzione, io l’entusiasmo lo capisco – c’è una enorme ricchezza di offerta, e c’è il senso di rivalsa degli sfigati che ora si sentono vendicati.
      Ma i dati non sono entusiasmanti, e accontentarsi è una china terribiloe dalla quale è difficile sfuggire.

  4. Quando ero piccolo, mia madre mi comprò un libro di Asimov intitolato “Domani!”. Questo era una raccolta di saggi, del sopracitato Asimov, incentrati sulle possibili rivoluzioni tecnologiche del futuro. Uno dei dispostivi immaginati dall’autore permetteva di proiettare direttamente nella mente del suo fruitore una storia e, allo stesso tempo, avrebbe concesso la libertà di “vestire” questa storia con gli accessori più consoni ai nostri gusti: dall’aspetto dei protagonisti fino all’ambientazione. La stessa storia, ma in una infinità di versioni Ad un certo punto Asimov si stoppa e sbotta: ma questa invenzione esiste già, è il libro!

  5. Gran bel post. Negli ultimi usciti sull’argomento, non avevo pensato al pericolo connesso al declino della narrazione scritta – ovvero, alla fine dell’immaginazione. O quantomeno, ad un indebolimento micidiale della capacità immaginativa. Che avrebbe conseguenze difficilmente immaginabili. Sono d’accordo, il declino della narrazione scritta è il declino della capacità di raccontare storie – una delle caratteristiche intrinseche dell’uomo.

    Tuttavia, vorrei spezzare una lancia in favore dei miei poveri, amati videogiochi😀.

    Che certo tu non discrimini – come dimostrano i recenti post su Prince of Persia, e d’altronde videogames e giochi di ruolo cartacei hanno fatto tanta strada assieme, negli ultimi vent’anni. Allora, posto che effettivamente NULLA sostituisce la lettura per la sua capacità di “riempire i vuoti”: ognuno di noi ha nella testa l’immagine mentale del SUO sandokan, aragorn, conan ecc. con tanto di voce e andatura uniche. E’ un piccolo tesoro immaginativo che ci aiuta a preservare la nostra unicità di individui.

    Però, non credo che il videogioco sia un medium particolarmente “veloce” nè che renda il fruitore (sempre) passivo.
    Per cominciare, un RPG al computer può tranquillamente prendere 50-60 ore (devo dire che negli ultimi anni l’estensione dei mondi di gioco ha perso qualcosa, nella media, in grandezza e varietà: oggi forse siamo a 30 ore circa)., se si vuole goderne appieno. Hey, 60 ore sono UN SACCO per un lettore forte, quali immagino siano gli utenti di questo blog. Quanti libri riuscite a leggere in 60 ore? E se da un lato è vero che la lunghezza di certi giochi è dovuta alla ripetitività delle azioni (uccidi mostri, prendi il tesoro), non si tratta di una regola universalmente valida.
    Nella saga di Balur’s Gate si menano parecchio le mani, ma ce la si può cavare parecchio anche con i dialoghi – e, soprattutto, si prova un vero e proprio “piacere” a viaggiare in lungo e in largo per il mondo di gioco, scoprendone le bellezze (leggasi fondali dipinti), la storia (ovvero un’infinità di quest e di NPC memorabili) e gli imprevisti (enigmi, trappole, ecc.). Nulla di nuovo sotto il sole: questi, e ancor più numerosi elementi li aveva già Darklands nel 1992. E anche Mass Effect (2007), Dragon Age (2009) e una lunga serie di interessanti ibridi come The Witcher, Dishonored, STALKER e Jade Empire sono al livello di questi mostri sacri. In sostanza, cosa voglio dire? Che ci sono moltissimi giochi di ambientazione fantastica (non solo RPG: basti pensare ai primi due Thief o alla saga di Half Life) che regalano al giocatore decine di ore di “immersione narrativa”, e se è vero che spesso si tratta di giochi story-driven (non sempre è così: negli anni si è affermato l’uso del finale multiplo, Torment ha fatto scuola), ciò non toglie che offrano ottime storie di sf e fantasy. Spesso ambientate in mondi completamente originali. Libere in massima parte dalle pastoie censorie del cinema, e dunque fruibili da un adulto. Soprattutto, nel videogioco il giocatore é “parte” vivente e agente della storia. Sottolineare i pregi dell’interattività sarebbe ovvio, mi limito ad aggiungere che questi giochi invogliano dei preadolescenti a padroneggiare meccaniche abbastanza complesse, migliorando le loro capacità di apprendimento e divertendosi nel mentre. Lo stesso vantaggio del GDR cartaceo, con in più la forza di essere estremamente “catchy” per le giovani generazioni (TUTTI videogiocano oggi, dal pendolare che alle 7 di mattina gioca a candy crush sul cellulare a chi ha una vita alternativa su WoW. IL videogioco è diventato onnipervasivo, e anche di questo forse ci stiamo accorgendo poco). Immersivo, narrativamente complesso, attivo nella misura in cui il giocatore compie scelte che alterano il risultato finale.
    In più, il videogioco potrebbe essere il seme di qualcosa di diverso.
    Sia perché gran parte dei videogames odierni risponde alla combo “supremazia occidentale – armi- eroe maschio bianco” (Call of Duty, insomma), e là fuori ci sono ancora molte storie in attesa di essere giocate; sia perché il videogioco potrebbe fondersi con altri media.
    Se fra dieci anni un bambino guardasse la ventesima stagione di Game of thrones, e mettendo pausa prima di un ennesimo, truculento duello avesse la possibilità di prendere un joypad (o quel che sarà) e giocare in prima persona, modificando l’esito dello scontro e della storia? Un prodotto camaleontico insomma, in grado di adattarsi alle esigenze del giocatore…venendo modificato da esse. E dando vita non ad uno , ma a 50 finali diversi. Nulla nasce dal niente,e tutto ciò può suonare come un aggiornamento del libro game – lo è, ma con la possibilità della transmediality come valore aggiunto: mi allontano dal televisore e inzio un intrigo sulcellulare a base di messaggi whatsapp con questa o quella fazione in gioco, e sempre in relazione alla stessa puntata di Game of Thrones 20. Quest’idea venne avanzata alcuni anni fa da un fumettista romano, Roberto Recchioni (o almeno, io l’ho pescata lì :D). Tutto ciò mi porta alla domanda: se inventeremo storie interattive, modificabili, fruibili contemporaneamente su una pluralità di media con modalità diverse…ok, la società si ridurrà ad una massa di zombie catatonici, ma non sarebbe una forma di narrazione “inaspettata”?

    Chiedo scusa per la lunghezza del post, e…se tutto ciò suona come la difesa acritica del propro medium preferito da parte di un vecchio appassionato, vi prego di dirmelo. Si migliora grazie ai consigli altrui.

    • Una domanda: i videogame stanno diventando più complessi o più semplici?
      C’è qualcosa di complesso come un Diablo 2 pieno zeppo di sinergie, alberi delle abilità, oggetti magici rari unici rune parole di potere e tante tante statistiche, e tutte quelle altre cose che rendono quel gioco così apparentemente semplice, punta & clicca, e al tempo stesso così complicato ai livelli alti?
      Sarebbe Diablo 3, quello che usi (o si usavano) soldi veri per farti l’equipaggiamento?
      Qualcosa di innovativo o spiazzante come Sacrifice (2001) o Dungeon Keeper 1 nel quale tu interpreti il signore del male?
      Sbaglio o è tendenza dei nuovi open world ridurre la complessità?
      Mai giocato a Morrowind TES3? Non ti pare che Skirym TES5 sia molto più semplice, e che dire di fallout 4 (gran successo WoW), che è easy easy con elementi di RPG ridicoli, e odiato da chiunque conosca la serie Fallout?
      Anche noi hard gamer, o anche semplici videogiocatori, abbiamo vinto, oppure molto gentilmente il mercato ci ha messo nell’angolo dei “old and grumpy”, favorendo invece sempre più titoli facili facili usa e getta?

      “supremazia occidentale – armi- eroe maschio bianco”
      La WII è stata combattuta in gran parte da soldati “caucasici”, era un loro “privilegio bianco(?)” essere uccisi in massa.

  6. Allora, sulla semplificazione delle saghe da te citate, non posso che trovarmi d’accordo. Quelle citate da me, invece, rappresentano l’altra faccia della Luna – e non so dire quale delle due stia prevalendo. Occorrerebbe costruire un “indice di complessità” dei videogiochi, ed applicarlo a tutti i maggiori brand videoludici. Sarebbe una ricerca interessante da fare, ma purtroppo non sono uno statistico. Vorrei però fare tre ulteriori osservazioni a riguardo:
    1) Molti giochi in passato erano più difficili, ma non più complessi (molti platform o FPS orizzontali ad esempio): l’elevata difficoltà serviva a rendere più difficile terminare il gioco (prolungandone in maniera distorta la longevità, il che conveniva parecchio ai tempi del mercato dei coin-op), ma ad essa non corrispondeva necessariamente un mondo di gioco particolarmente ampio e diversificato.

    2) Il discorso non è completo se non si considerano due novità legate fra loro, ovvero il mercato indie e il crowdfunding. Il sottobosco indie ha permesso a migliaia di sviluppatori di farsi le ossa, creando tanti titoli tutt’altro che banali o semplici: Warning Forever, Samorost, quel folle inno alla complessità che é Dwarf Fortress. Se vogliamo, il “genere” indie, oltre a mostrare un elevato livello di diversificazione e di creatività, ha contribuito a recuperare lo spirito pionieristico della golden age, quello che permise la anscita di progetti estremamente personale come le saghe di Ultima e Wizardry. Dato che i titoli indie odierni, grazie alla diffusione via Internet su grandi portali ((personalmente conosco Steam e GOG), vendono decine o centinaia di migliaia di copie, il fenomeno non va preso sottogamba. Il crowdfunding applicato ai videogames, inoltre, sta permettendo a nuovi sviluppatori di entrare nel mercato con progetti di nicchia, o a vecchi leoni di tornare in campo con progetti molto complessi (penso ovviamente a Star Citizen di Roberts).

    3) Chiariamoci: io parlo di GDR perché gioco sopratutto quelli, ma esistono giochi che riescono ad essere complessi ed innovativi senza dover ricorrere alle statistiche. Basti pensare ai due Super Mario Galaxy, che offrono una giocabilità complessa senza ricorrere ad un’interfaccia che richieda un manuale stile Mechwarrior per giocare. D’altronde, anche Mario 64 all’epoca fu un successo perché implementava la terza dimensione e ne faceva un uso concreto.

    Insomma, non so se i videogiochi vadano verso la semplificazione o meno – servirebbe una ricerca estensiva. Certo è che la preoccupazione di una semplifcazione dei contenuti, narrativi e non, sembra interessare tanti settori: Davide ha parlato della narrativa, tu dei videogames, e sappiamo come il PG-13 stia uccidendo il cinema. Sarebbe interessante domandarsi quale sia il denominatore comune di questa semplifcazione generale, perché cercandolo ci accorgeremmo se essa esista o meno.

    La mia battuta sul “maschio bianco” era ripresa da Matteo Bittanti, che una volta aveva fatto notare come il mercato videoludico mainstream ci faccia sempre interpretare lo stesso tipo di eroe: militare o militarista, bianco (o comunque non parte di una minoranza, se non intesa come eccellenza altamente addestrata) e occidentale (su cosa si definisca occidentale, ovviamente, potremmo dibattere per 70 commenti). In altre parole, Bittanti lamentava un appiattimento, rivendicando giochi come Journey come alternative a questo ..boh, lo chiamerei conformismo narrativo.

    • I miei due centesimi.
      Sulla complessità a partire dal passato ci sarebbe tanto da dire ma, saltiamo tutto, mi limito ad creare un neologismo per avanzare una (mia) ipotesi su tante vittorie (di Pirro).
      Maintream-izazzione.
      Ok come termine fa schifo ma credo renda l’idea di come la situazione attuale si stia evolvendo in un seguire la corrente principale in fatto di gusti per massimizzare i guadagni.
      Torniamo ai videogame, all’inizio eravamo pochi, numerosi nella generazione di (allora) giovane ma sempre pochi rispetto agli altri, ed eravamo emarginati e derisi, ma chi produceva per noi seguiva i nostri gusti, cercava di anticiparli e noi per la maggior parte eravamo “esigenti”, ma poi la cosa ha iniziato ad avere successo, era scontato col ricambio generazionale, fino che ora tutti potenzialmente giocano su piattaforme diverse, così smartphone e tablet fanno concorrenza ai pc e le consolle, ci si sgomita e quando si pensa ad un videogame di successo si cerca di ottimizzare per tutti, si cerca di avere più “consumatori”, ma questo ha il suo prezzo.
      Come per libri o film, se sei un appassionato pretendi un qualcosa di più, ma se invece sei uno dei tanti che per “passar/bruciare tempo” si appassiona di sfuggita al genere, le cose cambiano, così magari il film c’è chi lo vede solo perché c’è Tom Cruise e/o azione con annesse esplosioni multicolori, e il libro sul fascinoso vampiro o simile lo legge perché in realtà è “sooo cute kawaii!”, e così c’è chi gioca tanti giochi in modo superficiale facendo a malapena caso alla grafica.
      A simili “consumatori cosa si da, prodotti innovativi e curati oppure, facile economico junk food?
      La tendenza che s’intravvede nei videogame è che non servono più scenari sfondi trame o intrecci che continuino a generare mondi alternativi nel dopo partita, che è inutile se non dannoso avere un qualcosa provvisto di strategie o tattiche complesse piene zeppe di variabili da elaborare “off game”se il tutto deve poi essere venduto come semplice “passatempo”.
      Il passatempo per sua natura deve essere leggero, al massimo dopo ci si può comprare una t-shirt con Street fighters 2 che fa molto figo, retrogamer, e tanto big bang teory, ma poi tutto finisce là.
      Si insomma la solita storia del “è diventato commerciale”, certo ci sono le produzioni indie, così titoli come Five nights at the freddy’s possono andare “virali”, oppure ci sono titoli come We happy few che sembrano davvero interessanti ma, per il resto, la dove scorrono i soldi il risultato è l’appiattimento superficiale e il blockbuster per tutti, se non nei casi peggiori junk food a volontà.
      I soldi degli appassionati sono uguali a quello degli altri, dimmi chi porta più soldi e ti dirò dove penderà la bilancia, senza contare che più spazzatura si mangia e più quella diventa gustosa, il che non è di buon auspicio.
      Ma forse mi sbaglio, noi “grumpy old men” si sa, siamo irrascibili e sempre là a rompere con i “bei tempi andati”.

      Conformismo narrativo? Si certo è vero, ma è anche vero che certe cose sono il riflesso di tempi passati, ora in evoluzione, e se in passato poteva capitare di avere PG di un certo tipo ora lo si può sempre più scegliere, insomma a meno di non essere dei “nazi sjw” si può anche archiviare quello che è stato senza doverlo processare e condannare al rogo in pubblica piazza, anzi da parte mia di solito scelgo tizie redguard per i tes e i fallout, è divertente avere una sangue di drago “molto abbronzata” in un mondo pieno zeppo di Nords, o a spasso nelle zone contaminate.

      • Il fenomeno della mainstreamizzazione esiste, e probabilmente tu hai ragione: il mercato va dove vanno i soldi, e i casual gamers sono più numerosi degli appassioanti. Però, a differenza del cinema, il videogame è qualcosa in cui -forse illudendomi- vedo ancora uscire blockbuster dotati di valore artistico. Voglio dire, Bioshock infinite era chiaramente un blockbuster, e per di più un sequel, eppure parliamo di un capolavoro con inquietanti rimandi alle origini dello spirito americano…

        O forse non sei poi così grumpy, e semplicemente non voglio arrendermi nonostante tutto.

  7. <>

    Se mi posso permettere di citarti, questo è il succo di tutto il problema. Il fantastico sta vincendo (e questo è forse quello su cui non concordiamo) ne sono convinto, ma sta vincendo in uno scenario di desolazione. Il fantastico vince ma vince conquistando un territorio già arido e che genera poco frutto. Per chiunque avesse vinto, il bottino sarebbe stato misero.
    La speranza, se ci fosse qualche speranza, è che il vincitore riesca a invertire la tendenza, prima che l’ultimo raccolto non produca più seme.

    • Ma apparentemente nessuno ha l’interesse commerciale per per invertire la tendenza. Ai ragazzi del marketing va bene così. Una volta inaridito questo trerritorio, passeranno a qualcosa di diverso, e spremeranno anche quello fino all’ultima goccia, senza alcun pensiero per il futuro a lungo termine.

  8. La frase dell’utente sopra è la perfetta semplificazione del pensiero: i soldi dei non appassionati sono uguali a quelli degli appassionati. E per sopravvivere bisogna cercare di farne il più possibile. L’appiattimento commerciale è l’unica possibilità, si vede nel cinema fumettistico/fantascienza/fantasy, si vede in molti fumetti, si vede nei libri.
    L’unica speranza, per me è che il tricke down (mamma mia che brutto termine) arrivi anche agli strati più bassi o che (come accadeva con la marvel/marvel knights e vari sping off) anche i grandi studios/case editrici/etc.) abbiano modo di finanziare con i piccioli dei loro grandi successi, autori/progetti meno mainstream dal punto di vista commerciale ma anche più gustosi. La marvel movie, con tutti i se e con tutti i ma del caso, secondo me un pochino sta provando a fare questo (anche perchè ormai quasi tutto quello marchiato Marvel vende) con film minori come Ant-Man e Dr.Strange e soprattutto nelle serie tv con il ciclo dei Defenders (Daredevil, Iron Fist, Jessica Jones, Luke Cage). Magari fallisce, ma almeno il tentativo.

    • Ma se i non-appassionati sono quelli che ci danno più soldi, noi produrremo materiale per i non-appassionati, e che gli appassionati si arrangino, o paghino di più.

      • Esattamente….

      • Esattamente una parte del mio pensiero e non solo sopra, si spera che con l’enorme massa di soldi in arrivo, qualche coraggioso riesca ad avere qualche fondo (lo 0,000001%) per poter finanziare i suoi progetti (un libro, una ristampa, un film, un fumetto). Del resto se una casa editrice come Nottetempo riesce a trovare i soldi per una bella edizione dei racconti di Sheckley, per me vuol dire che c’è sempre una speranza.

        • Sì, immagino sia un po’ come quando i grossi volumi di vendite di MacDonald vanno a incrementare gli incassi e a migliorare l’offerta delle piccole trattorie a conduzione familiare, vero?😀

          • Beh no, sarebbe come se McDonald con lo 0,1% dei suoi incassi finanziasse una sua catena di piccole trattorie. O ancora, che uno dei soci di McDonald (o dirigenti) con i megapaperdollari fatti con McDonald ci si aprisse una serie di trattorie o una trattoria ottima.
            Però è un paragone un pò del menga, perchè non sono proprio settori simili (anche se per alcune cose si assomigliano).

            • A me non risulta che la Hacette finanzi la Pro Se Press, per dire, e la Dark Horse Comics possedeva la Sequential Pulp, e se SDequential Pulp voleva fare le sue cose, doveva fare dei gran Kickstarter, per cui ho la strana impressione che non funzioni come dici tu.
              Ma probabilmente sbaglio o sono prevenuto. Noi che facciamo esempi del menga tendiamo a essere prevenuti, dovete capirci🙂
              Però è curioso, perché da quel che vedo i grossi sistemi media (Disney,per dirne uno) tendono a comprare e annientare le piccole realtà, non ad aiutarle a crescere.
              Ma ripeto, sono io che sono prevenuto, e sarei felice di sentire degli esempi concreti in cui questo fantomatico trickle down ha funzionato e sta funzionando.

              • Hai vinto te, ho espresso male il mio concetto😦 peccato perchè su una visione più pessimistica della questione sono sostanzialmente d’accordo con te. son un p***a.

                • Il trickle down era teorizzato (e molto probabilmente lo è ancora oggi da Trump) nell’epoca Reaganiana, dove si pensava che tagliando le tasse ai più ricchi, ne avrebbero beneficiato anche i più poveri.

                  Sappiamo come è andata a finire.

                • I poveri hanno vinto: non ce ne sono mai stati tanti come adesso.

                • Il punto non è essere un pirla o meno🙂
                  Indubbiamente, a livello di properties, tutti i soldi raccolti da tutti i diversi ambiti arrivano nella stessa cassa: Marvel (cioè Disney) incassa dai fumetti, dai film, dai gadget, dai tie-in, dai costumi, dai telefilm. In questo senso è vero, che comprare una maglietta di Wolverine è come comprare un fumetto di Capitan America o andare a vedere il film degli Avengers, o giocare al videogioco del Punitore. Ma questo non fa di questi media un continuum, e non fa dei fruitori di uno necessariamente dei fruitori dell’altro. E alla fine della fiera, quando tutti i quattrini sono in cassa, il padrone della cassa, cioè Disney, decide come reinvestirli.
                  E trattandosi di imprese commerciali, non di divinità benevole, i soldi verranno reinvestiti in ciò che finora ha reso di più, e all’inferno le nicchie. Le nicchie costano e non ripagano l’investimento. Per questo motivo non vedremo un secondo film di John Carter. Perché Star Wars e Avengers, che sono dello stesso padrone, rendono infinitamente di più.

          • Però che amarezza non rivedere un secondo John Carter, a me il primo aveva divertito molto.

  9. Parlando di piccole trattorie, qualcuno sa che fine abbia fatto Delos? Ricordo che la rivista era nata online su iniziativa di alcuni lettori, e che era divenuta una vera e propria casa editrice – una volta agguantai una loro antologia di racconti di fantascienza italiani con un piccolo gioiello dentro, Il cimitero degli elefanti. Che fine ha fatto questa specifica trattoria?

    • “qualcuno sa che fine abbia fatto Delos?”
      Pubblica qualunque cosa gli capiti sotto tiro o quasi. La sezione della loro offerta che, per loro stessa ammissione, tira di più, sono racconti erotici.

      • Se ben ricordo, stando ai dati pubblicati, i loro titoli vendono in media 70 copie.
        Certo, non conosciamo né la Moda né la Mediana che sarebbero probabilmente più interessanti della Media.
        (ok, scusate, è che io e la statistica… lasciamo perdere)

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