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Un po’ d’azione per le feste: Into the Badlands

2 commenti

La storia vi sarà probabilmente familiare…
Ci sono state “le guerre”1, e la civiltà umana è sprofondata nel caos.
A rimettere le cose a posto ci hanno pensato i Baroni, sette individui che detengono ciascuno il monopolio di una risorsa indispensabile a tutti, e che perciò mantengono un precario equilibrio del potere.
Dove gli accordi commerciali non bastano, ci pensano i “clipper”, guerrieri addestrati per difendere gli interessi dei loro padroni.
Ma ora l’assetto sta per cambiare, ci sono nuove forze in campo, e niente sarà più come prima.

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Into the Badlands è una serie americana prodotta nel 2015, e della quale è attualmente in lavorazione la seconda stagione. Si tratta di fantascienza post-apocalittica e vagamente distopica, con elementi adatti a catturare l’attenzione della Hunger Games generation, ma al contempo abbastanza intelligente e matura da poter interessare anche ad un pubbliuco un po’ più smaliziato.
Mi sto guardando la prima stagione in queste notti, e non mi dispiace affatto, anzi.

L’idea di base della trama portante non è nulla di nuovo o di straordinariamente originale. Into the Badlands è (principalmente) la storia di Sunny (Daniel Wu), il miglior clipper del Barone Quinn. Guerriero formidabile, Sunny è un individuo alla fine abbastanza decente, che si rende conto di essere al servizio di un cialtrone, e decide che la cosa non gli sta bene.
E come cialtrone, il Quinn di Marton Csokas si qualifica a pieni voti: spietato, mellifluo, bramoso di potere e incapace di sentimenti umani, e con in più l’aggravante di un look da hipster post-catastrofe, il Barone detiene il monopolio dell’oppio, e si trova a dover gestire una situazione che va progressivamente degenerando: Quinn sta morendo, ha una moglie che è una versione intelligente di Lady Macbeth e una concubina ambiziosa e manipolatrice; suo figlio non ha la stoffa per succedergli. E la nuova arrivata sulla scacchiera del potere, la Baronessa Minerva, anche nota come la Vedova, pare ben intenzionata a farlo fuori.
E la Vedova (Emily Beecham) è un personaggio tanto sinistro quanto affascinante e letale.

Ci sono un paio di plot secondari che arricchiscono e complicano la trama, ma nulla che possa generare particolari mal di testa nel pubblico.
Miniserie limitata a sei episodi da 42 minuti, Into the Badlands gioca bene le sue carte.
La società “ideale” nella quale le armi da fuoco sono state proibite ruota tutta attorno alle arti marziali, e tutti i personaggi sono in grado di fare quelle cose che di solito si vedono nei film di Hong Kong; questo fornisce a sceneggiatori e registi la scusa per inserire un paio di combattimenti altamente coreografati e decisamente divertenti in ogni episodio.
Ed è bello trovare un regista che sa finalmente come muovere la macchina da presa per riprendere un combattimento in maniera decente.

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Il look della serie, con il suo mix di western, tecnologia in stile anni ’50 quasi-dieselpunk e brutalità medievali è interessante e divertente, ed è bello – avendone la possibilità – fare il fermo immagine per leggere i titoli sulla costola dei libri, o per studiare certi arnesi medici che sono scomparsi con la Guerra Fredda.
Il cast è ottimo, e popolato di facce relativamente nuove.

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Certo, lo sviluppo è prevedibile, ma in una storia di questo genere la prevedibilità non è necessariamente un problema. Nel momento in cui viene messo sul tavololo lo schema “tiranno scellerato + famiglia disfunzionale + guerriero onorevole” sappiamo dove stiamo andando, e ciò che importa non è tanto la destinazione, quanto che il viaggio sia divertente.
E Into the Badlands è divertente. I protagonisti non si perdono in ridicoli sproloqui, azione e dialoghi sono ben bilanciati, ed alla fine parliamo di un filmone di circa 4 ore, suddiviso in sei parti, e c’è ben poco spazio sprecato.
I tempi stretti impediscono anche agli sceneggiatori di infilarci un terzo di scene di sesso gratuite “tanto siamo su pay TV”, e non ci sono grazie al cielo personaggi che parlano in sanscrito stretto o in fiammingo creolo solo per il gusto di metterci i sottotitoli (sto guardando voi, Game of Thrones e Black Sails).
Anche a livello di metaplot, la mano dei creatori è quantomai leggera – ma ancora una volta, in sei episodi c’è un po’ poco metaplot da metterci.

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In ultima analisi, Into the Badlands è una buona serie di fantascienza soft, decisamente virata all’azione, e che vale il tempo dedicato a guardarsela.
Non pare abbia generato culti o radunato folle oceaniche di fanz assatanati, ma questo è – tutto considerato – un vantaggio.
La seconda stagione partirà in primavera, e sarà di dieci episodi – se gli sceneggiatori riusciranno a mantenere lo stesso livello di qualità e di economia, sarà un vero piacere tornare nelle Badlands.

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  1. avete notato che da un po’ di tempo non si parla più di guerra al singolare, in narrativa? Curioso, vero? 
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Autore: Davide Mana

Paleontologist. By day, researcher, teacher and ecological statistics guru. By night, pulp fantasy author-publisher, translator and blogger. In the spare time, Orientalist Anonymous, guerilla cook.

2 thoughts on “Un po’ d’azione per le feste: Into the Badlands

  1. Ottima segnalazione ! Grazie 1K!

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