strategie evolutive

ciò che non ci uccide ci lascia storpi e sanguinanti

Indignazione e risolutezza

10 commenti

Io non dovrei essere qui a scrivere queste cose.
Dovrei finire di scrivere un racconto di 6000 parole ambientato nell’universo di Hope & Glory, e che devo consegnare entro la mezzanotte al mio amico Mauro Longo, perché lo inserisca nel prossimo Almanacco dei Mondi Selvaggi.

Ma è successa questa cosa, vedete.
Un ragazzo di trent’anni, che si chiamava Michele si è suicidato.
E ha lasciato una lettera, che trovate qui, e che vi invito a leggere.
Io avevo deciso di non parlarne, ma poi la mia amica Silvia ha commentato, sul post di Angelo Sommobuta, che se ne deve parlare.
E Silvia ha ragione.

Ma come si fa a parlare di ciò che sentiva e provava una persona di trent’anni che si è uccisa?
Con che faccia, con che coraggio?
Ho vissuto gli ultimi anni al fianco di una persona che parlava di suicidio con frequenza crescente, e tuttavia ho visto la paura sulla sua faccia mentre il cuore si inceppava.
La morte è una cosa seria, non se ne deve parlare con leggerezza.
Non la nostra, non quella degli altri.

Però qualcosa è necessario dire, perché è giusto.
Andrò a ruota libera, quindi non garantisco un discorso coerente – siete stati avvisati.

I giapponesi hanno una parola per descriverlo.
I giapponesi di fatto hanno una parola per descrivere un sacco di cose per le quali noi di parole ne usiamo sei.
La parola alla quale sto pensando è funshi.
Il suicidio per indignazione. Il darsi la morte per segnalare quanto lo stato delle cose, e le azioni di certi individui ci abbiano offesi, oltraggiati e indignati, quanto sia inaccettabile, offensivo, lesivo non solo della nostra dignità ma di quella dei nostri interlocutori.
Suicidarsi per obbligarli, con la nostra morte, a morire a loro volta, o a vivere per l’eternità nella vergogna.

È ciò che ha fatto Michele, o per lo meno è così che io lo leggo.

E ora, io ho letto il post di Angelo Sommobuta a riguardo, e anche quello di Hell Greco.
Non concordo con loro su un paio di punti.
Io non credo sia una generazione ad essere stata derubata, come dice Hell – perché ad essere stata derubata è una intera società, una intera cultura.
Siamo noi, indipendentemente dall’età.
E non credo ci sia stato rubata la normalità, come dice Angelo, e non credo ci sia stato rubato il futuro – perché nessuno di noi vedrà mai il futuro, possiamo solo immaginarlo, e la normalità è qualcosa di fluido e mutevole, e cambia troppo rapidamente.

Credo che ciò che ci è stato sottratto siano le possibilità.
Rubate, badate bene – non distrutte, cancellate o annientate o negate.
RUBATE.
Perché sono ancora là, e sono ancora le nostre, solo che ad usarle è qaulcun altro.
Pensateci.

Dì che ti mando io.

Mai sentita, questa frase?
È una frase pronunciata da qualcuno che ha rubato una vostra possibilità, e ora la sta amministrando in vostra vece. La vostra possibilità di dire, fare, essere, che è vostra, non dipende più da voi,ma da un altro che vi rivende ciò che vi ha rubato. Perché ci sarà un prezzo da pagare, lo sapete.

Non fate quella faccia, ci siamo passati tutti.

Perché accettiamo questo stato di cose?
Perché dobbiamo vivere.
Sputare in faccia a questi bastardi significa suicidarsi – civilmente, se non fisicamente.
Lo so io, lo sapete voi.

Peggio – non abbiamo neanche bisogno di saperlo.
Ci adeguiamo e basta, perché altrimenti si muore, è uno stato di cose nel quale ci muoviamo come i pesci nell’acqua – non abbiamo bisogno di sapere che l’acqua è lì, per nuotarci.

E d’altra parte, cosa si può fare, quando si hanno le capacità, le competenze, la necessità e la volontà, ma non la possibilità di fare alcunché?
Perché credete che ci sia così tanta gente infelice, là fuori?
Per i soldi? Ma non dite idiozie, per cortesia.
Per la popolarità, il prestigio, il posto fisso, la carriera, la famiglia, le vacanze, la pensione, i figli, le auto veloci, il prossimo film di Guerre Stellari?
Quelle sono solo cose.
No, è solo che ci è stata rubata la possibilità di scegliere, di scegliere veramente.
E con lei la vita.
Perché vivere significa scegliere, significa prendersi delle responsabilità ed esprimere delle possibilità.
Senza possibilità, non è vivere.

Ci si suicida.

Il funshi dei giapponesi è un modo per sputare in faccia a questi ladri.
Ai quali non importa, che gli sputiamo in faccia, perché non hanno alcuna dignità, a meno che non lo si faccia in pubblico, perché in pubblico danneggia la loro immagine.
E davvero, sputare in faccia a questa gente equivale a suicidarsi.

Non è un problema dei trentenni, dei quarantenni o dei cinquantenni.
È un problema di tutti – perché è l’intera società a essere intrappolata in questo vicolo cieco.
L’economia, l’industria, la politica… dettagli.
Il problema è culturale.
È il permanere di una mentalità che ci arriva direttamente dalla cultura pre-industriale.

E poi qualcuno muore, e si fanno dei post su dei blog.
E quelli che dovrebbero essere schiantati dalla vergogna, additati al pubblico disprezzo, spinti essi stessi al suicidio per la disperazione nel dover fronteggiare la propria squallida mancanza di dignità, la propria meschinità, il proprio essere il Male…
Quelli no.
Quelli non si suicidano.
Quelli hanno imparato da tempo a vivere nella loro personale realtà, lasciando agli altri il conto da pagare.

I giapponesi sono strani.
Hanno una parola per il suicidio motivato dall’indignazione, quello che dovrebbe gettare la vergogna sui nostri interlocutori.
Questa parola,come dicevo, è funshi.
Ma per qualche strano motivo, il dai-funshi è una cosa completamente diversa – è la grande risolutezza.
Si tratta di un precetto dello zen – ci vuole una grande risolutezza per accettare la realtà dolorosa dell’esistenza, il dubbio continuo e assoluto, il dai-gidan.
E ci vuole una grande fede, il dai-shinkon, per andare avanti.

Fede in chi, in cosa?
In noi stessi, perché non esiste altro.

Forse è ora di cominciare a sputare in faccia ai bastardi.
Anche se loro cercheranno di farci credere che sta solo piovendo.

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Autore: Davide Mana

Paleontologist. By day, researcher, teacher and ecological statistics guru. By night, pulp fantasy author-publisher, translator and blogger. In the spare time, Orientalist Anonymous, guerilla cook.

10 thoughts on “Indignazione e risolutezza

  1. Ho letto la lettera scritta dal poveretto. Personalmente credo che sia stato vittima dello statalismo assistenzialista italiano che radica questo genere di pensieri fin dalla scuola. Lo capisco da quel “mi è dovuto” che ho letto nella sua lettera. Non ci è dovuto nulla, se non essere lasciati in pace di svolgere il lavoro e la vita che ci siamo scelti. Se invece di ragionare con “è mio diritto lavorare” (che poi in Italia è inteso come “è mio diritto avere una rendita a fine mese”) questo ragazzo avesse ragionato con “devo fare qualcosa che sia utile e apprezzato dagli altri, più sarà utile e apprezzato più guadagnerò e più sarò gratificato”, allora io credo che sarebbe anche cambiata la sua percezione della vita, perché, in barba alla costituzione più bella del mondo, avere un lavoro, e quindi uno stipendio, non è affatto un diritto naturale, cosi come essere apprezzati dall’altro sesso, la vita vera è questa, è una sfida continua, un po’ dura, che alle volte sento sopraffare anche me, ma che mi ha anche regalato soddisfazioni e gente meravigliosa con cui divido i miei giorni (non prima di aver preso batoste, delusioni, tentativi andati a male, perso soldi, notti insonni e tanto ancora e sopratutto so non che non è ancora finità. Insomma, questo povero ragazzo, la cui fine mi dispiace tantissimo, penso, da quello che posso capire dalla sua lettera, credesse gli fosse dovuto essere felice, e che quella felicità venisse dalla società che gli sta attorno, che avrebbe dovuto garantire affinché lui fosse felice. Ovviamente si sbagliava.

    • “devo fare qualcosa che sia utile e apprezzato dagli altri, più sarà utile e apprezzato più guadagnerò e più sarò gratificato”
      Mi piacerebe davvero tanto se fosse così facile.

      • Ma non è per niente facile! Ma di certo non è impossibile, anzi, accanto alla tragica storia di questo ragazzo ci sono anche storie di gente che c’è la fa alla grande e tanti altri, la grande maggioranza, che tirano a campare ma che vivono (e non sopravvivono) la loro vita, gente che anche in mezzo alle difficoltà riesce comunque a tirare la testa fuori dal fango. Ognuno ha il diritto di arrendersi, questo ragazzo ha esercitato il proprio diritto e rispetto e compatisco la sua angoscia anche perché l’ho provata per un lungo periodo della mia vita, ma non per questo ha ragione, anzi, ha dannatamente torto e a dire il vero mi dispiace più per i suoi cari che per lui.

        • Tu pensa come può essere vivere in una società in cui vengono a sbatterti in faccia che hai sbagliato persino dopo che ti sei ammazzato perché non ce la facevi più.

          • Impossibile sbatterti in faccia nulla dopo che sei morto, come scrive giustamente il poveretto, non gli riguarda più quello che succede oggi. Anche se potesse sentirci adesso (chi lo sa?) ma visto che il suo gesto ha avuto questa risonanza, è giusto parlarne ed è giusto criticarlo. Un gesto come il suo, cosi sponsorizzato dai giornali può diventare spunto per altri. Nel mio piccolo paese (se ti sembra opprimente il tuo viene a passare una settimana qui e non vedrai l’ora di tornare indietro) dopo il suicidio di un ragazzo (che per altro frequentava il mio negozio di allora) ci fu una serie di ben 3 suicidi, uno dietro l’altro, gente che aspettava il là per farla finita, emuli. Il tuo suicidio per “indignazione” serve solo a toglierti di mezzo e a far soffrire la gente che ti sta attorno e che a te teneva, non cambierà le cose, di questo stanne certo, non genera nulla se non sofferenza e la fine della tua battaglia. Un caso che mi ha colpito molto è quello di un imprenditore che si è dato fuoco davanti l’agenzia delle entrate, perché burocrazia ed equitalia gli stavano portando via tutto, è morto fra atroci sofferenze, ma la politica non ha battuto ciglio, qualche commento a pie pagina, una comparsata dalla vedova in TV, per il resto gli imprenditori sono tutt’oggi visti come il problema del paese (sporchi evasori), le tasse e la burocrazia sono tutt’altro che diminuite ma in compenso c’è una vedova sola a cui stanno portando via tutto perché equitalia non si ferma davanti a nulla, in altre parola non ha ottenuto nulla ma addirittura peggiorato la situazione delle persone a cui teneva, ha semplicemente perso e fatto perdere chi gli stava accanto (perché va detto anche questo, il suicidio è un gesto estremamente egoistico). Mi dispiace dirlo, perché era un ragazzo che evidentemente soffriva e in parte non posso non provare empatia verso di lui perché anche io ho sofferto come lui, ma ha fatto qualcosa di di veramente stupido.

  2. Francesco, per essere uno che afferma di aver passato situazioni difficili, lei è sorprendentemente pronto a giudicare altri che magari hanno vissuto le sue stesse difficoltà, se non peggiori.
    Tralasciando il fatto che questo diritto di giudicare (chi non si conosce, fra l’altro) è quantomeno abusivo, le viene in mente che porsi a giudici portando il proprio esempio come metro di paragone per le vite degli altri, oltre ad essere una cosa miope, sia sostanzialmente come pretendere che un paio di scarpe del suo numero debbano andare bene a tutti quanti?
    Visto che la cosa mi sfugge, posso chiedere come mai una persona allo stremo delle forze che non riesce più a tenersi a galla avrebbe “dannatamente torto”? A proposito di cosa?

    • La verità la conosce lui e l’ha portata nella tomba, possiamo solo cercare di comprendere da quello che ha scritto. Per il resto, per favore, non diciamo fesserie… qui non si tratta di giudicare, qui si tratta di prendere doverosamente le distanze da questo gesto, capire cosa è successo, condividerne il dolore, e magari sentirsi coinvolti, è giusto, ma il gesto in se è da condannare senza se e senza ma, non è mai la soluzione, non è mai la strada da scegliere, o vorrebbe consigliarla a suo figlio? “quando non c’è la fai più, ti senti oppresso e abbattuto, quella è la canna del gas, sai cosa fare”.
      Ha dannatamente torto ad essersi tolto la vita! Davvero ha bisogno che lo spieghi? Per quanto mi riguarda aveva il diritto di farlo, ma questo non vuol dire che abbia fatto bene.
      Quello che ho vissuto e che mi ha fatto soffrire avrebbe stroncato questo povero ragazzo che non voleva più sentire rifiuti dalle donne e dai datori di lavoro (sempre da quello che sappiamo), ma magari avrebbe fatto sorridere un qualunque altro tizio quando io invece ne rimanevo straziato, ma questo cosa vorrebbe dire? Abbiamo il dovere di diventare forti, di combattere ed essere migliori di quello che siamo oggi, se non per noi lo dobbiamo ai nostri cari. Se c’è qualcosa di positivo nella storia di questo povero ragazzo è comprendere che non ha scelto bene, che non ha vissuto bene il suo disaggio e farne un esempio negativo, da non seguire, nella sua lettera da anche un palese (mal)augurio a chi “rimane”, e i genitori lo vorrebbero martire perché “è il grido di dolore dei nostri ragazzi” , invece diventa quasi un dovere parlare contro e opporsi, compatire e dispiacersi si, anche empatia, cercare di comprendere, ma opporsi, far notare gli errori piuttosto che farlo diventare un simbolo per i suoi coetanei e non.

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