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Un caffé sul Nilo

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cafe-nileAnton Rider è un cacciatore bianco. Allevato fra gli zingari in Inghilterra e per questo alienato dalla società inglese, Anton ha trovato in Africa la propria casa e la propria vocazione. Una vocazione ala quale ha sacrificato la propria famiglia. Ma dopo la crisi del ’29, organizzare safari non è più un’attività redditizia, e Anton si ritrova spiantato al Cairo. L’ipotesi, accompagnare una comitiva di ricchi americani in una battuta di caccia in Abissinia.
Anton è senza un soldo ma non è solo. Al Cairo vive la sua ex moglie, Gwenn, insieme coi loro due figli. Al Cairo i vecchi compari di Anton, l’anziano lord Penfold, che un tempo gestiva un albergo in Kenya, e Olivio Alavedo, un nano cresciuto a Goa, machiavellico e intrallazzone, stanno cercando di montare una colossale speculazione su quello che è il vero tesoro dell’egitto: il cotone.
E c’è un ex piantatore tedesco, un altro vecchio amico dei tempi del Kenya, che si sta preparando a sottrarre migliaia di dollari in argento agli Italiani. Perché gli Italiani stanno ammassando truppe, rifornimenti e denaro, e si apprestano ad invadere l’Abissinia.

A Café on the Nile è il secondo volume della trilogia africana – anche nota come Trilogia di Anton Rider – scritta dal giornalista americano Bartle Bull. Ma se è vero che i riferimenti al primo romanzo, White Rhino Hotel sono frequenti, è anche vero che la storia è perfettamente autoconclusiva.
Si tratta di narrativa d’avventura, ed avventura storica nello specifico, ma la scrittura di Bull – che ha all’attivo lunghi anni in Africa, un volume splendido sull’età dell’oro dei safari, e la militanza nell’Explorer’s Club e nella Royal Geographical Society – è di un livello elevatissimo.
Per cui magari non vi interessa nulla dell’avventura, dell’Africa, della caccia e della guerra, del confronto fra individui disperati e forze che, per loro natura, sfuggono al controllo degli esseri umani.
Può darsi che non vi interessi nulla neanche dei personaggi – e tuttavia il cast di A Café on the Nile è vastissimo, perfettamente caratterizzato, e composto da personaggi che coinvolgono il lettore, personaggi dei quali ci importa sapere come andrà a finire.
E ammettiamo che potrebbe non interessarvi nulla del tema che sottende l’intera trilogia – il crepuscolo dell’avventura coloniale africana fra le due guerre.
Ed è persino possibile che non vi importi neanche degli eventi storici che fanno da sfondo all’azione – l’avventura italiana in Abissinia durante il ventennio, quando gli italiani brava gente usarono i gas nervini in aperta infrazione della Convenzione di Ginevra, perché era un imperativo categorico riconquistare ciò che era stato sottratto nel 18961.

Forse di tutto questo non vi importa nulla, ma dovreste leggere ugualmente A Café on the Nile per la scrittura. Per il modo in cui Bull riesce a scrivere quella che potremmo definire avventura letteraria, per avere fra le mani la dimostrazione – casomai servisse – che si può scrivere una storia piena di azione ed avventura ed al contempo usare una prosa elegante, raffinata senza essere gravata da orpelli inutili, diretta e pulita senza essere scarna. Questa è una bella storia, scritta benissimo.

I critici, quando il libro uscì nel 1998, lo adorarono, ma si lamentarono del fatto che era “all’antica” – e in effetti sì, perché Anton Rider è in fondo un discendente diretto di Allan Quatermain, ed ha più di un punto in comune col cacciatore bianco in disarmo interpretato da Clark Gable in Mogambo, ma questo non è realmente un problema. O non dovrebbe esserlo.

Sarebbe un eccellente film, e solo immaginare il cast è un passatempo meraviglioso.

Per il momento, A Café on the Nile, acquistato in copia usatissima e letto la sera prima di addormentarmi, si candida a miglior romanzo letto nel 2017.
Ho qui sul comodino il terzo volume della trilogia, The Devil’s Oasis, e sto facendo i passi necessari per recuperare, nella stessa edizione e altrettanto usato, anche White Rhino Hotel.


  1. nota a margine – la disastrosa campagna d’Abissinia del 1896, che segna la più catastrofica sconfitta di una potenza occidentale da parte di forze indigene africane, fu la conseguenza di un errore di traduzione. Apparentemente, l’Etiopia risultava protettorato italiano solo nella copia in italiano degli accordi. Questo il casus belli. 
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Autore: Davide Mana

Paleontologist. By day, researcher, teacher and ecological statistics guru. By night, pulp fantasy author-publisher, translator and blogger. In the spare time, Orientalist Anonymous, guerilla cook.

5 thoughts on “Un caffé sul Nilo

  1. Aggiungo alla tua nota un’ulteriore curiosità spiegata a noi studenti al corso di diritto internazionale: l'”errore di traduzione” viene portato nei manuali a unico esempio di consenso estorto col dolo a un altro stato. L’Italia ha sempre respinto queste accuse di “truffa” adducendo appunto l’errore di traduzione.

  2. Interessante articolo. L’ambientazione nel periodo della conquista italiana dell’Abissinia è davvero inusuale. Il libro è mai stato tradotto in italiano?

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