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Le patatine fritte di Diana Gabaldon

25 commenti

Moltro probabilmente l’avete già sentita, ma io ve la racconto lo stesso.
Qualche giorno fa, la scrittrice Diana Gabaldon, la cui popolarissima serie di romanzi Outlander è stata trasformata anche in una serie TV, ha ricevuto un tweet da una fan che le chiedeva quale carriera accademica o professionale fosse utile diventare scrittori.
In poche parole, cosa devo studiare per diventare scrittore? Mi devo laureare in lettere?

La risposta della Gabaldon è stata

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Tradotto sarebbe

Laurea in inglese = “che patatine vuoi col tuo hamburger?” Scegli qualcosa che ti renda abbastanza da permetterti di scrivere ciò che vuoi.

Ci ha messo anche la patacchina con le patatine fritte, la Gabaldon.

E qui sorge il problema.

L’espressione inglese per certe cose è mettersi un piede in bocca: la madre di tutte le gaffe. Toppare su tutta la linea, dire – o scrivere – qualcosa che sarebbe stato meglio non dire – o non scrivere.

Perché è vero che la Gabaldon ha poi puntualizzato di essere stata fraintesa, ma ha comunque dato una risposta estremamente offensiva.
Offensiva per chi se lìè sentita dare,e per tutta una categoria.
E parlo con cognizione di causa – sentirsi dire “c’è sempre MacDonald”, come un collega disse a me quando nel maggio scorso domandai suggerimenti per trovare un lavoro, essendo io un geologo come lui, è una cosa che fa male.

Fa male soprattutto perché certe risposte arrivano da persone che da MacDonald non solo non ci hanno mai lavorato, ma probabilmente considererebbero impensabile andarci a mangiare.
Si tratta della risposta sferzante di chi ha il culo parato1.
È una risposta che pare spiritosa solo a chi la dice, che nel dirla si sente probabilmente maledettamente cool2, mentre per chi è all’altro capo del filo, e aveva chiesto un consiglio in buona fede, sperando in una risposta utile, o per lo meno seria, è come essere presi a schiaffi.

Ed è qui che il caso della Gabaldon diventa davvero interessante, io credo.
Perché è vero – se scrivere è ciò che desideriamo, allora trovarci una professione che ci permetta di vivere mentre scriviamo e le nostre storie vengono rifiutate è indispensabile.
O quello, un un partner che lavori mentre noi scriviamo, e ci mantenga.
Ed è altrettanto vero che non è indispensabile una laurea in lettere – o in qualunque altra cosa – per essere buoni scrittori.
Ecco, essere buoni scrittori dovrebbe voler dire saper scrivere bene per il nostro pubblico di riferimento. Il che significa anche non sputare in faccia a chi ci rivolge una domanda in buona fede, specie se quella persona si configura come fan, e quindi fa parte di quel pubblico di riferimento e ci paga la biada comprando i nostri libri.
Poi, certo, non si può essere sempre perfetti, 24/7 – anche se il lavoro che facciamo forse lo richiederebbe. Solo gli idioti, è ben noto, sono sempre al masimo delle proprie capacità.
Ma le risposte diplomatiche servono anche per cavarsi d’impiccio in certi casi.

Ed è questo che io trovo interessante: che una persona che si guadagna da vivere comunicando, alla domanda su cosa sia necessario per guadagnarsi da vivere comunicando, non si dimostri in grado di comunicare.
È curioso, non trovate?

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  1. nella stessa categoria ci sono quelli che scrivono per hobby e che vi fanno lo spiegone del perché non potrete mai guadagnarvi da vivere scrivendo. 
  2. di solito sono quelle persone che credono che stronzo sia un complimento, e gli piace sentirselo dire. 
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Autore: Davide Mana

Paleontologist. By day, researcher, teacher and ecological statistics guru. By night, pulp fantasy author-publisher, translator and blogger. In the spare time, Orientalist Anonymous, guerilla cook.

25 thoughts on “Le patatine fritte di Diana Gabaldon

  1. Il bello sai è che non credo che la Gabaldon volesse essere offensiva (spiritosa sì, ma non offensiva). Anzi credo volesse dare alla fan il classico consiglio da milioni di dollari che ti svolta la vita. Però sempre dal punto di vista (io sono Dio, tu una formica) che è la cosa che davvero offende e ferisce (come nel caso del tuo collega geologo). Quando mi dissero una cosa simile (tanto ci sono i call center) io li presi in parola nella convinzione che ogni lavoro onesto è nobile. Seppure avessi studiato anni e anni, per fare tutt’altro. Se uno friggendo patatine si mantiene senza andare a rubare, commerciare armi o droga, penso sia più nobile di uno che nella bambagia (con mille mila copie vendute all’attivo) spara giudizi su cosa riesce o non riesce a fare un altro. Questa frase della Gabaldon fa il paio con un altro consiglio simile, se volete fare le scrittrici, trovatevi un marito ricco che vi mantenga mentre lottate per diventarlo. Dai concediamogli che almeno quello non gliel’ha detto.

    • Il punto è proprio l’atteggiamento – voler essere spiritosi è una nobile ambizione, ma non basta. Spiritosi bisogna esserlo. E senza un briciolo di empatia, e/o con la preoccupazione di dimostrasi comunque duri, cinici e “vissuti”, spiritosi non lo si è praticamente mai.
      E certamente qualunque onesto lavoro è meritevoledi rispetto – ma chi fa battute del genere rispetto per qualunque onesto lavoro non ce l’ha, o se ce l’ha non riesce a dimostrarlo.

  2. Secondo me Davide, capita un po’ in tutti i campi che ci sia gente che raggiunge il successo e non sanno come hanno fatto, quindi non sanno cosa dire. Secondo me era comunque piu’ funny che offensiva.

    Take care!

  3. C’è, soprattutto sui social (twitter in primis) ma non solo, questo dannato “obbligo” a esprimersi attraverso battute, meglio se cattive, ciniche, da “duri”, per sembrare intelligenti. Spesso a scapito dell’empatia, della gentilezza e della semplice solidarietà umana. La cosa interessante è che raramente cotanto intelligente e spietato cinismo è rivolto verso se stessi. E allora… comodo così!

    • C’è questa strana teoria per cui dimostrarsi per lo meno cortesi (non diciamno compassionevoli, che è già una parola grossa) sia indice di debolezza, e che quelli “forti” siano coloro che si comportano da bastardi.
      Forse è arrivato il momento di ricordare al mondo che “stronzo” non è un titolo di merito.

  4. Credo proprio che il momento sia arrivato. Ho sentito qualcuno chiedersi se un ragazzo poco più che ventenne, cortese ed educato , secondo i miei standard, era normale. Spero sempre non sia già troppo tardi.

  5. A me sembrava una battuta di spirito e basta. E il consiglio che è stato dato alla fan è, oltre che fondato, anche auspicabile. Non vedo una situazione da “Dio in terra” vs poraccio aspirante divinità. Tu che consiglio daresti a qualcuno che, innocentemente e con le intenzioni colme di ammirazione, ti chiedesse cosa è meglio fare per poter diventare scrittori professionisti? Come pure musicisti professionisti, e via dicendo… Se avesse invece risposto con una serie di corsi, libri, percorsi accademici o addirittura con parole del tipo “perseverare”, “crederci”, “essere vicini al pubblico”, non sarebbe parso platealmente cinico?

    • Si possono dire le stesse cose senza essere stronzi.
      Il mio consiglio sarebbe lo stesso della Gabaldon probabilmente, senza però fare battute sulle patatine fritte – anche perché la domanda non verteva sulle patatine fritte.
      Come si è detto con altri, è questione di empatia.

  6. Secondo me la Gabaldon è stata rude, ma aveva ragione. Il mercato del lavoro contemporaneo è quel che è, inutile nascondere a qualcuno le difficoltà che lo attendono nel voler scegliere una determinata carriera o uno specifico corso di studi. Col passare degli anni, ho imparato che sono quelli che ti parlano a muso duro, a dare i migliori consigli. Perché la realtà contemporanea è oggettivamente durissima, dunque sarebbe inutile indorare la pillola. Non conosco il percorso personale della Gabaldon, ma qui mi pare che si dia per scontato che sia una “arrivata”. D’accordo, ma per arrivare sarà pur dovuta partire… raccogliendo la sua quota di amare lezioni lungo il cammino.

    • Di base, il ragionamento “con me la vita è stata dura, ora ti tratto a pesci in faccia perché posso” à un ragionamento da perdenti – il che non mi sorprende, essendo il nostro un paese di perdenti.

      • In questo caso sottoscrivo in pieno le tue parole. Il punto è stabilire se l’autrice sia stata effettivamente caustica, oppure disincantata (rassegnata). In generale, è vero, si possono esprimere i concetti più aspri pur non trascendendo e dipingendo il mondo come “ostile”.

  7. Tutt’altro. Perché non trovo la battuta sulle patatine come insultante per chi la riceve. E’ un modo spiccio di descrivere la natura del problema. Dire le sgradevoli verità sul mercato del lavoro, anche in maniera brutale, è tutt’altro che da perdenti. Sul nostro Paese non esprimo giudizi così onnicomprensivi.

    • Quindi aspetta, che voglio essere sicuro di aver capito: patatine SÌ, perdenti NO, giusto?
      Oppure è patatine a loro SÌ, perdenti a noi NO?

      • RIpeto: non trovo la battuta sulle patatine insultante per ila ragazza che aveva chiesto un parere. Perché sì, al momento la laurea in lettere sul mercato del lavoro è lettera morta (mi si passi l’orribile gioco di parole sto scrivendo in fretta). Per quanto riguarda l’Italia paese di perdenti, A) il soggetto è troppo ampio per trarne un giudizio unico. L’Italia è fatta anche di gente simile a un mio ex collega di Eramsus, un laureando in scienze della comunicazione molto sveglio e con una marcia in più…che oggi dirige una collana per Franco Angeli editore. Ci si può chiedere perché ci siano eccellenze isolate e deficienze sistemiche, ma al di là di ciò lo trovo un giudizio troppo tranchant e B) Non ho capito cosa c’entri un’autrice americana con l’Italia paese di perdenti. A meno che tu non intendessi che io ragiono come un perdente, e dunque essendo io italiano ecc.

      • Credo che la situazione sia stata un po’ troppo estrapolata. Era solo una battuta, che veicolava, per giunta, la tipologia di consiglio che qualsiasi genitore darebbe al proprio figlio. Siamo arrivati alla contrapposizione tra chi ce l’ha fatta (e avrebbe il culo parato…) e chi no o non ancora. I primi sono perdenti, i secondi i vincitori morali. Data per scontata l’inutilità della meschinità, di cosa stiamo discutendo?

        • Non ne ho idea – a me pareva che il mio post fosse abbastanza chiaro.

          • Allora riformulo. Il tuo post termina con la provocazione che una professionista della comunicazione non sia stata in grado di rispondere ad una domanda sulla professione della comunicazione, giusto? Ebbene, secondo me (e qualche altro utente) non è affatto così, anzi! E’ stata talmente abile da riuscire a condensare in una battuta l’unica risposta utile che ci si potesse aspettare. Più comunicatrice di così… In secondo luogo, l’autrice non ha affatto sputato nel piatto in cui mangia, ne ha, anzi, sottolineato la natura effimera e precaria.
            Terzo argomento di discussione: l’empatia. Sostieni che l’autrice non sia stata empatica. Per me, è l’esatto contrario. Un atteggiamento qualunquista e ipocrita avrebbe preteso risposte brillanti e all’insegna delle buone sorti e progressive.
            Questi mi parevano gli argomenti in ballo, non di certo un giudizio etico estrapolato su un tweet o la sintesi che l’Italia è un paese di perdenti.
            Che ne pensi?

            • Tu sottintendi al punto tre che l’alternativa alla brutalità sia il qualunquismo, oppure l’ipocrisia.
              Io sostengo che si possano dire le cose come stanno anche senza atteggiarsi a pistola più veloce del west.
              Se davvero credi che brutalità sia sinonimo di sincerità, credo ti aspettino molte dolorose delusioni – che probabilmente, visto il tuo atteggiamento, ti convinceranno che è meglio comportarsi da stronzi.
              Cosa peraltro che ti riesce benissimo (<– questa è brutale onestà, spero che tu la apprezzi).

  8. Aggiungo che la percezione della battuta sulle patatine – trattare a pesci in faccia o dire semplicemente la verità- dipende anche dalle differenti soggettività. Questione di punti di vista, insomma. Per me, è stata dura ma giusta – e soprattutto, dicendo la verità ha fornito un aiuto reale a chi chiedeva. Per me, appunto. Non ho pretese di universalità.

  9. Premessa: non conosco Gabaldon e potrei aver frainteso non solo il suo discorso ma anche le vostre analisi. Non voglio dar torto a nessuno. Però..

    Andrò controcorrente, ma non mi scandalizzo alla lettura di questa risposta. Fondamentalmente è vero: una laurea in lettere non apre molte porte nel mondo del lavoro.
    Questo significa che un laureato in lettere potrà lavorare solo da macdonalds[*]? No, ovviamente no, avrà comunque tantissime possibilità ma dovrà (anche) sapersele costruire. Mentre un laureato in medicina, soprattutto in USA, non avrà bisogno di costruirsi una carriera da 100k$/anno perché ce l’avrà già al momento della specializzazione. Volendo essere realisti, si può guardare quante offerte di lavoro richiedano tassativamente una laurea in lettere, perchè è quello che -secondo me- intendeva Gabaldon.

    La risposta è d’effetto, ma realistica, la SAG (Screen Actors Guild) consigliava, nelle FAQ: “Develop another career to supplement your income [as an actor].”
    Se avesse scritto: “Il titolo di studi più utile per uno scrittore è quello che ti permette di trovare facilmente un lavoro mentre ti concentri sulla scrittura nel tempo libero” avrebbe ricevuto critiche?

    [*] Poi bisogna anche tenere conto che una battuta del genere nel contesto USA è molto più comune che da noi e probabilmente ha un peso diverso. E non vedo come possa simnuire chi lavora a macdonalds, un po’ come dire “braccia rubate all’agricoltura” dovesse sminuire gli agricoltori.

    Scusate la lunghezza 🙂

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