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Fantascienza sottomarina: The Deep (2010)

6 commenti

2010
L’Hermes, un sottomarino sperimentale in missione di studio fra i black smokers nel Lomonosov Ridge, nella zona di esclusione artica, scompare misteriosamente. Sei mesi dopo, l’Orpheus, vascello gemello dell’Hermes, in procinto di riprendere gli studi nella stessa area, viene dirottato per recuperare la scatola nera del vascello scomparso.

Questo, in sintesi, il concept alla base di The Deep, miniserie della BBC del 2010, che è il genere di claustrofobico e soffocante intrattenimento hard SF col quale ci si può distrarre in queste serate di ora legale.

Filmato in 12 settimane a Dumbarton a cura della BBC Wales, The Deep ha un buon cast, che include Minnie Driver (comandante dell’Orpheus), James Nesbitt (ingegnere di bordo e vedovo di una scienziata scomparsa a bordo dell’Hermes) e Goran Visnjic (biologo marino), oltre a lasciare spazio a una manciata di comprimari che riescono quasi a rubare la scena ai colleghi più noti – a cominciare da Vera Filatova (nel ruolo dell’ingegnere elettronico di bordo) e Tom Wlaschiha (un meccanico russo estremamente nervoso).

La storia è molto ben costruita e si vede l’impegno per cercare la massima plausibilità scientifica – l’ambiente sottomarino degli sbocchi idrotermali noti come “black smokers” è descritto con cura, e la biologia della fauna di quell’ambiente abissale, quando non è autentica (come il polpo vampiro) è comunque credibile e funzionale alla storia.

The Deep

Ciò che gli uomini e le donne dell’Orpheus scopriranno, così come lo scoprirono sei mesi prima i membri dell’equipaggio dell’Hermes – e qui c’è un minimo di SPOILER – è che nell’area il governo russo sta trivellando in cerca di idrocarburi, infischiandosene dei trattati e della conservazione ambientale.
Ma la faccenda è molto più complicata di così.

La serie venne prodotta in pieno dibattito riguardo alla zona di interdizione artica – quel settore di Oceano Artico in cui ai russi piacerebbe tanto andare a trivellare inc erca di idrocarburi, tanto che a suo tempo,e in barba ai trattati internazionali, un sottomarino russo andò a piantarci una bandiera.
Così, per essere sicuri.
Si trattò quindi di una serie molto attuale, al momento della sua trasmissione – e questo contribuì probabilmente al suo successo.

E sì, trovo abbastanza buffo che l’autore debba spiegare che quando si trasforma la scienza in dramma, si passa nel territorio della science fiction.

Come tanta buona fantascienza, The Deep va a lavorare sul reale, offrendo estrapolazioni credibili della scienza e della politica. E come tanta buonanarrativa non esita ad accoppare senza pietà i propri protagonisti, ed a farlo – in questo caso – sfruttando appieno l’ostilità dell’ambiente abissale.
La tecnologia e la scienza sono credibili (quando non decisamente reali) e gli attori sono eccellenti. Ottimi gli effetti speciali e la cinematografia.
Qua e là forse le questioni personali dei personaggi principali prendono troppo spazio, e certamente il quinto ed ultimo episodio, per quanto contenga momenti straordinari, è forse troppo affrettato.

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In generale un ottimo intrattenimento, con delle ottime idee e capace di sollevare un paio di domande scomode. L’ennesima riprova che si può produrre della buona fantascienza, zeppa di concetti “difficili” e fare ancora il pienone in prima serata.
Le compagnie petrolifere ci fanno una figura pessima, così come la politica.
Ma come si diceva, si tratta di fantascienza, ma molto molto realistica.

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Autore: Davide Mana

Paleontologist. By day, researcher, teacher and ecological statistics guru. By night, pulp fantasy author-publisher, translator and blogger. In the spare time, Orientalist Anonymous, guerilla cook.

6 thoughts on “Fantascienza sottomarina: The Deep (2010)

  1. Da vedere.

    Domanda un po’ personale invece: cosa ne pensi della zona di interdizione artica e dell’esplorazione e/o sfruttamento delle risorse artiche, sottomarine e non?

    • Credo che sfruttare le risorse diidrocarburi nella zona di interdizione sarebbe semplicemente un allungare la nostra agonia – e nel dire questo, da micropaleontologo (categoria che ha sempre campatosulla ricerca di idrocarburi) sputo nel piatto in cui in teoria avrei dovuto mangiare. Ma il fatto è proprio che in quel piatto non si mangia più.
      Legare la nostra tecnologia e la nostra crescita agli idrocarburi è stato bello finché è durato,ma ora bisogna passareoltre e inventarci qualcosa di nuovo.
      La zona di interdizione, come ogni riserva ambientale, è un’ottima idea se la si lascia amministrare a chi conosce la materia.

  2. Concordo… Ma per quanto riguarda la possibilità di giacimenti di noduli metallici e simili? “Deep sea mining”?

    • Per noduli e concrezioni se ne parla da una vita, ma non se ne sta facendo nulla – sarebbe la tipica attività da affidare a robot, ma per il momentonon conosciamo abbastanza di queglie cosistemi per sapere come programmare l’estrazione. È uno di quei casi tipici in cui prima dovrebbero passare gli scienziati ambientali,epoi le multinazionali. Quindi anche in questo caso, ottima cosa la zona d’interdizione.

      • Sogno le stazioni di esplorazione sottomarina delle varie pellicole horror/sci-fi degli anni ’80… 🙂
        Ma si, realisticamente, è roba inutile: un po’ di mappatura e raccolta di campioni utilizzando droni e qualche esperimento saranno sufficienti, dopodiché, solo droni per la raccolta immagino.
        Spero solo che davvero la Russia rispetterà gli accordi, o forse sarebbe meglio preoccuparsi degli USA di Trump, di questi tempi.

        • Al momento si tratta di attiovità ancora troppocostose e con ritorni troppo incerti – o, in altre parole, nessuna multimazionale è ancora abbastanza disperata da volerci provare.

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