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Sulla funzione della fantascienza – una lettera alla mia mamma

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Qualche giorno addietro, sul suo profilo Facebook, la mia amica Lucia stava facendo un discorso su quello strano atteggiamento ancora molto radicato, per cui se leggi horror devi essere o un satanista, o uno che crede che ci sia il babau sotto al letto.
E se leggi fantascienza, naturalmente, “credi agli alieni”.

Nel corso della discussione è venuta fuori un’altra frase piuttosto frequente, vale a dire

ma perché non leggi qualcosa che abbia attinenza con la realtà?

di solito accompagnata, esplicitamente o implicitamente, dal corollario

il tuo è desiderio di evadere dalla realtà

Io questi discorsi me li sono sentiti fare dalla mia mamma per circa trentacinque anni – più o meno dall’età di 15 anni, quando la pila di Urania cominciò ad essere rimpiazzata da Fantacollana e Cosmo Oro, e poi da quei tascabili americani con quelle copertine molto dubbie.
Mia madre era un’appassionata di romanzi storici e, in maniera minore, di polizieschi, e rifiutava quasi istintivamente la fantascienza e il fantastico in genere.
Poi è vero, l’ultima cosa alla quale si appassionò prima di andarsene fu Firefly.
Mia madre era una browncoat.

Però quella domanda

ma perché non leggi qualcosa che abbia attinenza con la realtà?

è stata lì per tutta la mia vita.
E allora adesso, che la discussione di là sul profilo di Lucia me l’ha fatta tornare in mente, è ora di rimediare.
Magari c’è ancora tempo.

Oh, questo sarà un post lungo – sapete com’è quando è tanto che non ci si sente, vero?

Ciao, mamma,

lo so, hai altro da fare, e non hai voglia di fare delle discussioni, ma è venuta fuori questa cosa, sul profilo Facebook di un’amica, e mi è venuto in mente che noi questa storia non l’abbiamo mai chiarita.
No, non è la mia fidanzata. Restiamo in tema, per favore.
Allora, la questione è sempre la solita

ma perché non leggi qualcosa che abbia attinenza con la realtà?

Ecco, proviamo ad andare con ordine.
Ti faccio un esempio, il primo che mi viene in mente: io leggo una storia in cui la terra ha colonizzato lo spazio, e ora le colonie più distanti hanno dichiarato la secessione, e c’è una guerra in atto, combattuta nello spazio, per decidere chi avrà il controllo su quelle stazioni orbitali.
Non importa se io stia parlando di Gundam o di Downbelow Station.
La tua posizione è che si tratta di una storia che non ha attinenza con la realtà.
Una sciocchezza, insomma. Narrativa d’evasione, per chi non si vuole confrontare, con la realtà.
Ma facciamo una ipotesi.
Ipotizziamo che quando tu avevi vent’anni, nel 1958, qualcuno ti avesse proposto un libro su un futuro in cui l’umanità è minacciata da una vasta crisi ecologica, terrorizzata da un culto che attraverso attentati suicidi cerca di lacerare la routine quotidiana dei cittadini. Un mondo in cui tutti hanno in tasca un computer che è anche un videotelefono, e in cui quasi quotidianamente vengono scoperti nuovi pianeti intorno a stelle lontanissime. Un mondo in cui molti temono di perdere il lavoro e venire rimpiazzati da robot, in cui è possibile andare nello spazio da turisti (se si è molto ricchi), e si sta lavorando per riportare in vita i mammuth. In cui tutto ciò che è possibile sapere è alla portata di tutti, in tempo reale, gratis, eppure c’è chi, nellenostre città, nonnella giungla del Borneo, crede che la terra sia piatta.

Nel 1958 … oh, nel 1958 una cosa del genere l’avrebbero scritta Pohl e Kornbluth… ma tu non avresti forse detto che era qualcosa di privo di qualunque attinenza con la realtà?
Una sciocchezza, insomma. Narrativa d’evasione, per chi non si vuole confrontare, con la realtà?
Eppure è il mondo in cui io mi ritrovo a vivere.
Come la mettiamo, adesso?

Questa potrebbe essere la mia prima argomentazione in difesa della dignità ed importanza della fantascienza, ma c’è un piccolo problema: è sbagliata.
È formalmente corretta, magari anche abbastanza impressionante, ma non è la risposta giusta.
Perché la fantascienza non è un tentativo di prevedere il futuro.
Perché non si può prevedere il futuro, le variabili in gioco sono troppe.
In fondo è quello che ci dice Fondazione e Impero, giusto? Che puoi anche avere una matematica che ti permette di prevedere il futuro, ma basta una singola mutazione casuale per mandare a gambe all’aria tutte le nostre belle previsioni.

Potrei allora farti l’esempio di un romanzo in cui un giovane di famiglia nobile si ritrova a dover combattere i suoi nemici arruolando un popolo di nomadi del deserto, radicalizzandoli, sfruttandone la religione per i propri scopi. E ci sono dei vermi giganti… che però rappresentano una risorsa fondamentale per le comunicazioni.
E potrei quindi sottolineare come leggere Dune sia un ottimo modo per capire cosa passi per la testa di quegli sciroccati assassini dell’ISIS, col petrolio al posto della Spezia, e sarebbe un punto interessante a favore della fantascienza nel reale, con un piccolo problema, che è poi quello di prima: anche questa non è la risposta giusta.
Perché la fantascienza non è necessariamente una metafora del presente.

E Dune, oltretutto, venne scritto quarant’anni prima dell’ISIS – il che mi porta ad inarcare un sopracciglio con leiberiano sdegno, e non senza ironia, all’idea di tutti quegli autori che scrivono profonde metafore del presente o altre simili nefandezze – perché sono già in ritardo prima di cominciare, oltre a prendersi troppo maledettamente sul serio.
E prendersi troppo sul serio è un peccato mortale.

Passiamo al punto successivo… tutti quei romanzi che tu detestavi con la fine del mondo – bombe, marziani, inquinamento, rivolta dei robot, Skynet, meteoriti, catastrofi sfuse…
Potrei far presente che un film come The Day After è stato una self-preventing prophecy, e ha contribuito a una cascata di modifiche nel nostro modo di pensare, portando a una situazione che mai si era verificata prima nella storia dell’umanità: abbiamo un’arma, e non l’abbiamo mai usata.
No, OK, una volta o due, ma era per vedere se funzionava.
Io, incidentalmente, il fatto che da quasi settant’anni abbiamo la capacità di distruggerci completamente in circa sei minuti, e non l’abbiamo ancora fatto, lo trovo un bell’esempio del perché si debba avere fiducia nel genere umano, nonostante tutto. Noi siamo meglio, alla faccia dei disfattisti.
Una verifica? Prova a dare un revolver a uno scimpanzé.

Ma torniamo a noi, perché anche le self-preventing prophecies non sono la risposta giusta.
Perché prevenire l’avverarsi di un certo futuro non è la raison d’etre della fantascienza, con buona pace di Atwood, e Bradbury, e Huxley, e Orwell (in rigoroso ordine alfabetico).

E non lo è neanche insegnare la scienza ai ragazzini, come sperava di fare la buonanima di Hugo Gernsback con la sua scientifiction, rappresentata da una macchina che aveva “Fatti” e “teorie” come ingranaggi.
Anche se è vero che alfabetizzazione scientifica e curiosità sono ampiamente stimolate dalla lettura della fantascienza, ma anche questa non è la funzione primaria del genere.

Ma allora, cosa?
Ecco, la fantascienza è allenamento.
È allenamento per il cervello di chi la legge, a considerare una varietà di opzioni e possibilità.
Come quei giocattoli di gomma che si danno ai bambini piccoli, serve a fornire una prospettiva, una capacità di manipolazione e di gestione, delle idee, dei concetti. Coi suoi colori e i suoi suoni rende i nostri sensi più pronti a cogliere le differenze. Con i suoi strani spigoli e le sue cavità rende le nostre dita più svelte nel rigirare le idee affinché noi le si possa guardare da tutti i lati, rende le nostre dita più forti affinché non ci sfuggano e ci caschino per terra.
Ci presenta una galleria di scelte, di opzioni, di rischi e di problemi, e ce ne mostra l’evoluzione.
Mette ala prova la nostra etica, la nostra percezione del mondo.
E sì, certo, anche Guerra e Pace fa così, e anche Il Circolo Pickwick, se vogliamo – ma in fondo non è questo il punto? Che è questa la funzione della letteratura?
E che è tutta letteratura?
Ma quelli di Dickens, di Tolstoj, di Mark Twain, sono i problemi di ieri. È utile conoscerli, e divertente, ma il resto della nostra vita lo passeremo del futuro, e il futuro è quel posto in cui i problemi sono diversi.
Non esiste, io credo, follia più assoluta e suicida del credere che i problemi siano sempre gli stessi, e le soluzioni anche. Non è così, e lo sappiamo.
Nella sua essenza l’essere umano è sempre lo stesso che era nelle pietraie dell’Olduvai, sostengono alcuni – e potrebbe anche essere, ma i problemi che deve affrontare oggi non sono quelli di ieri, né saranno quelli di domani.
Perciò noi leggiamo fantascienza per il piacere, e per il divertimento, e per i colpi di scena, e perché no, per le principesse marziane in bikini di filigrana, per le astronavi e i pianeti sconosciuti, per i mostri e le invenzioni, ma anche e soprattutto per allenarci a fare ciò che ci raccomandava Buckaroo Banzai: aspettarci l’inaspettato.
Non prevederlo, non anticiparlo, ma saperlo affrontare quando arriva.
È sottilmente diverso.
Il che significa anche che la fantascienza non ci offre dei modelli precotti, delle soluzioni in caso di necessità rompere il vetro. Si tratta di ginnastica, non di routine, di passi di danza da imparare a memoria.

E al contempo ci dice che anche se le cose cambieranno esiste un nucleo di qualcosa, dentro di noi, che è ciò che ci rende umani, e non è brutto, o disdicevole, e non importa quanto terribili possano essere i nostri erorri, cercheremo comunque di risolverli, perché quello è uno dei tratti essenziali della nostra specie.
Un tratto che era rappresentato, certo, anche in Tolstoj e Dickens, e Mark Twain, e tutti gli altri.
Perché è ciò che fa la differenza fra noi e uno scimpanzé con un revolver.

Quindi, mi dispiace (no, mento, in effetti non mi dispiace affatto), ma tutto questo ha attinenza con la realtà, nella maniera più diretta e radicale, incidendo sul modo in cui il nostro cervello, la nostra mente, si mette in relazione con la realtà.
Come diceva Christopher Hitchens, che tu non hai conosciuto ma ti sarebbe piaciuto, il segno di una mente libera, e brillante, non è cosa pensa, ma come pensa.

E con questo, vorrei fosse chiaro, non sto dicendo che la fantascienza sia l’unico strumento a nostra disposizione, o il migliore, per acquisire agilità nel come pensare. Dico solo che ha la stessa dignità di qualunque altro strumento noi si possa utilizzare per accrescre l’agilità del nostro cervello, e un paio di accessori in più.

E sì, lo so, ci sono quelli che si vestono come Star Trek e litigano per decidere se sia meglio Kirk o Picard, e quelli che giocano con le spade laser di plastica e alla voce “Religione” nei questionari scrivono “Jedi”. Quelli che dicono di aver vinto.
Cosa vogliamo fare, deportarli a Rura Penthe?
Guardiamo al meglio, non ai fenomeni deteriori.
Guardiamo ai ragazzi innamorati della scienza, curiosi del futuro, pronti per l’avventura, reattivi, capaci di sognarsi soluzioni per problemi mai visti prima, e non ai vecchi che da trent’anni rileggono Io Robot perché del futuro hanno paura.
Perché la fantascienza da sola non basta, a restare umani.
Però aiuta.

E così, io ho pensato a questo, e mi andava di parlarne. Tutto qui.
Magari ci si risente un’altra volta, così parliamo di quali siano le funzioni di horror e fantasy.
E della funzione del rock’n’roll.

Ciao.
Mi manchi.

Davide

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Autore: Davide Mana

Paleontologist. By day, researcher, teacher and ecological statistics guru. By night, pulp fantasy author-publisher, translator and blogger. In the spare time, Orientalist Anonymous, guerilla cook.

21 thoughts on “Sulla funzione della fantascienza – una lettera alla mia mamma

  1. mi hai appena fatto spuntare le lacrime

  2. Inaspettativamente nella mia esperienza la colpa di questa frase ricade su mio fratello maggiore.
    La sua critica non è proprio che certe letture non hanno attinenza con la realtà, ma più specificatamente che -da Le Cosmicomiche di Calvino al ciclo di Eon di Greg Bear- certe letture non hanno nulla che sia scientifico, nemmeno negli spunti o nella premessa e che quindi sono spazzatura. A detta sua bisognerebbe leggere saggistica scientifica per capire come funziona il mondo e non è che sia così sbagliato, serve anche quella; però lui letteralmente non legge che saggi scientifici e analizza testi sacri.
    La stessa persona che una volta etichettò Jojo’s Bizarre Adventure come il Kenshiro “omosessuale” (per evitare di utilizzare il termine effettivo)

    • Ma naturalmentenon c’è scritto da nessunaparte che uno non possa leggere sia i saggi scientifici che la fantascienza – l’importante è non confondere gli uni con l’altra 🙂

      • Naturalmente. Non è che nelle mie librerie sono esenti i saggi scientifici ma ciò che irrita mio fratello è lo squilibrio proporzionale tra narrativa e saggistica posseduta, non ne ho abbastanza per lui. Mi ricorda un tuo post di anni fa; parlasti di come un tuo collega universitario era allibito che uno scienziato potesse leggere e scrivere fantasy o fantascienza, come se -appunto- i lettori potessero essere poi incapaci di discernere tra narrativa e saggistica. A volte mi domando che cosa leggeva quel tipo. Sicuramente non i Killer B’s.
        Perdona la seguente domanda e la disgressione: nella fantascienza è comune trovare trame basate su delle specifiche branche della scienza, parlando per esempio dell’oceanografia si potrebbe menzionare la Undersea Trilogy (permettendo così di continuare a parlare di Pohl e Williamson)…ma parlando della geologia? Esistono titoli noti sulla materia?

        • Dune?
          Si tratta di un romanzo che ha nella planetologia e nell’ecologia i suoi punti di forza.
          Poi, specificamente geologici non me ne vengono in mente. C’è _anche_ della geologia in Terra, di Brin. Ma i processi geologici sono di solito troppo lenti per essere al centro di storie che hanno nell’urgenza uno dei loro motori.

  3. Sono estremamente curiosa su cosa pensi a proposito della funzione dell’horror, perché anche lui, che è considerato neanche mezzo gradino sopra il porno, deve avere una qualche funzione, no? 😀
    Anche perché, si sa, la fantascienza è “nobile” proprio perché tende verso il domani e tiene vivo sempre quel nucleo profondo di umanità che, si suppone, esisterà anche tra qualche centinaio di anni. E infatti secondo me molte distopie che vengono definite “fantascienza” appartengono più al campo del cuginetto povero, bistrattato e visto con pessimo occhio dalle brave persone, l’horror.

    • Mah, come diceva Brian Aldiss “quando la fantascienza era equiparata alla pornografia potevamo fare quello che ci pareva.”
      Io non credo che per chi si occupa di “lettreratura vera” ci sia tanta distanza, fra SF, fantasy e horror. È tutto pattume, a meno di non ricorere al giochino del “non è solo fantascienza,ma è anche una profonda metafora del rapporto fra l’uomo e l’infinito vicesindaco che tarapiatapioca”.
      Quanto alle distopie, io le vedo principalmente come un modo per soddisfare “la pancia” di un certo pubblico.
      Ma all’horror ci arriviamo in settimana, che ho già ricevuto anche altre richieste.
      E poi chudiamo con il fantasy, e forse il rock’n’roll.

      • Ecco, allora diciamo che con la fantascienza quel tipo di supercazzole viene più facile rispetto a una storia in cui un mostro uscito dalle fogne si diverte a smembrare uomini e donne 😀
        Quanto alla distopia, lo abbiamo già fatto questo discorso: io credo ci sia la distopia che viene scritta con gli intenti che dici tu e poi la distopia più seria che la funzione di monito.

      • a giudicare dagli scaffali striminziti di SF delle librerie, e dal fatto che comunque sia l’horror che il fantasy -così come un sacco di altri “generi” – trovino comunque più spazio, io ho paura che quel “nobile” per molti si sia tradotto in “troppo complicato”.
        e preferirei rivederla equiparata alla pornografia

  4. Ora però vogliamo sapere qual’è la funzione del rockenroll! 😉

  5. Se fossi un professore di lettere, magari delle scuole medie, leggerei questa lettera ai miei alunni prima di addentrarmi nella parte dell’antologia dedicata alla fantascienza. Ma purtroppo io faccio solo teatro. E non credo esista una parte delle.antologie delle medie dedicata alla fantascienza.

  6. Bellissimo post. Io leggo fantascienza per tutto questo. E, ovviamente, anche per evadere dalla realtà*, e vedere le stelle da un po’ più vicino 🙂

    *ma perché, chi legge dickens non vuole evadere dalla realtà? Altrimenti si leggerebbe gli appuntamenti sulla sua agenda 😀

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