strategie evolutive

ciò che non ci uccide ci lascia storpi e sanguinanti

Un ultimo assaggio

6 commenti

Selection_781Ormai contiamo le ore e non i giorni per la chiusura del mio crowdfunding.
E se è vero che mi piacerebbe arrivare a 1000 euro, già così come siamo è qualcosa di incredibile.
Grazie a tutti, davvero.

Ora si tratta di fare la copertina, rileggere e spostare un paragrafo da qui a là, e cambiare un paio di nomi per evitare che qualcuno con la coda di paglia si riconosca anche se non c’entra nulla.
E trovare un titolo, maledizione!

E mentre sono qui, perché non darvi un ultimo assaggio?
Appena un secondo prima del punto di svolta.
Appena un minuto prima dei manici d’ascia, dei vecchi ferri da stiro e di altri oggetti contundenti.
Appena poco prima di

Cristo, Buscafusco, cos’è questo, “Rambo va in campagna”?

Le indagini di Buscafusco, sulle tracce del cervello rubato di Sant’Uguzzone, lo portano in quell’antro di depravazione che è il Tambora, ex balera riciclata in strip club che potrebbe suonare familiare tanto ai fan della serie quanto ai lettori degli Orrori della Valle Belbo.
Meraviglie dell’Astigianistan…

Isolato fra le colline, affacciato su una rotonda e con la sola compagnia di una stazione di servizio dall’altra parte della strada, il Tambora era stato una sala da ballo con annesso ristorante, e prima di quello, un’azienda vinicola. Lo stanzone coi tini d’acciaio era stato trasformato nella sala vera e prorpia, e sopra, dove c’erano stati gli uffici commerciali, ci avevano messo i tavoli e la cucina.
Poi, verso la fine delgi anni ‘90, avevano rifatto l’arredamento e ristrutturato, avevano messo una bella insegna al neon lampeggiante, ed avevano cominciato ad assumere ragazze provenienti dall’est europeo per dilettare il settore demografico più rappresentato nel territorio dell’Astigianistan: maschi, single, foderati di soldi e con un livello di cultura medio-basso.
La balera con annessa trattoria era diventata un locale per spogliarelli. Di sotto, in quella che era sstata la sala dei tini, i tavoli, il bar e i tre palcoscenici sol palo e la passerella, sopra le stanze private per i clienti più selezionati.
Guido Pesce aveva rilevato il locale nel 2007, in contanti, niente domande, e da allora l’unica differenza sostanziale era che le ragazze rumene, croate e russe se ne erano andate, alcune tornate a casa loro e altre felicemente accasate con locali vignaioli, e al loro posto erano arrivate le italiane, ragazze con diplomi e lauree resi inutili dalla crisi, e sogni infantili infranti di diventare ballerine.
L’antro della depravazione, lo chiamava Don Barchetta durante la messa della domenica, ma non si poteva negare che fosse una delle uniche due attività nella valle che non sentissero la crisi. Il Tambora e il porno shop della Bazzana. Il segnale era abbastanza chiaro.

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Parcheggiai sul piazzale e feci il giro da dietro. All’ingresso, un tizio con muscoli che parevano sacchi di palloni e una mascella che avrebbe potuto arare i campi se ne stava a braccia conserte con aria minacciosa di fronte a una manica di ragazzini che cincischiavano con i cellulari.
Sul retro c’era una scala metallica, otto gradini e poi una porta d’acciaio antifuoco. Il boato dei bassi arrivava fin qui, come la risacca di un mare di piombo. Bussai usando il coltello dell’esercito svizzero, per farmi dentire. La porta diede tre rintocchi come una campana, e dopo un paio di minuti la porta si aprì con uno scatto.
“Ma guarda, Buscafusco.”
Una donna sulla trentina, capelli corti e occhiali, avvolta in una specie di kimono di seta cinese da due lire, di quelli che si vendono a pacchi da dieci, mi si parò davanti, braccia conserte e sigaretta fra le labbra. “Proprio l’uomo di cui avevo bisogno.”
“È bello essere desiderati.”
Rise, e mi lasciò passare.
Claudia, mi ricordai. Il cognome non l’avevo mai saputo.
“Ragazze, copritevi che c’è un uomo!” strillò, chiudendo la porta.
Entrai nel camerino salutato da un coro di risatelle, fischi e saluti assortiti.
Una delle ragazze aveva fatto a pezzetti un kleenex e lo lanciò in aria tipo coriandoli.
Buscafusco, tira un casino quest’anno.
Nel camerino del Tambora una volta ci avevano stoccato le etichette e le scatole di cartone da sei bottiglie. Ora c’era una infilata di tavoli dell’IKEA contro una parete, con appesi deigli specchi altrettanto svedesi. I tavoli erano ricoperti di bottiglie e scatole e tubi di cosmetici, e flaconi, bombole di lacca e taniche di profumo del discount. Sulla spalliera di una sedia solitaria era drappeggiata una lunga parrucca color malva. C’era un attaccapanni d’acciaio, di quelli tubolari con le rotelle, al quale erano appese una dozzina di grucce sulle quali erano parcheggiati gli abiti civili delle ragazze.
In un angolo, disteso in un box sotto a un carillon con le api che ciondolano, un bambino di forse tre mesi dormiva abbracciato a un orsacchiotto dall’aria rassegnata, entrambi inconsapevoli del pulsare sordo della disco attraverso le pareti.
Le ragazze, dal canto loro, erano sedute attorno a un tavolo basso, coperto di fogli di carta, bottiglie di bibite e sacchetti di patatine. Matite, dadi, soldatini, carte da gioco e quelle gocce di vetro colorate che usano i giocatori di ruolo.dmzmg2j7yf9vssnbhg1l
Nell’antro della depravazione, sette donne fra i venti e i quaranta stavano giocando a Beasts & Barbarians.
“Sei mai stato nel tempio di Set, Buscafusco?” mi chiese la tipa con gli occhiali, tornando a sedersi.
“Quello di Vaglio Serra?” le chiesi io.
Risate.
“Sei proprio inutile allora,” disse lei. Si rigirò la scheda del personaggio fra le mani. “Cosa cerchi?”
“Caterina?”
Una rossa dall’aria cattiva indicò un soldatino a faccia ingiù sul tavolo.
“È scossa.”
Certo. Le diedi un’occhiata.
“È di là a fare il suo numero,” spiegò Claudia. Gettò un’occhiata all’orologio appeso sopra la porta. “Tre minuti. Gazzosa, chinotto?”
“No grazie.”
Una ragazza col viso di una sedicenne e deglio occhi più vecchi dei miei si mise a ridere. “Buscafusco non beve in servizio.”
Le ragazze risero. I dadi rotolarono. Un sacchetto di patatine venne aperto con troppo entusiasmo e sparse patatine nel raggio di tre metri.
La ragazza con gli occhi vecchi si alzò e andò a prendere in braccio il bimbo, che si svegliò, intontito, con la mamma che lo cullava e gli faceva le vocine.
L’antro della depravazione.

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Autore: Davide Mana

Paleontologist. By day, researcher, teacher and ecological statistics guru. By night, pulp fantasy author-publisher, translator and blogger. In the spare time, Orientalist Anonymous, guerilla cook.

6 thoughts on “Un ultimo assaggio

  1. Bellissimo. Il pezzo più bello fino a ora…
    E comunque tutti quelli che scrivono sulle “riviste di settore” e non parlano di uno scrittore che infila in una storia delle spogliarelliste che giocano di ruolo… Beh, non capisce una sega.
    Non vedo l’ora…

  2. Per aggiustarmi la bocca e lo stomaco mi sono appena presa tutta la serie della Valle Belbo…
    😀 A presto!

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