strategie evolutive

ciò che non ci uccide ci lascia storpi e sanguinanti

Pitture di guerra

10 commenti

Mi è stato fatto notare che l’intero baraccone scatenatosi con il caso di Harvey Weinstein potrebbe essere semplicemente una cosa costruita ad arte per alimentare un’ondata di indignazine e distrarre il pubblico da cose più importanti.
Non ho modo di verificarlo, e francamente non mi interessa.
L’intera faccenda mi offre tuttavia lo spunto per fare un discorso un pochino più ampio, e vagamente tangenziale ad un sacco di altre cose.

mental_2699742b

Così, per togliermi un po’ di pesi che mi hanno schiacciato negli ultimi mesi.
Non so se questo post sarà particolarmente divertente, o particolarmente illuminante.
Intendo parlare di potere e di dolore.
Di tanto in tanto bisogna farlo.

Quand’ero all’università, godendo di quella strana invisibilità di cui godono i fuoricorso cronici, mi capitò di assistere ad una scena che mi rimase impressa, e che condiziona ancora oggi la mia opinione della mia alma mater.
Ero in qualche aula in qualche seminterrato da qualche parte a Torino, e mi capitò di sentire un nostro docente e i suoi due assistenti, mentre scommettevano una pizza che sarebbero siusciti a mandare a monte la relazione di due studenti. Il ragazzo e la ragazza avevano la tesi in comune.

Scommettiamo che con la tesi riusciamo a farli litigare e si lasciano?

Perché fare una cosa del genere?, mi ha chiesto un amico quando gliel’ho raccontato.
Perché giocare con la vita e con i sentimenti di due ragazzi?
Semplice.
Perché potevano.

Ciò che è importante tener presente è che, fatta eccezione per i casi “realmente” patologici, i comportamenti dei molestatori come Weinstein – indipendentemente dal grado di popolarità, ricchezza e “potere reale” dell’individuo – non sono motivati da pulsioni sessuali, ma dalla necessità di esercitare il proprio potere. Perché per alcuni il potere ha la sua ragione di essere nell’esercizio del potere stesso.
A che pro avere l’atomica se poi non la usiamo?
Che poi questo esercizio del potere li ecciti sessualmente è un dettaglio.
Orribile, ma un dettaglio.

Potere senza responsabilità + la garanzia di farla franca.
Gli ingredienti perfetti, la ricetta perfetta per causare infelicità nel nostro prossimo.
E non starò a citarvi il Buddha, Chuang Tsu o Ildegarda di Bingen… ci siamo passati tutti.
Si tratta della radice delle molestie, del mobbing, del bullismo, delle piccole e grandi brutalità quotidiane.
Ci siamo passati tutti.
E a questo punto ci sarà certamente chi verrà a dirvi che dovete essere forti.
Infischiarvene, resistere, tenere duro, non piegarvi.
Non è il caso di drammatizzare, bisogna essere forti.
Per cui succederà quasi di sentirsi in colpa, a provare dolore, umiliazione, infelicità.
Non essere abbastanza forti per tener duro.

Una persona alla quale voglio molto bene è stata a tal punto brutalizzata, e per tanto a lungo, in università, che la sua vita è stata interrotta.
Lasciata l’università, troncati i rapporti con tutti.
Con gli amici, perché erano uomini, e quindi della stessa razza degli orchi.
Con le amiche, perché chessaràmai, passaci sopra, fattici una risata, mica sei finita livida e sanguinante all’ospedale. Son solo parole, non ti ammazzano di sicuro. E poi anche tu, dai, con certi tuoi atteggiamenti…

1501799998454

Io non c’ero, e questo non potrò mai perdonarmelo.
Perché avrei dovuto esserci.
Ed è un pansiero doloroso, molto doloroso.

Non ricordo dove ho letto che ogni dolore è unico, e ogni dolore è il più grande dolore di sempre – nessuno, ma davvero NESSUNO può venirci a dire che sì, OK, certo fa male, ma ci sono dolori più grandi, più profondi, più significativi, più degni di nota, ora piantala, che lo sappiamo che vuoi solo attirare l’attenzione.
Guarda me, vi dicono, a me è successo e ci sono passato sopra, ed ora ho una vita bellissima.

Non esiste una scala di confronto, un misuratore che ci permetta di dare un valore univoco al dolore, ah, io soffro 7.3, tu soffri 9.1, OK, scusa, smetto di lamentarmi, il tuo dolore è più grande.
Il dolore è nostro, ed è solo nostro, e nessuno può venire a sindacare su come, quanto e quanto lo dovremo sentire.

Sono convinto, sono profondamente convinto che Hapy Rhodes abbia ragione quando canta che ogni ferita e ogni cicatrice sono per ciascuno di noi come pitture di guerra, e ci aiutano a difenderci dai nostri nemici materiali e spirituali.
Ma sono le nostre ferite, le nostre cicatrici.
Le possiamo indossare con orgoglio, ma per nostra scelta, non per compiacere persone che sarebbero altrimenti a disagio a sentirci lamentare, a sentirci raccontare di come è andata. Persone alle quali sostanzialmente non frega nulla perché la distanza ammazza l’empatia, e l’empatia comunque è bassa già in partenza.

Sto andando a ruota libera, e dubito della coerenza di ciò che ho scritto.
In ultima analisi, chi vi ferisce lo fa per confermare il proprio potere, chi vi dice di incassare in silenzio lo fa perché in fondo qualunque cosa non capiti a noi o a nostra sorella #chissenefrega e #salasaràcercata, e il vostro dolore è solo vostro, non permettete a nessuno di svilirlo per darsi un tono.

 

Annunci

Autore: Davide Mana

Paleontologist. By day, researcher, teacher and ecological statistics guru. By night, pulp fantasy author-publisher, translator and blogger. In the spare time, Orientalist Anonymous, guerilla cook.

10 thoughts on “Pitture di guerra

  1. Il tuo discorso è più che coerente: alla fine, anche attorniato da amici e parenti sinceramente interessati, una persona dovrà decidere da sola come affrontare certi problemi e dovrà farlo sapendo cosa possa sopportare lei, non ciò che possano reggere gli altri.

    E comunque: bella feccia, gli scommettitori di cui hai parlato.
    Spero che dividano le loro vite con bestie alla loro altezza.

  2. Sono d’accordo su tutto, tranne che sul fatto che non si possa dire che ci sono dolori più grandi di altri. Ogni dolore è soggettivamente il più grande ma ci sono dolori che se oggettivamente trattati come tali dagli portano chi li prova a calpestare il prossimo.

    Purtroppo esiste anche il ricatto del dolore

  3. Che bel post. Sottoscrivo ogni parola. Da insegnante che ha la fortuna (dubbia) di ricevere spesso confidenze, anche dolorose, da allievi e colleghi, ne ho sentite veramente di ogni tipo… E per fortuna a me l’idea (che ho, chiarissima, evidente) di essere in grado di esercitare un potere sui miei allievi, perché sono loro stessi a darmi quel potere, dandomi fiducia, chiedendomi aiuto, ecco l’idea di avere quel potere mi terrorizza, e mi fa domandare ogni giorno se sto facendo le cose giuste. Ma sì, ne ho conosciute di persone che non vedono l’ora di usarlo, quel potere, di giocarci per vedere fin dove si può arrivare.
    Sempre per fortuna, ma anche un po’ per scelta, vivo una vita che mi permette di scegliere di stare lontano da questa gente, di mandarli beatamente affanculo e di mettere in guardia i ragazzi.

    Comunque, Doc, saresti stato un professore da paura. Alla scuola pubblica manca un po’ di gente come te. 🙂

  4. Era una sorta di mobbing docente vs studente. Che schifo. Ho sentito anche di storie di professori troppo occupati per anni per la discussione di un loro dottorando, che alla fine ha mollato a tesi fatta… Che schifo…

  5. Sottoscrivo in toto. Non si può misurare il dolore altrui. Se non si è in grado, empaticamente, di condividerlo almeno un po’, è doveroso almeno rispettarlo. Sempre. E mi chiedo con raccapriccio che cosa possano insegnare professori come quelli. Ciao.

  6. Ho riflettuto molto in questi giorni, e ho ripensato al periodo del nazismo. Chi vedeva e taceva, per paura, per tornaconto, perchè proprio non gli importava del destino degli altri. Il caso Weinstein (già chiamarlo caso è un po’ sminuirlo) è fuori norma, era il 3° produttore al mondo, insomma aveva centuplicati i poteri che un professore universitario può avere. forse era più potente , nel suo ambito, e meno controllato del Presidente degli USA. Le sue vittime avevano poco scampo. Specie se erano giovani e a inizio carriera, o psicologicamente fragili. Dovevano fermarlo? Certo che dovevano. Ma chi? La polizia, la legge, la medicina, i media, le sue vittime, i mariti, padri, fratelli amici delle sue vittime? Ora che non è più il n° 3 al mondo sembra facile parlarne senza paura. Ma allora? In queste ore mi chiedo: se avessi saputo, cosa avrei fatto? Io che conto niente. Ecco credo che continuerò a chiedemelo.

  7. Grazie per queste parole, mi hanno riportato un po’ di lucidità.

  8. Pingback: Per tutti il dolore degli altri è dolore a metà? | Secondo Kara Lafayette

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...