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Dopo il flusso – ovvero perché chi scrive è depresso

15 commenti

bigstock-lightbulb-vectorUno degli aspetti più meravigliosi, io credo, della nostra civiltà, una delle cose per cui dovremmo tutti darci una bellapacca collettiva sulla spalla, è la facilità con la quale è possibile acquisire informazioni.
E non parlo solo della rete, anche se la rete è certamente fondamentale.
Noi siamo la civiltà delle biblioteche, delle scuole, dei forum, dei repositories.
Dei manuali per autodidatti e per deficienti1, delle guide e dei corsi online.

A condizione di avere abbastanza curiosità e abbastanza tempo, è relativamente facile imparare qualsiasi cosa.
Il tempo è un elemento critico, ma davvero… smettetela di guardare la TV e scoprirete che avete un sacco di tempo libero in più.
La curiosità… eh, quella può essere una nota dolente. Ne abbiamo parlato in passato.

Dove voglio andare a parare?
Stamani, il mio vicino di cella Alex Girola ha fatto un pezzo sulla scrittura, e su come ci si sente quando non si può scrivere.
E mi ha dato da pensare…

Chi è felice non scrive, diceva Edna O’Brien.
Aveva ragione?

Il post di Alex mi ha fatto ripensare a quel fenomeno – del quale ho già parlato in passato – per il quale, per me l’attività della scrittura comporta un alternarsi di alti e bassi, momenti di entusiasmo a fasi in cui sostanzialmente provo una forte sensazione di disagio e di infelicità.
Ne ho parlato, credo, perché credo non sia una cosa che riguarda soltanto me – e potrebbe magari essere in qualche modo connessa al fatto che molti scrittori in passato abbiano sviluppato delle dipendenze.
Per sfuggire a questa fase di umor nero.

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E così stamani, dopo aver letto il post di Alex, ho deciso di fare un po’ di ricerca sull’argomento.
Negli ultimi tempi ho letto un sacco di cose sul cervello e sulla neurochimica dell’apprendimento, per cui non è che la cosa mi porti molto fuori strada.

Un po’ di ricerca mi ha così portato a trovare un concetto, il Flow (che in italiano sarebbe il flusso, ma lo chiamano anche esperienza ottimale o trance agonistica), e un workshop online a riguardo.

Cominciamo col flusso.
Un individuo è in condizione di flusso quando la sua attenzione è a tal punto assorbita dall’attività che sta svolgendo che il cervello “cambia marcia” e si mette ad operare in maniera diversa, elaborando in maniera diversa le informazioni. È quando si dice “essere nella zona”, e se il concetto è molto popolare fra gli sportivi, si applica in realà a qualunque attività umana.

Stando a Wikipedia, uno stato di flusso comporta:

  • Obiettivi chiari: le aspettative e le modalità di raggiungimento sono chiare.
  • Concentrazione totale sul compito: un alto grado di concentrazione in un limitato campo di attenzione (la persona non ragiona su passato e futuro ma solo sul presente).
  • Perdita dell’autoconsapevolezza: il soggetto è talmente assorto nell’attività da non preoccuparsi del suo ego.
  • Distorsione del senso del tempo: si altera la percezione del tempo. Non si rende conto del suo scorrere.
  • Retroazione diretta e inequivocabile: l’effetto dell’azione deve essere percepibile dal soggetto immediatamente ed in modo chiaro.
  • Bilanciamento tra sfida e capacità: l’attività non è né troppo facile né troppo difficile per il soggetto.
  • Senso di controllo: la percezione di avere tutto sotto controllo e di poter dominare la situazione.
  • Piacere intrinseco: l’azione dà un piacere intrinseco, fine a se stesso (esperienza autotelica).
  • Integrazione tra azione e consapevolezza: la concentrazione e l’impegno sono massimi. La persona è talmente assorta nell’azione da fare apparire l’azione naturale.

È uno stato affine a quello che si ottiene con la meditazione, e se praticate uno sport, suonate uno strumento, colorate miniature per giochi di ruolo o scrivete, sapete di cosa sto parlando.
E, tra parentesi, esperienza autotelica sarebbe come dire che crea dipendenza.

L’intero ambaradàn di Wikipedia è particolarmente interessante, ma non mi spiega perché sono felice quando scrivo, ma anche no.

Qui entra in gioco Big Think, una piattaforma online per la diffusione di contenuti multimediali a scopo didattico – in altre parole, una sorta di Agorà digitale in cui vengono postati contenuti diversi (scienza, politica, società, filosofia), per renderli il più accessibili possibile.

Conosco Big Think da tempo, ma non sapevo che organizzasse workshop – vale a dire cicli di lezioni multimediali su uno specifico argomento.
Questo è molto interessante.
Capito così su un workshop relativo allo stato di flusso tenuto da Steven Kotler, che è un giornalista e divulgatore e che ha messo in piedi una fondazione per studiare la genomica del flusso.
Kottler identifica molto bene i fattori biochimici del flusso – il rilascio di norepinefrina, dopamina, anandamide, serotonina e endorfine – e i meccanismi bioelettrici e neurologici del processo.

Ed è lì, in quel workshop, che viene definito il ciclo del flusso:

  • carico
  • rilascio
  • flusso
  • ripresa

E facciamo allora un esempio concreto.
Devo scrivere una storia.
Meglio – sto scrivendo una storia, un thriller sovrannaturale, dodicimila parole minimo da consegnare entro fine mese2.
La storia si svolge a Memphis, una città che non conosco. Entro perciò in fase di carico: mi documento, cerco mappe e articoli, preparo una outline, cerco informazioni su dettagli che potrebbero essermi utili. Questa fase non è piacevole – per quanto a me personalmente piaccia fare ricerca3, ciò che voglio fare è scrivere. È quello il mio obiettivo. Questo rimpinzarsiil cervello senza dargli sfogo è spiacevole, crea ansia, nervosismo.
Dopo la fase di carico, se provo a scrivere, ciò che scrivo non mi piace.
Ci vuole una fase di rilascio: esco a fare due passi, preparo cena, mi faccio una partita a campo minato o a Go, ascolto un disco. Magari faccio un post su strategie.
L’importante è non guardare la TV, perché la TV modifica i nostri schemi mentali.
Il lavoro passa in secondo piano, e viene passato all’inconscio, che se lo ravana con calma mentre io mi distraggo.
A questo punto posso mettermi alla tastiera, e scrivere 650 parole in mezz’ora.
Mio fratello si lamenta perché mi parla e io gli dico “sì, sì”, ma di fatto non sento una parola di ciò che dice – sono in stato di flusso, e scrivo. E scrivo bene.
La fase di flusso ha una durata diversa a seconda dei casi, ma arrivati alla fine c’è la fase di ripresa – la fase in cui il sistema scarica tutte le endorfine, e si prova una sensazione estremamente spiacevole, quasi depressiva.

Il mio umor nero – che credo non sia solo mio – rappresenta il passaggio attraverso quelle due fasi, la ripresa, in cui si ha il crash da endorfine, e la spacevole necessità di sovraccaricare il cervello di idee e informazioni prima di fare una pausa e lasciare che le idee sedimentino.
E saperlo non è che cambi granché – è sempre e comunque una fase che fa schifo – però fa la differenza. Perché sapere cosa succede aiuta a superare ciò che succede.
Ciò che non sai non può farti male è una balla.

Il modello in quattro fasi di Kottler è in realtà una semplificazione di un modello molto più ampio, ma va bene così…

Csikszentmihalyi-The-Psychology-of-Optimal-Experience.

E questo, in sostanza, è ciò che ho messo insieme stamani.
E ora scusatemi – c’è un workshop su Big Think sull’ansia, e credo lo seguirò mentre mi mangio un panino.
E poi magari ci faccio un post – ammesso che possa interessare.


  1. in senso buono 
  2. perché diavolo sto perdendo tempo a scrivere questo post, allora? Ci arriveremo… 
  3. forse si era intuito 

Autore: Davide Mana

Paleontologist. By day, researcher, teacher and ecological statistics guru. By night, pulp fantasy author-publisher, translator and blogger. In the spare time, Orientalist Anonymous, guerilla cook.

15 thoughts on “Dopo il flusso – ovvero perché chi scrive è depresso

  1. Interessante! Questo, il flow, per come lo affronti anche tu, è un punto d’incontro tra psicologia e scrittura, e in quanto tale lo avevo affrontato anche io, più o meno marginalmente, qualche mese fa sul mio blog 😀

  2. Interessantissimo, ci sarebbe da farci un post sul flusso in teatro: studio del personaggio/reviviscenze/prove -> non portare il personaggio a casa -> spettacolo -> rilascio, in attesa di nuovo spettacolo.
    Interessantissimo davvero. Ho scoperto cose che non sapevo su un processo che mi è familiare da molti punti di vista… Grazie! 🙂

  3. 1.Hai rispettato il ciclo anche per questo post? (che brutta parola il ciclo)
    2.Cioè praticamente la creatività è una sorta di RIEMPI E SVUOTA in loop, che bello!
    3.Che fai diventi dipendente da Big Think?

  4. Bel post. Il concetto di ‘flow’ è da tempo popolare tra gli sviluppatori di software. Come per molte attività che richiedono concentrazione, la scrittura di codice ‘cambia marcia’ quando entriamo in questa modalità di azione e diventiamo straordinariamente produttivi. È anche il motivo per cui uno sviluppatore si inc**za come una bestia quando si trova nel flow e viene interrotto. L’unico modo per evitarlo è, di solito, girare alla larga.

  5. Bello. In modo parziale, marginale, minimo (scegliere l’aggettivo preferito) mi ci sono trovata e riconosciuta anch’io.

  6. Interessante. Riguardo a come la tv cambia gli schemi mentali hai qualche riferimento?
    Succede solo con la TV o con qualunque mezzo visivo? A naso mi pare centri la modalità passiva di fruizione.

    • Credo valga con qualunque mezzo visivo – per cui anche andare al cinema non credo conti.
      Da qualkche parte avevo letto qualcosa sul modello cognitivo della televisione – e poi c’è la famosa metafora di Harlan Ellison, per cui la TV è “la tetta di vetro”, che ti ingozza in maniera passiva coi suoi contenuti.
      Farò qualche ricerca…

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