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O lo idolatri o lo detesti: the Red Shoes

4 commenti

E poi naturalmente c’è Scarpette Rosse.
Ti sei guardato A Matter of Life and Death e Black Narcissus, per cui The Red Shoes ti tocca.
E Scarpette Rosse sono due ore e un quarto.
Powell & Pressburger, 1948. Un film all’anno, ricordate?

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Ora, l’universo si divide in due grandi categorie – quelli che The Red Shoes lo adorano (come Brian de Palma e Martin Scorsese, o Kate Bush), e quelli che lo odiano (come ad esempio Arthur Rank, che lo aveva finanziato e che lasciò la sala dopo quindici minuti alla prima). Sì, è vero, ci sono anche quelli che non lo hanno mai visto, ma di certe persone noi preferiamo non parlare. O ci facciamo sopra dei musical…

Oh, yeah, let’s get one thing straight. See, I never heard about “The Red Shoes,” I never saw “The Red Shoes,” I didn’t give a fuck about “The Red Shoes.”
(Dante & Kirkwood, A Chorus Line)

Con buona pace di Val in A Chorus Line, il film viene considerato da molti il capolavoro definitivo di Powell & Pressburger, e pare che anche la leggenda metropolitana riguardo al fatto che una visione in giovane età avviò centinaia di ragazzine alle scuole di danza forse non è poi così una leggenda.

215px-Archers-AMOLAD-LogoÈ certamente vero che in The Red Shoes si compongono tutti i pezzi del puzzle degli Archers – la commistione di realismo e immaginazione fantastica, l’intrattenimento di massa e la proposta di argomenti meno che banali, la combinazione di immagini, dialogo, musica (in apertura, con la presentazione dell’orchestra, ad esempio), e la falsificazione del vero per porre il vero al servizio dell’immaginazione e della narrativa. E il fatto che Pressburger fosse (anche) un musicista, ovviamente, aiuta.

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Insomma, un gran bel pezzo di cinema. E se davvero avete mai visto un film ambientato nel mondo della danza, avete visto scene rubate a The Red Shoes – dalle prove con il bastone da passeggio per tenere il tempo alle ballerine che sbarellano e gli specchi infranti. O anche non film sulla danza: da dove credete che arrivi il sacchetto di carta che balla di American Beauty? Dalla scena del giornale di questo film. E fatto senza tecnologie digitali.

La trama: due giovani artisti, la ballerina Vicky Page (Moira Shearer) e il compositore Julian Cranster (Marius Goring – che era stato il Conducente 71 in A Matter of Life & Death) vengono coinvolti nella compagnia del grande impresario Boris Lermontov (Anton Wallbrook), che li porterà al successo ma finirà per rischiare di distruggerli. Un balletto scritto da Julian per Vicky, e basato sul racconto di Hans Christian Andersen “Le Scarpette Rosse” segnerà il trionfo e la tragedia.

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Insomma, siamo nuovamente dalle parti del melodramma sentimentale con elementi fantastici – e Powell & Pressburger si divertono a mostrarci il mondo dello spettacolo dietro le quinte e in scena, a giocare con gli effetti speciali, a manipolare le immagini e il pubblico.
Alcune cose sono sottilissime – come rallentare impercettibilmete la pellicola durante i balzi dei ballerini, che così restano sospesi in volo appena un po’ più a lungo del normale.

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Ed è difficile, molto difficile, guardare The Red Shoes e non provare uno stranissimo senso di deja-vu ripensando a Twentieth Century, che sembra quasi raccontare la stessa storia.
Anche nel film di Hawks c’è un impresario/regista totalitario e manipolatore, anche nel film di Hawks c’è una giovane ingenua proiettata nel rutilante mondo dello spettacolo e più o meno formalmente ricattata dal suo pigmalione.
Ci sono persino le scene sul treno, e davvero Anton Walbrook in Tecnhicolor assomiglia a John Barrymore in bianco e nero – stessa gestualità, stessi baffi, stessa pettinatura.

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Ma naturalmente, Twentieth Century è una screwball comedy del 1934, con Carole Lombard (bellissima) che finisce su un treno, mentre The Red Shoes è una tragedia del 1948, con Moira Shearer (bellissima) che finisce sotto a un treno. E tuttavia i paralleli sono inquietanti.

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Gran parte del cast di Scarpette Rosse è composto da ballerini classici, a cominciare da Moira Shearer, al suo debutto cinematografico, capelli rosso-fuoco e Technicolor-friendly, una ballerina classica che sapeva anche recitare. I ballerini, in effetti, se la videro brutta – i teatri di posa non erano l’ambiente adatto per la danza classica, e il fondo di calcestruzzo non fece molto bene ai piedi degli artisti. E la Shearer finì appesa a cavi e spazzata da ventilatori per dare ai suoi capelli un movimento “spontaneo”.

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Il film ruotava attorno alla produzione di un balletto che non esisteva – e così Powell & Pressburger scrissero anche il balletto, che occupa un quarto d’ora abbondante della pellicola e ne rappresenta il climax ideale. E forse, badate bene, non è il balletto ciò a cui stiamo assistendo, ma un’immagine ideale del balletto rubata all’immaginazione della protagonista.
Le musiche, composte ad hoc da Brian Easdale, vinsero un Oscar – il primo vinto da un compositore inglese. Un secondo Oscar andò a Hein Heckroth, per i costumi e le scenografie.

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Ma prima di arrivare agli Oscar la strada sarebbe stata lunga.
Come accennato in apertura, Arthur Rank, che aveva finanziato la pellicola, si convinse che sarebbe stato un disastro, sulla base dei soli primi quindici minuti. Il fatto che la Rank fosse già nei guai per la debacle finanziaria di Caesar & Cleopatra, del ‘45, con Vivienn Leigh, fece sì che The Red Shoes avesse una distribuzione minima, pubblicità nulla e che, in generale, la Rank avesse deciso di farlo sparire. Anche perché probabilmente non sapevano come venderlo.
Cos’è? Un dramma? Una storia d’amore? Una fiaba? Non è un musical, e chi lo ha mai visto un balletto al cinema?

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In Gran Bretagna uscì solo in cinema di second’ordine, ma il passaparola fu tale che il film risultò essere fra i primi dieci al botteghino. In America, sia per motivi economici che per motivi di sfiducia, il film venne distribuito in una sola sala, dove tuttavia rimase in cartellone per 110 settimane consecutive, incassano oltre due milioni di dollari di allora.
A questo punto, forse, Rank gli diede una seconda occhiata. Di sicuro si rese conto di avere fra le mani la gallina dalle uova d’oro.

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Oggi è considerato un capolavoro inarrivabile, pieno di colori e di musica, un monumento alla passione per l’arte e al delirio dell’immaginazione.
Ai vecchi tempi lo passava Rai 3, a Fuori Orario.
E naturalmente nel 2009 ne è uscita una edizione restaurata – proprio perché non è che ci credessero moltissimo, i responsabili della distribuzione lasciarono i master della pellicola esposti alle intemperie nell’area carico-scarico degli studi Rank prima di distribuirlo. Il film venne perciò sempre proiettato in copie danneggiate e di bassa qualità.

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Resta il fatto che c’è chi lo odia, e chi lo idolatra, e chi non l’ha mai visto. Che  ha ispirato un album di Kate Bush, e tu che te lo sei riguardato ora sai che ti toccherà anche Tales from Hoffman.
Perché sempre di musica e di Powell & Pressburger si tratta, e c’è di nuovo Moira Shearer.
Ne riparleremo.

Autore: Davide Mana

Paleontologist. By day, researcher, teacher and ecological statistics guru. By night, pulp fantasy author-publisher, translator and blogger. In the spare time, Orientalist Anonymous, guerilla cook.

4 thoughts on “O lo idolatri o lo detesti: the Red Shoes

  1. Visto stasera a seguito di questo post. Mi metto nella categoria di quelli che lo adorano. Splendido.

    Grazie mille.

  2. Vado a recuperarlo!
    Mi permetto di consigliarti un musical anche io, sempre sulla costruzione di uno spettacolo di broadway: La danza delle luci del 1933. Con un amarissimo finale sulla grande depressione. L’ho scoperto l’anno scorso ed è uno dei film più belli che ho visto…

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