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ciò che non ci uccide ci lascia storpi e sanguinanti

Hoffmann & Offenbach secondo Powell & Pressburger

2 commenti

hoffmannE a questo punto, si diceva, The Tales of Hoffmann non lo si può lasciar fuori. Scritto, prodotto e diretto nel 1951 da Michael Powell e Emeric Pressburger, questo adattamento “infedelmente fedele” dell’opera di Offenbach rappresenta il culmine del percorso creativo degli Archers, l’evoluzione delle scene finali di Black Narcissus e del balletto incorporato nella trama di The Red Shoes. L’idea è di narrare una storia per immagini usando la musica come filo conduttore.
Perché parlarne?
Intanto perché è ancora una volta un caposaldo del cinema fantasy che gli appassionati di fantasy non conoscono. Poi, perché rappresenta uno dei momenti più alti dell’artificio cinematografico in epoca pre-digitale.
E poi perché George A. Romero lo descrisse colme il suo film preferito di sempre: “il film che mi fece venire la voglia di fare film.”
Mica robetta.
A questo punto, sipario…

La trama per quel che vale.
Ernst Theodor Amadeus Hoffmann, poeta scrittore giurista eccetera si strugge per Stella, una ballerina. Quando la nota che Stella gli ha mandato viene intercettata da un rivale, Hoffmann credendosi piantato in asso si reca all’osteria dove racconta tre storie, mentre progressivamente si alcoolizza. Le storie riguardano Olympia, una ballerina meccanica conosciuta a Parigi, Giulietta, una cortigiana conosciuta a Venezia e Antonia, una cantante lirica conosciuta in Grecia. Tutte e tre le donne spezzano il cuore del povero Hoffmann, e a completare il quadro, Stella arriva all’osteria, lo trova ubriaco fradicio e se ne va col suo rivale.

 

Il film esplora in maniera estremamente tangenmziale il tema del rapporto fra sentimenti e arte – e come spesso la trasposizione di un sentimento in un’opera d’immaginazione corrisponda a una perdita nel mondo reale. Ancora una volta, mica robetta, in quello che è e resta un intrattenimento popolare. Un film fantastico, con una donna meccanica, una Venezia che pare l’anticamera dell’inferno, spettri e quant’altro.

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Powell e Pressburger assemblarono un cast colossale, a cominciare da Moira Shearer, che ritorna nel doppio ruolo di Stella e di Olympia. E poi Ludmilla Tcherina (già vista in Scarpette Rosse) e una fetta consistente del Royal Ballet di Londra, tutti i ballerini doppiati da cantanti lirici. E in effetti gli unici due attori dei quali sentiamo la voce vera sono Robert Rouseville, che fa Hoffmann, e Monica Sinclair, nella parte di Nicklaus.
Perché Offenbach scrisse un’opera, ma Powell & Pressburger di quest’opera fecero un film, e un balletto.

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Ma al di là del cast, è l’impatto visivo del film che è assolutamente incredibile. L’uso dei colori per caratterizzare ogni episodio, le scenografie al contempo realistiche e surreali, i costumi.
E l’uso di ogni possibile trucco analogico per ottenere scene che sempbrano quadri, ma che si animano, si muovono. E la macchina da presa infilata negli angoli più improbabili, che contribuisce a rendere ciascuna scena diversa da qualunque altra cosa si fosse mai vista fino a quel momento.

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Lo girarono in sedici giorni – pensateci, sedici giorni – e lo montarono a suon di musica: nel senso che venne utilizzata un’incisione della colonna sonora per tagliare e montare le scene in moviola in maniera da sincronizzare l’azione col ritmo della musica.

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Gli americani lo odiarono – il New York Times lo definì freddo e stancante.
Però Cecil B. DeMille, un uomo che era sinonimo di colossal, mandò una lettera ai registi, dicendo loro

Per la prima volta nella mia vita, mi è stata presentata una Grand Opera nella quale la bellezza, la potenza e la vastità della musica era uguagliata perfettamente dalla presentazione visiva.

Son soddisfazioni – ma il film ricevette solo due nomination “tecniche” agli Oscar, perle scene e i costumi, ed entrambi i premi andarono a Un Americano a Parigi – ironico, considerando che senza il successo di The Red Shoes, di Powell & Pressburger, il film di Gene Kelly non sarebbe mai stato realizzato.

Oggi ne esiste una sontuosissima e spettacolare versione restaurata, uscita nel 2015, che porta la duratra da due ore e sei minuti a due ore e sedici.

E poi sì, naturalmente, Romero…

Autore: Davide Mana

Paleontologist. By day, researcher, teacher and ecological statistics guru. By night, pulp fantasy author-publisher, translator and blogger. In the spare time, Orientalist Anonymous, guerilla cook.

2 thoughts on “Hoffmann & Offenbach secondo Powell & Pressburger

  1. Grazie per la segnalazione, e buon Natale!

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