strategie evolutive

ciò che non ci uccide ci lascia storpi e sanguinanti

Balbuzie

7 commenti

Due sere fa mi sono messo a balbettare.
Non era mai successo prima, e mi ha abbastanza preoccupato.
In prima battuta, perchè quando capitano certe cose, il mio primo pensiero corre a qualche processo neurologico degenerativo o a qualche cortocircuito nervoso/circolatorio.
Ictus. Ischemia.
Non è bello.
In secondo luogo, perché mettermi a balbettare per la furia incrina irrimediabilmente la mia immagine universale di impassibilità zen.

Il fatto è questo: stavo discutendo di un paio di problemi riscontrati recentemente con un mio studente, e la reazione dei miei interlocutori è stata

Tanto ormai ti ha pagato, no?

E io mi sono messo a balbettare.
Perché mi fa mortalmente infuriare, al punto di levarmi la parola (e io senza parole sono morto) questa idea che la nostra responsabilità cessi nel momento in cui il campanello del registratore di cassa suona.

Non è così.
E naturalmente resta il fatto che se davvero essere pagati è tutto ciò che conta, allora battere i marciapiedi è molto più facile che insegnare, os crivere, o riparare scarichi dei lavandini.

 

E tuttavia, se un idraulico venisse a casa nostra e noi lo pagassimo per ripararci uno scarico, e quello poi risultasse ancora guasto, vorremmo rivalerci, in qualche modo.
I tubi riparati o i soldi indietro, per dire.
Troveremmo assolutamente inammissibile se qualcuno facesse spallucce e andasse a dire al nostridraulico truffaldino

Tanto ormai ti ha pagato, no?

Andremmo su tutte le furie, sentendoci parte lesa, e oltretutto sbeffeggiati. Pretenderemmo che quel particolare idraulico si dimostri corretto, responsabile e meritevole di quei soldi che, a quanto pare, sono l’unica cosa che abbia importanza.

Clogged-Drains

Ora, non è particolarmente lusinghiero, mi rendo conto, paragonare chi segue i miei corsi e i miei workshop, o chi mi paga per ricevere lezioni private, o chi legge le mie storie, ad una tubatura intasata, ma il modello è quello.
E io ho una responsabilità verso chi mi paga.
Una responsabilità che mi può anche portare “solo” a prendere nota del problema e a cominciare a lavorare per correggerlo il meglio possibile e il prima possibile.
Una responsabilità che mi porta certamente a non sentirmi bene quando il mio lavoro non dà i frutti che mi ero prefissato.
Una responsabilità verso quelli che Mickey Spillane buonanima chiamava “clienti”, e che anche mio padre buonanima, pur svolgendo una attività radicalmente diversa, chiamava “clienti”.
Quelli che ci pagano, e dalla soddisfazione dei quali dipende la nostra sopravvivenza.

Perché un cliente soddisfatto parlerà bene di noi, e magari ci manderà altri clienti, o ci proporrà altri lavori.
E noi verremo nuovamente pagati.
Nulla di particolarmente spirituale, o altruistico, o disinteressato: semplicemente una sana pratica commerciale.

Ma fermarsi al Tanto ti hanno pagato, no? è suicida.
Implica un chissenefrega che non è un gesto di libertà, ma di resa.
Qualunque fosse ciò in cui mi sono impegnato – o si supponeva dovessi impegnarmi – ha cessato di avere importanza nel momento in cui l’addebito è arrivato sul mio conto.
Qualunque fosse ciò in cui mi sono impegnato – o si supponeva dovessi impegnarmi –  è finito, e non in maniera piacevole, o avrei qualcosa di più da mostrare, e non solo l’ncasso.
Fossero anche solo tubature linde e efficenti.
Il mio lavoro.

Bisognerebbe provare un minimo di orgoglio, per il proprio lavoro.
Non orgoglio per l’incasso.

E mi fa infuriare prima di tutto che mi sia proposto come atteggiamento da seguire, e poi che persone intelligenti siano state evidentemente infettate da questo meme tossico.
Perché è tossico – uccide.
E troppe volte ho visto la filosofia del Tanto mi hanno pagato, no? mandare a gambe all’aria progetti meritevolissimi, danneggiando quelli che avrebbero dovuto trarne un beneficio.
O come diceva quel tale, puoi fregare qualcuno tutte le volte, ma fregare tutti, sempre, non si può.
È un problema che gli economisti hanno finora faticato a comprendere: quello di ipotizzare una crescita infinita per un mercato che esiste in un sistema finito.
È una mentalità estremamente radicata, me ne rendo conto, ma anche suicida.

E mi fa infuriare al punto che mi metto a balbettare.
O forse chissà, è davvero un problema cardio-circolatorio, o di ossigenazione del cervello, e la prossima volta ci resterò secco.

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Autore: Davide Mana

Paleontologist. By day, researcher, teacher and ecological statistics guru. By night, pulp fantasy author-publisher, translator and blogger. In the spare time, Orientalist Anonymous, guerilla cook.

7 thoughts on “Balbuzie

  1. Terribile. La dignità del lavoro = l’incasso.

  2. Lasciamo da parte gli scenari medico/catastrofici, OK? Con ogni probabilità, hai balbettato solo per un momento di nervosismo. Il punto è scontrarsi con la mentalità complice e scadente che hai descritto, con la constatazione che anche in mezzo a chi più o meno ti è vicino è presente questo tipo di atteggiamento.
    Hai ragione quando affermi che è diffuso, che è pervasivo nella nostra società. E’ anche peggio di così. Hai il fascino del lato oscuro senza averne lo stile, del cinismo senza la profondità intellettuale. E rovina quello che tocca, come una scoria tossica.
    L’unica risposta per queste cose è lavorare seriamente come fai tu. Marcare una differenza, sempre comunque e dovunque.

    • Si fa il possibile.
      Il discorso è che se questa mentalità dilaga, siamo finiti.
      E comunque sì, gli scenari catastrofici di natura medica li lasciamo per una ltro memonto – fra qualche dozzina dianni, possibilmente 😉

  3. Preoccupante mentalità dilagante, la tua indignazione è più che motivata, ti capisco. Sei una persona seria a responsabile e questo indubbiamente conta. Felice di sostenerti.

  4. Auguri per la balbuzuie, ma credo che sia una reazione nervosa. quell’atteggiamento fa indignare anche me, e io qunqndo mi indigno ho spesso dei (brevi) blocchi motori, che a volte durano mezza giornata, ma poi passano…. Ri-auguri.

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