strategie evolutive

ciò che non ci uccide ci lascia storpi e sanguinanti

La solitudine del maratoneta

14 commenti

Loneliness runQuesto è una specie di pork chop express, scritto a ruota libera perché oggi gira così.
The Loneliness of the Long Distance Runner è un bel film del 1962 che vi consiglio caldamente, così come sono consigliati i racconti di Alan Sillitoe nella collezione dallo stesso titolo. E c’è anche un pezzo degli Iron Maiden, con quel titolo.
Ma non voglio parlare del film, o del libro, o della corsa sulla lunga distanza, o dei Maiden.
Riprendo invece due post usciti nelle ultime trentasei ore, uno sul blog di Alessandro Girola, e uno sul blog di Germano Hell Greco.
Entrambi sono relativi a un problema del quale abbiamo discusso spesso, fra noi, qui nel Blocco C, durante l’ora d’aria.
Il problema è la solitudine di chi scrive.
E no, mettete via i fazzoletti, quello di cui voglio parlare non è di quanto sia triste e infelice chi scrive. Non è così brutta, e se fosse davvero così brutta uno potrebbe sempre dire, beh, mettiti a fare altro, no?
Mi interessa molto di più l’idea della solitudine, indipendentemente dal lavoro che sto facendo in questo momento per vivere, che pare stia cominciando a gravare sulla rete.

Io comincerei col dire che non c’è nulla di male nella solitudine, quando è una scelta consapevole. Pur essendo animali sociali, prenderci un po’ di tempo per noi stessi, per ricaricare le batterie, può essere la nostra salvezza.
Allontanarsi dal rumore, dalla ressa, dalla pressione.
Ci sono vari modi e maniere, c’è chi va a camminare in montagna e per i boschi, chi si perde in città e si gode la solitudine che si vive in mezzo alla folla, c’è chi medita, chi prega, chi si dedica al proprio hobby, chi ascolta musica…
Ecco, la musica.
Come dicevano gli REO Speedwagon (così chiariamo sdubito che questo sarà un post altamente intellettuale)

I used to be lonely till I learned about livin alone
I found other things to keep my mind on
And I’m gettin to know myself a little bit better

Se impariamo a negoziare la solitudine, a scendere a patti con essa, a sceglierla quando ci serve, a viverci, può anche essere una cosa piacevole.

Loneliness

E può essere la stessa cosa anche con quell’altra forma di solitudine, che è fondamentalmente una conseguenza dell’invisibilità alla quale spesso ci condanna la rete.

E anche qui, io sono convinto che non ci sia nulla di veramente orribile nell’essere invisibili, ed anzi a tratti credo sia addirittura una condizione desiderabile, ammesso che sia, esattamente come sopra, una scelta consapevole e non un effetto collaterale.

In fondo, come cantavano i Tokyo Jihen (diamoci un tono), essere invisibili potrebbe significare diventare trasparenti alle avversità, alle cattiverie, ai giudizi negativi, senza per questo perdere il contatto con le persone. Rendere anzi il contatto più intimo, più vero più… aha, trasparente.

I want to impart it to you properly, with feelings that are becoming transparent
Every day it’s the dyed sky’s short season
If I look up straight ahead, even nightfall isn’t so terrible
I am an invisible man – I want to be seen through more and more. The truth is, that’s all I’ve wished for

Certo, l’invisibilità in rete fa male.
Ci ruba la voce, ci zittisce per sempre.
Ricordate ciò che dicevamo dei blog morti come città fantasma del Far West?
E che dire dei profili Facebook che nessuno frequenta, delle foto su Instagram che nessuno ha mai visto, dei video su Youtube che nessuno guarda.
Degli ebook che vengono pubblicati e scompaiono – ecco, sì, questo brucia, e colpisce vicino.
In tutta questa colossale massa di comunicazione in cui siamo immersi, esiste forse qualcosa di peggio che scomparire?
Scomparire non per nostra scelta, non come forma di purificazione, di fuga. Non come sistema per reinventarci. Non andare a Katmandu come cantava Bob Seger (ormai questo più che un post sta diventando una playlist)

I’m tired of lookin’ at the tv news
I’m tired of drivin’ hard and payin’ dues
I figure baby I’ve got nothing to lose
I’m tired of being blue
That’s why I’m goin to Katmandu
Up to the mountains where I’m going to

No, non così.
No, scomparire per la crudele consapevolezza del fatto che là fuori, in quella massa vociante, di noi, di ciò che facciamo, di ciò che abbiamo da dire, non importa a nessuno.
È abbastanza per farci impazzire, io credo, una simile consapevolezza. E forse li abbiamo visti tutti, qua o là sul web, quelli che sono impazziti.

Io sono fortunato. I miei ebook non vendono in fantastiliardi ma vendono, i miei blog ricevono regolarmente dei commenti intelligenti e interessanti, i miei follower e i miei amici si tengono in contatto. Ci parliamo, ci scambiamo mail, ci telefoniamo. A volte chiacchieriamo in hangout.
Conosco persino persone (orrida allitterazione) con le quali ci si riesce a fare una pizza di tanto in tanto.
Sono cose che salvano la vita.
E se è vero che ci sono momenti in cui vorrei, in cui lo desidero davvero come l’uomo invisibile della canzone citata qui sopra, momenti in cui vorrei davvero che ci fosse un semplice interruttore, per spegnere e scomparire, rinchiudersi in un monastero come Leonard Cohen, un po’ come dicevano i Supertramp…

Sometimes I wonder where my life is taking me
Sometimes I wonder what they all expect of me
Well there were days I can tell you quite honestly
I saw myself winding up in the monastery

Beh… lo sappiamo che non è così facile.
E ci sono persone che ci ricordano che non è necessario.  O davvero desiderabile.
Seduto in una stanza in penombra, a inventare storie di persone che non esistono per intrattenere persone che non conosco per pagare debiti chenon ho fatto, sperduto nel bel mezzo del nulla nel selvaggio Astigianistan… sì, potrebbe essere meglio.
Ma potrebbe anche essere molto peggio, e sarebbe criminale lamentarsi.
E per chiudere con le immortali parole di Alice Cooper…

I may be lonely
But I’m never alone
And the night may pass me by
But I’ll never cry

… che se ci pensate, è quasi esattamente l’opposto di ciò che diceva Kevin Cronin degli Speedwagon. Percorsi opposti, risultati simili.
Che, se ci pensate, ha un suo senso.
Ma forse chissà, alla fine avevano ragione i Journey.
Fatevi compagnia là fuori, ragazzi e ragazze, perché è un momentaccio.

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Autore: Davide Mana

Paleontologist. By day, researcher, teacher and ecological statistics guru. By night, pulp fantasy author-publisher, translator and blogger. In the spare time, Orientalist Anonymous, guerilla cook.

14 thoughts on “La solitudine del maratoneta

  1. Hai saltato solo gli Iron Maiden! 🙂

  2. Ho sempre definito la solitudine un’arma a doppio taglio: ti fortifica ma può anche distruggerti, il fattore fondamentale è: quanto bene si sta con se stessi?

  3. A volte, non si può fare a meno della solitudine: è necessaria, per fare certe cose, perché la solitudine può essere fatta di calma e silenzio, utili per la concentrazione.
    Certo, troppa solitudine annoia e la noia può uccidere in molti modi. Serve un ritmo, anche irregolare, tra solitudine e compagnia.

  4. Bell’articolo

    Dissento solo sulla necessità di solitudine dell’autore.
    Forse era valido anni fa quando le possibilità di comunicare e condividere erano molto ridotte, oggi non è più realmente vero.

    Anche il tuo esperimento di qualche giorno fa è un esempio di come un autore lavora in solitudine solo se sceglie di farlo.
    E in quel caso ha pienamente diritto alla solitudine… purché, come dici anche tu, non la viva come un peso o una maledizione.

    • Ah, un chiarimento – ionon parlo di necessità di solitudine dell’autore, ma dell’individuo. Non importa cosa fai per vivere, di tanto in tanto bisogna staccare.
      Quando si scrive in sostanza si è soli – anche quando si scrive in pubblico. Non sono un fan degli scrittori che scrivono al bar fumando Chesterfield e bevendo Lagavulin mentre attorno a loro “pulsa il ritmo della notte”.
      È OK per la pubblicità di un caffé liofilizzato, non per scrivere. Ma naturalmente quello vale per me.

      • Ah ok, siamo molto più allineati allora.
        ^___^

        Però che ne pensi della scrittura in comunità tipo nanowrimo e della scrittura condivisa alla ensamble di scrittori?
        Io ovviamente sono di parte e ritengo che comunità come minuti contati e nanowrimo siano il massimo per un autore, un po’ meno verso la scrittura a più mani

        • Sostanzialmente ciò che funziona va bene.
          Per me la comunità di autori ha un senso se ci si siede a un tavolo, anche visrtuale, e si parla del nostro lavoro, non se si fanno le cordate per scrivere in comunità – ma quello sono solo io, se per qualcuno funziona, bene, buon per loro.
          Personalmente non ho molta simpatia per il NaNoWriMo o per cose del genere, ma credo che il sentimento sia reciproco 😀

          • Vieni a scrivere con noi a novembre che ti garantisco l’impunità
            ^___^

            • Come credo di aver scritto in occasione dei precedenti NaNOWriMo, per pagarmi i conti io devo già mantenere un ritmo da almeno ventimila parole la settimana, tra scrittura di storie, articoli e traduzioni, e spesso non basta, e quindi queste cose le lascio volentieri a chi può farlo per hobby.

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