strategie evolutive

ciò che non ci uccide ci lascia storpi e sanguinanti

La campagna fa paura

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Qualche giorno addietro, in compagnia di altri individui, tutti in linea di massima autori più titolati del sottoscritto, sono stato intervistato riguardo alle attuali tendenze della letteratura sovrannaturale e weird piemontese.

Potete trovare l’intervista qui, e qui.

Ora, la faccenda del legame possibile tra l’emergere (o il rafforzarsi) di una tendenza provincialista nel genere mi ha dato da pensare, e come sempre le buone idee e le buone risposte vengon fuori quando ormai l’intervista è chiusa e pubblicata.

Proverò a mettere giù un po’ di osservazioni sfuse qui di seguito. E magari infilarci un paio di riferimenti ai miei Orrori della Valle Belbo, per farmi pubblicità.
Misericordia, che caduta di gusto.
Ma andiamo avanti, e facciamo un piccolo pork chop express, che so che là fuori il concept ha i suoi estimatori.

Prima di tutto, e a scanso di equivoci – resto convinto che il principale motivo per cui troviamo tanta narrativa “radicata sul territorio” in libreria, sia una scelta commerciale da parte degli editori, che in un paese in cui le vendite sono in calo precipitoso, cercano di “andare a prendere a casa” i lettori.
Nulla di male in ciò.
Forse.

campagna-in-bianco-e-nero-350x364Veniamo all’orrore.
Ora, personalmente la mia principale motivazione per scrivere storie orrifiche ambientate nella campagna astigiana è la soddisfazione di poter descrivere i miei vicini di casa come cannibali degenerati o adoratori si Shuub-Wankalot. Per cui credo che se abitassi ancora a Torino, alla fine, invece del rural horror scriverei magari urban horror, con gli stessi intenti e la stessa allegria.
E in effetti ho scritto anche parecchio orrore urbano, da A Spider with Barbed Wire Legs, nell’antologia Extraordinary renditions a L’Odore dei Luoghi Chiusi che trovate in Dark Italy.
È abbastanza normale, io credo, che l’orrore abbia una radice locale – un senso dei luoghi, che in qualche maniera informa e colora la narrativa: da M. R. James a Lovecraft, a King, il territorio, il suo passato ed i suoi doppifondi sono essenziali per la narrativa orrifica.
Vero, Hill House potrebbe sorgere ovunque, ma il legame fra orrore e quelle che da queste parti chiamano tipicità quando cercano di vendere vino e ravioli ai turisti, è forte ed innegabile.

Ed è interessante come, per lo meno in Europa, si stia assistendo a un ritorno del folk horror – e come questo interesse per storie che legano tradizioni locali e orrore, geografie rurali e paura, sia un fenomeno ricorrente in tempi di crisi.
Cos’è che ci fa guardare con paura alla campagna ed alle sue storie?

È stato fatto notare come esista una corrente molto sinistra, e profondamente di destra, in molta della narrativa rurale nel canone occidentale. E se si può accettare con un minimo di prospettiva storica la natura classista del Vento fra i Salici di Kenneth Grahame (esempio mirabile di un romanzo meraviglioso scritto da un bancario), si scopre con un certo orrore che Henry Williamson, l’autore di Tarka la Lontra, era un fervente nazista.
No no, proprio nazista.

E se la narrativa “ruralista” (ammesso che sia una parola che esiste davvero) ha la tendenza a mostrarci un paesaggio idilliaco, dove le “tradizioni vere” sono ancora vive, e dove i problemi sono causati da quelle brutture come il progresso, l’industrializzazione e tutti quegli orribili stranieri1, allora potremmo leggere il rural horror come un’espressione della diffidenza verso i valori tradizionali e antichi, quelli che di solito in tempi di crisi si percepiscono come una possibile ancora di salvezza. In questo senso, l’orrore rurale sembra dirci “la situazione è pessima, e i bei vecchi tempi non erano così belli, e le tue fantastiche tradizioni millenarie ti faranno finire arrosto in un pupazzo di vimini per propiziare il raccolto.”

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In questo, l’orrore, la narrativa sovrannaturale, il fantastico, persino un certo tipo di storie comunque ascrivibili al “fantasy”, continuerebbero a svolgere una loro funzione fondamentale – quella di scostare il fondale variopinto della nostra pantomima, e mostrarci ciò che c’è dietro, che di solito sono i resti delle precedenti rappresentazioni, un paio di bidoni di immondizia, e a volte un forsennato con una motosega. L’orrore rurale coglie la campagna nel suo stato depresso,coi campi incolti e le auto arruginite parcheggiate su sterrate abbandonate. Ci dice che il folklore che attira i turisti ha una radice oscura e terribile.
Ci dice che in fondo la vita del contadino è sempre stata improntata alla brutalità ed alla violenza, e ci ricorda che per quanto si possano odiare i forestieri, qualcuno o qualcosa era qui prima di noi, e aveva i denti.
Siamo anche noi degli stranieri invasori.

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E in fondo, sulla base di queste riflessioni, viene voglia di scrivere ancora storie ambientate in queste terre desolate. Per scavare sotto alla patina del rural glam che si sta tentando di far passare per attirare la “gente giusta” fra queste colline.
E una volta attirati fra le colline, cosa sarà di loro?
Si limiteranno a scassarli di prosecco?
O li sacrificheranno a Shuub-Wankalot?

Perciò sì, esiste certamente un legame fra ciò che la nostra società sta vivendo, e gli orrori che alcuni di noi riversano sulla pagina. Né la cosa è particolarmente sorprendente, non credete?

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  1. si noti che per chi vive in campagna, “straniero” è anche quello che arriva dal comune confinante. 

Autore: Davide Mana

Paleontologist. By day, researcher, teacher and ecological statistics guru. By night, pulp fantasy author-publisher, translator and blogger. In the spare time, Orientalist Anonymous, guerilla cook.

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