strategie evolutive

ciò che non ci uccide ci lascia storpi e sanguinanti

Un decaffeinato e via…

5 commenti

Uno dei miei soliti pezzi per ricapitolare come vadano le cose, e quale sia lo stato dei miei lavori, per coloro ai quali potrebbe interessare.
L’estate porta con sé, da un paio d’anni a questa parte, una sorta di horror vacui.
I lavori si fanno più scarsi e vaghi, i progetti – pur solidissimi sulla carta – vengono rimandati a date da definire.
Dopo le ferie.
A Settembre.
In autunno.
Prima della fine dell’anno.
Poi.

Tanto ormai è fine Giugno, quasi Luglio, praticamente Agosto, il pagamento te lo faccio a Settembre, dai… fine Settembre, che siamo sicuri che siamo tornati tutti dalle ferie, eh?

Cose così.

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Si prova una fitta di panico, e si tende ad accelerare, a scrivere di più, per cercare di vendere di più, in modo che qualche pagamento arrivi prima dell’autunno.
Il rischio naturalmente è quello di bruciarsi.

Al momento le mie giornate sono organizzate in maniera abbastanza ferrea.

  • La mattina, lavoro a storie brevi ed articoli – dopo aver piazzato il pezzo su Kate Bush ho un nuovo disco di cui parlare, e intanto sto lavorando ad altre cose. E ci sono un paio di call per storie che mi piacerebbe riuscire a coprire. Sto anche lavorando a un nuovo sourcebook per un gioco di ruolo, e scrivo i singoli capitoli, come articoli, alla mattina. E poi ci sono le storie per i miei supporter su Patreon.
  • Al pomeriggio, mi occupo delle storie lunghe – sono ormai oltre un terzo di Livyatan, sto dando gli ultimi ritocchi all’ultimo episodio di AMARNA, e da metà Luglio partirà The Ministry of Lightning. E sto già pensando a cose che dovrò presentare agli editori ad Agosto.
  • Alla sera, dopo cena, traduco – ci sono un po’ di lavori in coda, e cerco di lavorarci col fresco.

Mi prendo due sere libere la settimana, e un pomeriggio. Non necessariamente nel weekend. Avere delle distrazioni è importante, o ci si brucia le poche sinapsi che restano. Stacco per cucinare pranzo e cena e per fare una passeggiata lungo il Belbo, fino al distributore di acqua potabile. E come dicevo, mi prendo due sere libere e un pomeriggio – durante i quali leggo, o guardo vecchi film o, se riesco, vado a farmi una pizza.

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Giugno ha anche portato delle notizie positive.
Il primo assegno delle royalties per House of the Gods, per il primo trimestre del 2018, e la conferma che una mia storia uscirà in una raccolta ad Agosto, salvo imprevisti. E un’altra in una raccolta che uscirà nel 2019. E Hope & Glory, che è ormai imminente.

Poi la notte scorsa il mio amico Marco mi ha passato questa vecchia pubblicità del caffé.

Eh, sì, è proprio così.
Fin nel minimo dettaglio.

Dev’esser bello poter cominciare a scrivere senza sapere quando si finirà, o dove si andrà a parare.
E tuttavia mi pare di vedere questa narrativa diffondersi un po’ ovunque. L’autore che scrive poche parole al giorno, se ha voglia, che non ha ritmi se non quelli che gli impone la Musa, che non scrive se non per dare vita all’ispirazione. Che non sa quanto impiegherà per scrivere perché “non è come un lavoro normale.”
Balle.
Nelle ultime due settimane in non meno di tre occasioni ho sentito autori fare battute sarcastiche sulla velocità alla quale gli altri scrivono.
Come se esistesse un legame diretto ed univoco fra velocità della scrittura e qualità della scrittura (SPOILER: non esiste).
E soprattutto come se la velocità alla quale scrivono gli altri avesse importanza. A me, francamente, interessa la velocità alla quale riesco a scrivere io, gli altri facciano come gli pare, e auguri.
E un po’ mi domando se non sia un sintomo di un mercato che vende personaggi e non libri, e i personaggi devono conformarsi alle aspettative del pubblico. Aspettaive che di solito hanno ben poco a che vedere col mettere il culo sulla sedia dieci ore al giorno, e rispettare le scadenze.

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Si tratta di narrative elitarie, che tendono a dare della scrittura un’immagine più vicina a Jessica Fletcher o a Rick Castle che alla realtà. Roba che si vede nelle vecchie pubblicità del decaffeinato, appunto.
E in effetti, se si ha un lavoro dalle nove alle cinque col quale si pagano i conti, allora perché di notte non farsi un decaffeinato e poi scrivere, o farsi un giro per bancarelle con la tipa, e chissà dove andremo a parare con questo libro che stiamo screivendo, di fatto, per hobby?
E badate, non c’è nulla di sbagliato in questo. C’è chi lo fa, e ha la mia benedizione, per ciò che può servire.
Lo abbiamo detto molte volte, avere un hobby ci può salvare la vita.
Semplicemente, ritengo scorretto presentarlo come l’unico modello possibile di scrittura.

Anche se, come dice il mio amico Marco, queste narrative un lato positivo ce l’hanno: convincono tanti che sia così che deve andare, ed eliminano darwinianamente dal sistema tutti quelli che dedicheranno i prossimi dieci anni a scrivere il loro romanzo.
Ma sul versante negativo, rischiano di convincere una fetta del pubblico che il valore del testo si determina non sul testo, ma sul tempo impiegato a scriverlo, su com’era vestito l’autore quando lo ha scritto, dove si trovava, a che ora, quanto era figa e ispirata la sua esistenza.
E a questo punto a vendere è il personaggio/scrittore, non la storia.
Questo è molto spiacevole.
O no?

Come dite?
Che sono io quello che mette un link a un Google Doc online e poi scrive in diretta per qualche ora e sforna una storia da 5000 parole?
E non è forse quello un modo per attirare lettori non per la storia, ma per come è scritta?
Sì, è possibile. Ma io non vi ho mai detto che sia l’unico modo per farlo.
Anche perché in molti non ce la farebbero.
Ma ha davvero importanza?
O ciò che importa è la storia?

Autore: Davide Mana

Paleontologist. By day, researcher, teacher and ecological statistics guru. By night, pulp fantasy author-publisher, translator and blogger. In the spare time, Orientalist Anonymous, guerilla cook.

5 thoughts on “Un decaffeinato e via…

  1. Ecco, questa “Mi prendo due sere libere la settimana, e un pomeriggio. Non necessariamente nel weekend.” è la cosa più bella che hai detto.
    La vera differenza fra uno che scrive per hobby e un professionista.
    Non è che non ci si prende mai del tempo libero, anzi, ma lo si prende secondo le proprie esigenze… e poco ^___^

    È anche la cosa più difficile da far capire a chi ha un lavoro fisso con orari regolari… le volte che mi sentivo dire “eh, ma tu fai come ti pare, è come essere in vacanza tutta la vita”

  2. La narrativa dello “scrittore per hobby” per quanto mi riguarda è un sinonimo di profonda ignoranza e spesso mette in evidenza come ci sia in giro un numero impressionante di persone che un’attitudine verso il lavoro da farsi drizzare i capelli in testa. Personaggi che trascinano i loro lavori 9-to-5 senza il minimo impegno, con il solo pensiero di quando faranno altro una volta usciti, impegnati a proiettare verso l’esterno un’immagine che vorrebbero essere “cool”. Ne consegue la selezione darwiniana a cui accenni, questo è vero, ma il rumore che queste bizzarre creature generano sui social media è impressionante (ed è una delle tante ragioni per cui me ne sono allontanato).
    Ultima considerazione, poi la smetto. Ma di tutte queste opere costate lustri di sforzi, quante ne sono arrivate sul mercato?

    • Concordo sul rumore di fondo generato da costoro -e d’altra parte, se lo scopo è proiettareuna immagine, non scrivere dei libri, il rumore sui social diventa l’attività essenziale.
      Per fortuna ora su Facebook c’è “Snooze”.
      Sul fatto che le loro opere non arrivino sul mercato è la conseguenza della regola per cui più tempo impieghi a scrivereuna storia, migliore è la storia – un romanzo incompiuto e in perenne lavorazione è, ovviamente, perfetto.

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