strategie evolutive

ciò che non ci uccide ci lascia storpi e sanguinanti

La Leggenda dell’Operaio Meraviglioso

16 commenti

Fermatemi se questa l’avete già sentita…

Nella fabbrica dove lavorava mio padre (o mio zio, o mio cugino), c’era un vecchio operaio che con la terza media mandava avanti un intero reparto, e gli ingegneri gli davano del lei e lo rispettavano perché ne sapeva più di loro.

L’avete mai sentita, questa o qualche sua variante?
Infermiere che ne sapevano più dei medici.
Tecnici di laboratorio molto più preparati di direttori di dipartimento.
Ammaestratori di moffette infinitamente più preparati di chiunque altro in questo continente o in quello accanto, perché loro avevano fatto la scuola della vita ed avevano, tipo, ma un disastro di esperienze personali, roba che levati…

Factory-Worker

È una storia estremamente classista e offensiva, se ci pensate – ed è meravigliosamente classista e bipartisan: da una parte descrive chi ha una ipotetica cultura superiore come sostanzialmente un fallito e un bluff, e dall’altra ci presenta un poveraccio, un rude meccanico, uno che che si esprime a grugniti e trascina le nocche sul pavimento quando cammina, che però lavora bene. Così bene, in effetti, che quelli che ne dovrebbero sapere lo rispettano.
Chi racconta storie del genere andrebbe fucilato alla schiena come nemico del popolo.

E a me questa storia, questa Leggenda dell’Operaio Meraviglioso ha un po’ scardinato le palle, se mi passate il francesismo.
Non perché sia falsa, ma perché viene utilizzata a sproposito per delegittimare quelli che hanno buttato il loro tempo a studiare e per sostenere che la laurea non conta poi tanto.
Immagino abbiate sentito anche questa.

Quindi, cominciamo col levarci dai piedi l’Operaio Meraviglioso, e poi facciamo un po’ di chiarezza1.

La storia dell’operaio che da solo manda avanti il reparto, la linea, il cantiere e ci sono gli ingegneri che lo riveriscono ammirati non è una balla.
La prima cosa che ti insegnano – o che ti dovrebbero insegnare – se fai il geologo di cantiere o di pozzo è

Al primo impiego, attaccati all’operaio anziano e impara il mestiere. E rispettalo.

C’è però una parte della Leggenda dell’Operaio Meraviglioso che di solito si scordano di raccontarci, ed è questa: l’operaio anziano sa certamente mandare avanti il cantiere, la linea, il pozzo, il reparto. Ma spostatelo in un ambito differente anche all’interno della stessa attività produttiva, anche solo in un altro reparto, e si troverà perso. E probabilmente farà una fatica della malora ad imparare il nuovo mestiere.
L’ingegnere2 o il laureato dove lo metti se la cava – magari seguendo l’operaio anziano e imparando i trucchi in capo a due mesi, ma se la cava.
Perché l’operaio anziano la sua meravigliosa esperienza di vita se l’è fatta – aha, avete indovinato – in una vita, mentre il laureato ha imparato ad imparare in quattro/cinque/sei anni, e se non ha l’esperienza, ha le basi teoriche già in posto – a condizione che sia preparato davvero e non abbia rubato la laurea, naturalmente (ne parleremo).
È flessibile, è adattabile.
È per questo che lo pagano.

O che lo dovrebbero pagare.

Stiamo attraversando una preoccupante fase di anti-intellettualismo nel nostro paese, che va a colpire da una parte la cultura generale, e dall’altra il mondo del lavoro e lo sviluppo economico della nazione.

Per citare il solito Carl Sagan, siamo una civiltà che dipende per la sua esistenza dalla scienza e dalla tecnologia, e osserviamo un crescente disprezzo verso la scienza e la tecnologia.
L’Italia umilia gli universitari.
Ciò che importa è l’esperienza, è lo sporcarsi le mani, è fare la grande, meravigliosa scuola della vita.
Ci sono un sacco di laureati che sono degli ignoranti e degli incompetenti, ci dicono. E ci raccontano la Leggenda dell’Operaio Meraviglioso.
Se gli facciamo presente che esistono anche un sacco di persone che non hanno studiato e sono degli ignoranti e degli incompetenti col livello intellettuale di un babbuino sotto psicofarmaci, e che a malapena potrebbero vendere bibite allo stadio, di solito ci dicono che è impossibile generalizzare.

E allora non generalizziamo.
Ma non generalizziamo per davvero.
Ciò che una buona cultura – non importa in che modo sia stata acquisita – ci fornisce è una più ampia cassetta degli attrezzi per lavorare sulla realtà.
Per capirla.
Per interpretarla.
Per modificarla.
Questo, noterete, va al di là dell’immediato lavorativo.
È per questo che abbiamo specificato non importa in che modo sia stata acquisita.

Ciò che trovo assolutamente agghiacciante, a livello personale, è l’idea dello studio come deserto esperienziale.
Come se fosse una sorta di clausura, di eremitaggio: mi blindo in un’aula per quattro anni, non parlo con nessuno, penso sempre e solo alla materia che sto studiando, non leggo libri, non vado al cinema, non guardo la TV, non faccio sport, sempre e solo studiare e dare esami studiare e dare esami studiare e dare esami studiare e dare esami, e poi emergo e sono un pirla, e c’è l’operaio anziano che ne sa una più di un ammaestratore di moffette e a cosa serve adesso aver studiato, eh, stronzo?

multitasking_stress_web

Lo trovo agghiacciante perché è profondamente falso ma è una self-fulfilling prophecy, c’è talmente tanta gente che ormai ci crede che l’ho visto succedere, e l’ho visto diventare una sorta di atteggiamento.
Un bluff.

Cosa hai fatto a capodanno?
Sono stata a casa a studiare per l’esame di chimica.

L’esame era a Marzo.
Però fa figura, specie davanti a certi docenti.
Sono i discorsi che vanno fatti quando c’è un docente o un assistente a portata d’orecchio. Pochi ambienti sono più pettegoli dell’università, e se vi fate la fama di quello che studiastudiastudia allora è fatta. Da tre a cinque punti in più ad ogni esame.

Lei non mi ha saputo rispondere, ma so che si impegna molto…

L’ho visto succedere.hallamgrandi
E lo dico sempre, ho un ex collega che finché non ha ottenuto una cattedra è andato avanti a leggere Le Grandi Dispute della Geologia, o così diceva.

Cosa stai leggendo?
Le Grandi Dispute della Geologia.

E tutti, Wow!
Perché è un libro sottile ma abbastanza pesante, e costa un disastro.
A trovarlo.

Perciò sì, OK, i cialtroni esistono.
DAVVERO ne siete sorpresi?
Come esistono quelli che hanno mangiato solo pane e chimica organica per quattro anni, e non sanno far funzionare il tornello per prendere la metropolitana.
DAVVERO ne siete sorpresi?

Questo però non autorizza nessuno a delegittimare il duro lavoro e i sacrifici di chi ha studiato sul serio.
E l’università, la scuola in genere, non è e non deve essere un deserto esperienziale o una clausura, ed anzi, dovrebbe proprio stimolare lo scambio di idee e l’interdisciplinarità e la possibilità di vedere gente, fare cose.
Ma questa idea sta passando anche all’interno della struttura. Fin dalle elementari.

Il ragazzo ha troppi interessi.

Bene! Dategli un punto in più in pagella.
Invece no.

Deve impegnarsi di più.

A far cosa?

E così, un po’ per colpa dei cialtroni e dei bidonisti, un po’ per colpa di una scuola che pare ben decisa ad instillare prima di tutto e soprattutto l’odio per la conoscenza e uccidere la curiosità, un po’ per colpa di un sistema economico e di una classe imprenditoriale che hanno deciso allegramente di suicidarsi perché dopo di me il Diluvio, oggi ci sentiamo dire che studiare non è poi così importante.
E passando per la laurea, delegittimiamo qualunque forma di studio.
Qualunque forma di cultura.
Conta solo l’esperienza diretta.
Che per sua natura è limitata.

Ciò che conta è l’esperienza. Non ti serve certamente la laurea per fare il cameriere. E dove lavorava mio padre c’era un operaio che aveva la terza media ma…

Però i nostri laureati all’estero sono apprezzati.
A seconda del clima politico, naturalmente, questi ragazzi che hanno portato le proprie competenze oltre confine sono success stories e paladini dell’eccellenza nazionale, oppure dei traditori della patria, i topi che scappano quando la nave affonda.
Ma di fatto, sono solo questo: persone competenti per le quali qui non c’è posto.
E forse sarebbe ora di domandarsi perché non ci sia posto per queste persone, e come il fatto che un posto non ci sia stia affossando il paese, anziché tornare a raccontare la Leggenda dell’Operaio Meraviglioso.

Però è così bello, riempirsi la bocca con le esperienze personali.
La scuola della vita.
Instant cool, per dirla in inglese.

Un bel giorno, senza dire niente a nessuno, me ne andai a Genova e mi imbarcai su un cargo battente bandiera liberiana. Feci due volte il giro del mondo e non riuscii mai a capire che cazzo trasportasse quella nave, ma forse un giorno lo capii: droga!

Ce ne sono davvero tanti, in giro, al momento, che ci sbattono in faccia il loro cargo battente bandiera liberiana ogni tre per due.
Ancora non hanno capito cosa trasporti, ma se glielo fate notare, vi dicono che siete arroganti.

aral-sea-shipwreck-farflungistan


  1. e non è stato forse detto, se incontri il Buddha, uccidilo? 
  2. che dio mi perdoni, mai mi sarei aspettato di finire un giornoi a parlar bene degli ingegneri, notoriamente i predatori naturali dei geologi, nel nostro paese. Davvero viviamo in tempi interessanti. 

Autore: Davide Mana

Paleontologist. By day, researcher, teacher and ecological statistics guru. By night, pulp fantasy author-publisher, translator and blogger. In the spare time, Orientalist Anonymous, guerilla cook.

16 thoughts on “La Leggenda dell’Operaio Meraviglioso

  1. Perfettamente d’accordo. Parlo ahimè da persona che non ha studiato persa sin da subito in una bolla autodistruttiva sino ai 32 anni(dopo mi sono ripreso) . Parlo da uomo che comunque ama leggere, tenersi informato e nell’ultimo anno anche scrivere. L’operaio può essere intelligente (non è scontato) ma per sua stessa definizione e ruolo è ignorante. La maggioranza non ha tempo e soprattutto voglia di avere una qualche minima formazione, puntando il dito contro chi ha avuto la buona grazia di studiare, di sottoporsi ad anni di duro lavoro e sacrifici. È più facile trovarsi un lavoro come cameriere che prendersi una Laurea. Io ho preferito avere qualche spiccio per uscire la sera che pensare al futuro e me ne pento amaramente, l’unico mio rimpianto. Perché in qualche modo, mi sento di appartenere al mondo degli intellettuali ma non ho mezzi per avere un rapporto paritario. Certo la mia cultura è più alta rispetto alla media, leggo di tutto e ho una consapevolezza di pensiero ma non ho la formazione adeguata, forse, per esprimerlo. Come per lo scrivere. Mi definisco uno scrittore diversamente abile, avendo una profonda disabilità di sintassi. Non mi sto piangendo adesso, anzi cerco sempre il miglioramento ma ritornare sui banchi di scuola per il momento è al di fuori delle mie capacità. In conclusione quanto sento dire che studiare è una perdita di tempo o che non serve, mi sale la carogna. Nell’articolo sopra la parte che definisce l’ingegnere capace di adeguarsi rispetto al mero operaio è la semplice verità e non si può aggiungere altro. Chi rifiuta tale affermazione millantando una consapevolezza di vita, non ha capito veramente niente!

    • Il vero grosso problema è questa convinzione diffusa che ci siano classi migliori o peggiori – se mi serve una persona che mi cucini una pizza, di un ingegnere meccanico non so cosa farmene. In questo senso non esiste un meglio o un peggio a prescindere. È la base della pari dignità per qualunque lavoro.
      E (dovrò fare un post anche su questo, prima o poi) nulla impedisce a una persona di studiare e poi fare un lavoro “umile” (ma che vuol dire?), o fare un lavoro non specializzato e intanto coltivare una passione “alta”, o qualunque altro mix ci salti in mente.
      L’idea che la scuola determini la carriera è morta col sistema industriale fordiano.
      La struttura in classi è una trappola concettuale – funzionava in un’epoca in cuil’accesso alle risorse ed alla cultura era limitato, ma ora non vale più.
      E non vale, anche, in un paese in cui, alla fine, a pesare sono sempre altri criteri (di chi sei figlio, quanti soldi hai, chi conosci, chi hai votato).
      Insomma, sono chiacchiere da bar – sarebbe bello concentrarsi sulle cause,e non sugli effetti.

  2. Dott.Mana, per una volta devo obiettare a quello che dici. Purtroppo il discorso che fai dipende dal contesto, dalle coordinate e dai temi di studio. A Milano 15-18 anni di esperienza in un settore specifico come l’informatica sono nulli se non hai uno straccio di laureetta triennale in sociologia presa in 6 anni. Poi ovviamente c’é gente depressa che si é laureata con specialistica con 110lode in fisica sub nucleare con 6 mesi di anticipo ed é frustrata perché il suo superiore di poco più anziano ha una laurea in lingue ( e lavorano ambito borsa etc).
    Insomma, il tuo discorso fila e hai ragione, ma occorre un po’ mediarlo con luoghi e situazioni. Il fisico é la madre dei miei figli, e ci sono anche medici specialisti col 110lode in anticipo di 3 mesi sui tempi tecnici, che rosicano cmq per il lavoro.
    Aggiungo che parlo quotidianamente con ministeri vari, tutti dottori e dottoresse però sinceramente non sono persone mentalmente più agili dei finanzieri 50enni che parlano a malapena italiano.

    Il discorso é “dipende”.
    Il meglio sarà sempre base teorica + esperienza. L’esperienza sarà sempre valida sul previsto e prevedibile. La teoria lo sarà sul resto, imprevisto, prima dopo e tutto intorno, E SOLO e unicamente se teoria realmente applicabile al contesto.
    Poi laureati che fanno lavori totalmente al di fuori dal loro contesto te ne posso elencare tanti conosciuti sul lavoro, troppi e tutti Italiani.

    Ultima aggiunta: 20 anni di esperienza nella stessa azienda contano come un totale di 20 in 5 aziende differenti dello stesso settore?

    Ok sono andato OT, ma per me questo é un tema caldino 🙂

    Si in Italia non siamo messi bene.

    • Però é vero, la leggenda dell’operaio meraviglioso fa ridere ma in tanti ambiti, specie nelle grandi fabbriche di una volta o anche nell’esercito pre professionale era abbastanza reale. Però il mondo ha accelerato negli ultimi 20 anni, qualcuno se n’é accorto 🙂

      …e si dovrebbe dare molta più importanza alla formazione e all’aggiornamento continuo piuttosto che a titoli ed esperienze attaccate da muffe e ruggine del tempo…

      • Non posso che concordare anche su questo.
        Se hai letto qualche post sul mio blog, come credo, sai che sono un propugnatore dell’aggiornamento continuo e dell’interdisciplinarità.
        E ho detto nel mio post che la storia dell’operaio meraviglioso è vera – semplicemente non è una scusa per delegittimare qualunque forma di cultura che non si sia costruita (ipoteticamente) sul campo.

    • A me non pare di aver detto nulla di differente.
      Ho semplicemente sostenuto che usare il primato dell’esperienza per delegittimare la preparazione accademica è una generalizzazione stupida e pericolosa.
      Anch’io conosco un sacco di laureati che lavorano fuori dal loro contesto, e tanti laureati chenon lavorano e si sentono dire che hanno buttato il loro tempo.
      Non ho sostenuto, mi pare, nulla di diverso da ciò che citi – contano l’esperienza e la preparazione accademica, in misure diverse, a seconda degli ambiti.
      Ma la storia che il mio panettiere è meglio di un astrofisico perché lui ha studiato alla scuola della vita è un’idiozia.

  3. Questo è uno dei più bei post che leggo su SE da un sacco di tempo, magari non è bellissimo da dire, ma da incazzato ingrani la marcia alta. E il turpiloquio… stavo per commuovermi!
    (so che potrebbe sembrare una presa per i fondelli ma, giuro che non lo è)

    Faccio solo un’osservazione

    “Se gli facciamo presente che esistono anche un sacco di persone che non hanno studiato e sono degli ignoranti e degli incompetenti col livello intellettuale di un babbuino sotto psicofarmaci, e che a malapena potrebbero vendere bibite allo stadio […]”

    Anche dalle università escono un sacco di persone così, in una percentuale sorprendentemente bassa. La babbunità sembra essere una caratteristica parecchio trasversale (e forse in fondo siamo tutti un po’ babbuini e dipende molto dall’ambito in cui ci troviamo)

    • Mai sostenuto qualcosa di diverso – nessuna categoria ha il monopolio dell’idiozia, se non quella degli idioti.
      E mi dispiace che i precedenti articoli non fossero all’altezza delle aspetattive – hai compilato il modulo per ottenere il rimborso dell’abbonamento?

  4. Tralasciando per un momento il discorso “sociologico”, penso sia del tutto naturale che l’Italia abbia finito per svilupparsi in tale maniera.
    Se prendiamo un laureato in biologia del North Dakota, per fare il lavoro per cui ha studiato, dovrà spostarsi a Boston, a New York, in California, dove ci sono in volume il 60-70% di offerte di lavoro di quel tipo. Un ingenue sarà più spendibile su tutto il suolo americano, ma se vorrà fare ricerca dovrà avere una mobilità simile.

    Il processo di apertura del lavoro in Europa ha portato ad un sistema simile: per le ditte è molto più conveniente concentrarsi in certe aree che essere isolate le une dalle altre. Questo fa si che i lavoratori specializzato si formino dove vogliono ma finiscano per lavorare in pochi posti, UK, Germania, Svizzera.
    Il Portogallo, con la sua detassazione verso i pensionati sta diventando la Florida europea, l’Italia una specie di Midwest.

    Tornando all’aspetto sociologico, secondo me la posizione che sviluppi deriva, da un lato, dal fatto che la Midwestizzazione sposta le offerte per i laureati altrove, e mentre in USA la lingua comune rende gli spostamenti linguistici, l’Europa è ancora giovane e con un sacco di barriere indirette per rendere la mobilità completamente fluida, per cui i laureati non sono molto felici di spostarsi (e neppure lo consideravano quando hanno intrapreso gli studi). Dall’altro lato, la struttura a nazioni dell’Europa, rende l’accertamento di ricerca e sviluppo (il fatto che non siano più sostenibili 400 centri ma solo 50) e la conseguente trasformazione economica intollerabile per l’orgoglio nazionale, per cui chi va a cercare lavoro dove c’è offerta è un traditore, e allora molto meglio uno non-studiato, così non gli salta il grillo di partire.

    Penso tutto ciò sia semplicemente il frutto di un Unione Europea ancora giovane che sta ancora formando i suoi equilibri interni.

    • Ciò che mi domando è se al laureato del Midwest dicono che è un fallito perché avrebbe dovuto invece imparare a guidare il trattore, e in fondo la dura vita dei campi ti rende migliore di una vita di studio.
      Perché è quello il punto del discorso – il fatto che si avvilisca l’istruzione propagando cliché classisti e molto, molto stupidi.
      Non che io debba imparare il Francese per andare a insegnare alla Sorbona.

      • Bhe, Davide, da immigrato in America ti posso dire:
        Gli USA stanno rilanciando l’industria del carbone perché chi è nato da genitori nonni e avi minatori deve poter fare il minatore, per diana, anche se è un modello economicamente insostenibile. Quindi telo sta dicendo il Presidente in persona.
        Contemporaneamente, mentre la minoranza Asian è al pari del gruppo “white” e i latini sono in forte recupero, nella comunità afroamericana c’è ancora forte il senso di “vai all’università perché vuoi diventare bianco, ma i veri afroamericani siamo noi”.
        Quindi, sì un po’ c’è. Ma sicuramente meno, considerando anche che quel modello di “prendo e vado” è radicato da molto più tempo.

        Anche se, col aumentare folle delle rette universitarie, si sta subdolamente introducendo un modello “pseudo-italiano”: ho talmente tanto debito sul groppone al momento della laurea che non mi posso permettere il costo di vivere dove c’è offerta di lavoro e quindi con la laurea vivo a casa dei miei e faccio il cassiere.

        • Quella del debito universitario in America è una follia – e di fatto sta danneggiando la nazione, ma pare che anche lì abbiano cominciato a infischiarsene.
          Quanto a ciò che mi dice il Presidente, di questo presidente non mi fiderei neanche se mi dicesse l’ora.

  5. Senza contare che alla scuola della vita si può anche studiare ed essere bocciati tutti i singoli anni!

  6. Questo è l’articolo più anti grillino che abbia letto da molto tempo a questa parte. Molto centrato e molto vero. grazie!

    • In realtà non voleva essere un articolo politico, ma solo su una cultura che vedo come autodistruttiva – che poi qualche politico la voglia e la sappia cavalcare, beh, è quello che fanno i politici.
      Non quello per cui li paghiamo, ma quello che fanno.

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