strategie evolutive

ciò che non ci uccide ci lascia storpi e sanguinanti

£sd

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Faccio un giro un po’ convoluto.
Un pork chop express, per gli amici là fuori che mi seguono assiduamente e che gradiscono sempre un buon pork chop express.
R-2237708-1393121869-7922.jpegIn autunno uscirà l’edizione del cinquantenario di The Kinks are the Village Green Preservation Society, che dopo cinquant’anni viene finalmente riconosciuto come uno dei dischi più importanti della storia della musica del ventesimo secolo.
Non so se me lo potrò permettere, il nuovo/vecchio disco dei Kinks. Ricordo ancora le ore passate ad ascoltare il vecchio vinile, e quell’impressione che ci fosse qualcosa, là dentro, di importante.
In un modo o nell’altro, Village Green è parte di ciò che sono, e forse non mi serve la nuova edizione.

Ma non è di Village Green, che ho voglia di parlare stasera, ma dell’album dei Kinks che uscì due anni prima, e che si intitola Face to Face.

Face to Face uscì nell’Ottobre del 1966, con questa copertina qui.

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Ray Davies, autore di tutte le canzoni, cantante e chitarra ritmica della band,  avrebbe voluto farlo uscire con una copertina nera. Completamente nera. Senza sopra niente. Solo un quadrato nero.

Ray-Davies-songwriterCome ha correttamente osservato Jon Savage, mentre psichedelia e summer of love incombono, Ray Davies – reduce da un collasso nervoso poco prima dell’inizio delle incisioni – ha scritto un disco il cui tema è £sd, nel senso di sterline, scellini e pence.
Un disco sullo stress di vivere in una società ossessionata dal denaro – dalla mancanza di denaro, dalla necessità di denaro, dall’assunzione del denaro quale unico discriminante, unico titolo, unica verità.

La playilst è spietata – mogli che abbandonano il focolare domestico (Rosy won’t you please come home); giovani ossessionati dall’immagine e alla ricerca di gratificazioni occasionali (Dandy); la vita tranquilla tanto desiderata (A House in the Country) che si va ad infrangere contro una realtà triste (Rainy Day in June) e i conti da pagare (Most Exclusive Residence for Sale); desideri non appagati (Fancy) o deludenti (Holiday in Waikiki); la depressione (Little miss Queen of Darkness) e il disorientamento (Too much on my mind)…
Persino Sessionman, una canzone dedicata a Nicky Hopkins, tastierista e fiancheggiatore della band, sottolinea la necessità di correre da una parte all’altra, con compensi che non corrispondono alla fama. Una canzone sull’essere pagati in visibilità, se volete.
Su tutto, Sunny Afternoon è la prova generale del futuro Village Green, una miscela di nostalgia, cinismo e disillusione, nella quale ciò che emerge come ipotesi di salvezza è l’accettazione che tutto è andato a gambe all’aria.

The tax man’s taken all my dough
And left me in my stately home
Lazing on a sunny afternoon
And I can’t sail my yacht
He’s taken everything I got
All I’ve got’s this sunny afternoon

Un disco che avrebbe dovuto avere la copertina nera, non un tizio coi baffi e le farfalle.

Mi è venuto in mente, Face to Face (ve lo ricordate, che vi avevo detto che sarebbe stato un discorso convoluto) parlando poche ore fa con un amico appena tornato da una breve vacanza all’estero, sul quale l’impatto con la weltanschaung nazionale ha avuto un effetto deprimente.
Tutti parlano solo di soldi, mi dice.
E ha ragione.
L’ho sentito anch’io. Le persone parlano di quanto hanno guadagnato, di quanto vorrebbero/dovrebbero guadagnare, dei conti da pagare, dei conti pagati, di tizio che ha tanti o pochi soldi, di quanto guadagna caio, di come li spende sempronio…
Lo capisco, e lo odio.
Sarebbe malsano essere ossessionati a quel modo dal sesso o dal cibo, figuriamoci dal danaro.
Perché proprio come l’£sd di Ray Davies1, si tratta di una specie di droga, che filtra ogni esperienza, informa ogni aspetto della realtà.
È il segnale di una crisi profondissima, ed è assolutamente trasversale – non importa se i soldi li abbiano o non li abbiano, se guadagnino tanto, o poco, o niente. L’ossessione, la luce sulla quale sono appuntati gli occhi, la destinazione, la Via la Verità e la Luce sono i soldi. Forse neanche ciò che ci facciamo, coi soldi. Forse neanche i soldi “quelli veri”.
Si tratta ormai di un’astrazione, di un concetto trascendente.
Un nuovo dio.
Fa paura, ci avvilisce, e rende stupidi.

Di questo, si parlava col mio amico, durante la nostra ora d’aria. E del fatto che tutti sembrano così ossessionati dal parlare di denaro, che alla fine non si combina più nulla.
Spaventoso.
Per cui io mi sono riascoltato Face to Face, e poi ho scritto questo post.

Domattina alla dieci, l’appuntamento è in banca, per parlare di soldi.
Poi probabilmente mi riascolterò The Vilalge Green Preservation Society.


  1. che nel frattempo è diventato Sir Raymond Douglas Davies, OBE… e si è scordato di inginocchiarsi quando il Principe Carletto gli ha appoggiato la spada sulla spalla. 

Autore: Davide Mana

Paleontologist. By day, researcher, teacher and ecological statistics guru. By night, pulp fantasy author-publisher, translator and blogger. In the spare time, Orientalist Anonymous, guerilla cook.

3 thoughts on “£sd

  1. I soldi sono un argomento serio e importante, ma non è l’unico argomento serio e importante di cui parlare (anche se va per forza a toccare tanti altri argomenti s&i) e fa sempre tristezza, quando ci si attacca sempre e solo al denaro.
    Ma forse scrivo così solo perché ne ho poco 😛

    A ogni modo, grazie per aver colmato un’altra mia lacuna musicale – proverò ad ascoltare qualcosa dei Kinks, sono curioso – ma soprattutto, spero che in banca vada tutto per il meglio 😉

    • I Kinks hanno avuto una carriera diseguale, con degli alti e bassi dovuti a problemi personali, discografici furfanti, e progetti spesso troppo ambiziosi per i mezzi dell’epoca.
      Ma vale la pena conoscerli.
      Io proverei qualcosa del periodo 66-72, oppure il colossale doppio live degli anni ’80.
      Ray Davies è il cantautore che John Lennon invidiava, e che Pete Townshend idolatra ancora adesso.

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