strategie evolutive

ciò che non ci uccide ci lascia storpi e sanguinanti

C’era una cava in Cornovaglia

13 commenti

L’idea di fare questo post mi è venuta la notte scorsa mentre chiacchieravo con la mia amica Silvia. Si parlava dell’impressione che le cose andranno sempre peggio, e si cercava un modo per tenersi su, e a me è venuto in mente che c’era un posto, in Cornovaglia, vicino a una cittadina chiamata St Blazey, dove per 160 anni avevano estratto argilla per ceramiche. Una cava.

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Un grosso buco nel terreno, una quindicina di metri al di sotto della falda freatica.
Nel 1981 lo usarono come set per girarci le scene della serie Guida Galattica per gli Autostoppisti ambientate sul pianeta Magrathea – che come forse ricorderete Douglas Adams descrive come un posto decisamente squallido… ”Mi divertirei di più in un cacatoio per gatti” dice Ford Prefect.
Nel 1990, la cava era esaurita, la Guida Galattica era finita, e nessuno sapeva cosa farsene, di quel buco nel terreno.
E così ci misero una foresta tropicale.

Il Progetto Eden venne proposto nel 1996 ed avviato nel 1999 – nella cava esaurita di St. Blazey venen costruita la più grande impalcatura mai realizzata, e circa due ettari di terreno vennero coperti con delle cupole geodesiche di termoplastica (il vetro sarebbe stato troppo pesante) studiate per funzionare come serre.

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In una delle cupole, per una superficie di un ettaro e mezzo, è occupata da un bioma tropicale – vale a dire un sistema ecologico completo, con piante ed animali, mantenuto artificialmente ai valori di temperatura e umidità dei tropici.
In un’altra cupola venne sistemato un bioma mediterraneo – completo di ulivi e vigne.

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Attorno alle cupole vennero poi creati dei giardini con piante tipiche della fascia temperata, un orto botanico e, dal 2005, una struttura didattica – perché l’intera faccenda,oltre ad essere una colossale attrazione turistica, è anche uno strumento per insegnare ai ragazzini (600.000 studenti hanno finora visitato il Progetto Eden) come funzionano i sistemi naturali. Perché portare le scuole in gita nella Foresta Amazzonica non è sempre una cosa agevole.
Ci fanno concerti e visite guidate, festival gastronomici e credo ci siano persino persone che ci si vanno a sposare, sotto alle cupole del Progetto Eden.

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Il sistema delle cupole mantiene in circolazione l’acqua piovana e la utilizza per alimentare e sostenere i biomi, e ricava tutta la propria energia da fonti eoliche rinnovabili.
Nel 2010 è stato avviato un progetto per creare un impianto geotermico per alimentare le cupole e 5000 abitazioni nell’area.

E la cosa naturalmente mi piace.
Mi piace perché è l’ennesima dimostrazione che la nostra specie può fare delle cose spettacolari – e il Progetto Eden è solo uno dei progetti simili in giro per il pianeta: ci sono sistemi ecologici sotto cupole negli Stati Uniti, in Russia, in Cina…
E ci sono progetti simili dei quali sarebbe interessante parlare, come ciò che in Germania si è fatto nelle aree dismesse della Rhur.
Il Progetto Eden – che ha richiesto un impegno notevole – è intelligenza al lavoro nella sua forma migliore: non si tratta di un’idea banale, non si tratta di un’idea convenzionale.

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“Cosa cene facciamo della vecchia cava?” non implica come prima risposta possibile “Mettiamoci una foresta tropicale.”
I progettisti di Eden avevano non solo la possibilità – una cordata di aziende private e la tecnologia opportuna – e l’opportunità – una comunità che voleva valorizzare una struttura dismessa – ma hanno anche avuto la creatività per immaginare qualcosa di diverso.
Non una discarica.
Non un’area di rimboschimento o un pascolo.
Non una pista per motocross o un poligono per splash-contact.
Una foresta.
Due foreste.
E se il tentativo di accaparrarsi i 50 milioni di sterline della Lotteria fosse andato a buon fine, nel 2007, anche un deserto. Ma i soldi della lotteria andarono altrove, e per il deserto bisognerà aspettare.

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Ed è facile essere cinici, perché essere cinici è una difesa.
In fondo lo fanno per i soldi (il Progetto Eden è finanziato con donazioni e coi biglietti dei visitatori).
In fondo non cambia nulla.
In fondo poi moriremo tutti.
Ma noi qui ed ora non abbiamo bisogno di difenderci.
E se è vero che moriremo tutti… e se la cosa davvero importante non fosse che moriremo, ma ciò che avremo fatto prima di morire?
Costruire una cupola e metterci sotto una foresta e portarci i ragazzini a vedere qualcosa che altrementi non vìedrebbero mai mi pare un buon modo per impegnare il tempo prima di morire.
Avete alternative preferibili? Scrivetele nei commenti.

Stando la definizione di Rosemberg, la creatività è la capacità di realizzare qualcosa di originale e utile.
Direi che ci siamo.
Al 2015, diciotto milioni di persone avevano visitato il Progetto Eden.

Autore: Davide Mana

Paleontologist. By day, researcher, teacher and ecological statistics guru. By night, pulp fantasy author-publisher, translator and blogger. In the spare time, Orientalist Anonymous, guerilla cook.

13 thoughts on “C’era una cava in Cornovaglia

  1. splendido.
    una boccata d’aria per uno che vive a due passi da un sito industriale in coma artificiale da anni, con progetti di rilancio industriale buoni ad ogni scadenza elettorale, regolarmente disattesi, e una riqualificazione dell’area urbana che profeticamente chiamarono “città futura” ormai più di 15 anni fa, ché d’altra parte il futuro è qualcosa che accade tra un po’, no?
    un’area accanto alla quale stanno quadruplicando – perlappunto – una discarica.

    non mi vengono al volo alternative preferibili, perché vent’anni passati così riescono a spengere anche l’immaginazione più fervida. perciò grazie per aver contribuito a riaccenderla un po’.

    • Riaccendere l’immaginazione sarà il tema delle prossime settimane.
      Ma ne riparleremo.
      Per ciò che riguarda il futuro, io ricordo sempre lo slogan della YoyoDyne, l’azienda farlocca nell’universo di Buckaroo Banzai…
      “YoyoDyne Industries… dove il futuro comincia domani.”

  2. Ho perso il conto delle cave da sanare che ci sono tra Emilia Romagna e Toscana e immagino ci siano situazioni simili in tante altre regioni. si potrebbe pure specializzarle e attaccarsi a tutti i progetti EU per la biodiversità.

    • Però adesso l’EU è cattiva cattiva cattiva e piena di gente che parla lingue che noi non riusciamo a capire.
      E pensare al futuro è una cosa da radical chic.

      • Per parafrasare una persona molto più intelligente di me, la lingua dei soldi non ha mai avuto bisogno di traduzione.
        Quanto al futuro, avremmo bisogno di gente che è in grado di leggere un bando europeo e trarne le conseguenze, non fosse altro che per mera cupidigia.

        • Ilproblema, temo, è che qui da noi per troppo tempo le competenze sonos tate irrilevanti ai fini di far strada (non necessariamente soldi) – bastava e basta ancora, forse, avere gli amici giusti.
          Questo ha impigrito la popolazione, o l’ha orientata sui altre pratiche – ricordiamo qui quel ministro del lavoro che spiegò che giocare a calcetto è più imortante della competenza professionale per trovare lavoro.

          • Il problema è che senza alcun forse continua ad essere così. Al punto che con una banale triennale in lingue, scarsissime conoscenze scientifiche, un po’ di curiosità e due o tre libri a tema all’attivo mi ritrovo addosso un bollino di persona competente in ambito mobilità. Quando in realtà di persone competenti ce ne sarebbero, altrove. Il più delle volte ci sono fuggite, altrove.
            Non che anche quel bollino serva per essere realmente tenuti in considerazione nelle decisioni, eh. Per quello prima bisogna sentirsi tra gli amici del calcetto.

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