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Romance, precision & synthesis

7 commenti

Non è proprio una fonte recentissima, The Aims of Education di A.N. Whitehead. Il volume è uscito nel 1949.
E tuttavia trovo molto interessante la suddivisione fatta da Whitehead delle tre fasi dell’educazione

  1. Romance
  2. Precision
  3. Synthesis

L’idea è che l’apprendimento debba attraversare queste tre fasi.

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Nella prima, quella del romance, lo scopo sostanziale è quello di ricavare una visione d’insieme volutamente superficiale ma entusiasmante dell’argomento che stiamo studiando. Non ci interessano, per dire, le singole componenti del sistema di interazione Oceano Superficiale/Bassa Atmosfera, ma la semplice maestosità del sistema in azione, i suoi processi a grande scala, la sua bellezza.

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Nota volante: un sacco di anime semplici tendono a sostenere che la pratica della scienza impedisce agli scienziati di apprezzare la bellezza e l’emozione. Sono idioti che hanno visto Star Trek e non l’hanno capito.

La prima fase dovrebbe essere il dominio della divulgazione, ma anche, probabilmente, il fuoco dell’insegnamento delle scienze nelle scuole dell’obbligo.

La seconda fase, quella della precision, è quella in cui andiamo a smontare il meccanismo per osservarne le singole componenti, e scoprirne come funzionano, sulla base di quali principi agiscono come agiscono. Questa è, al momento – o almeno mi pare – la fase sulla quale si concentra prevalentemente l’insegnamento della scienza a scuola.

La terza fase è quella indispensabile, della synthesis, nella quale rimettiamo insieme il meccanismo, e andiamo a scoprire come i principi e le singole dinamiche, studiate e descritte nella seconda fase, vadano a integrarsi e a influenzarsi per creare quell’insieme di fenomeni che tanto ci ha affascinati nella prima fase.

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Il bello di un modello di questo genere – che, lo ripetiamo, ha sessant’anni, e che non si applica esclusivamente allo studio delle scienze, ma a qualunque forma di apprendimento – è che ciascuna fase è di per sè un traguardo.
Ci si può limitare alla prima fase – e restare affascinati dal romance della realtà senza per questo decidere di approfondire. E se resteremo abbastanza coinvolti in questa fase, proveremo rispetto e curiosità per il lavoro di coloro che proseguiranno lungo il percorso. E saremo in grado di apprezzare e comprendere la realtà. Saremo interessati a ciò che accade, avendo un’idea di massima di come accade, se non approfondita del perché.

Oppure si può proseguire attraverso la seconda fase – e prendersi una laurea in una data materia, o diventare esperti attraverso percorsi di formazione alternativa. Sapere tutto della circolazione oceanica, o dei fenomeni atmosferici di bassa quota, per tornare all’esempio fatto sopra.
Sarà possibile a questo punto non solo sapere cosa accade ma anche, entro certi limiti, perché, e fare previsioni. E sarà possibile intrattenere una conversazione costruttiva sia con chi si è fermato al romance sia con chi ha proseguito verso la synthesis.

La terza fase è quella critica – perché dovrebbe essere il traguardo finale, la capacità di vedere sia gli alberi che la foresta, per così dire. Qui marca male. La visione globale è spesso attivamente scoraggiata in ambito accademico, dove i tutor consigliano spesso ai propri studenti di trovarsi un angolo ancora inesplorato della mappa e recintarselo. Si tratta di una tattica ben precisa all’interno dell’ecologia accademica – i superspecialisti hanno poca concorrenza e sono indispensabili. Ci saranno certo lotte feroci per il dominio della nicchia, ma ci sarà anche sempre posto nei team di ricerca per l’unico che sa tutto sull’effetto aerosol dei sali di sodio in bacini di tipo marginale in area subtropicale.
Laurie-Anderson-Big-ScienceSi chiama Big Science perché bisogna essere in tanti per farla – e costa un sacco di soldi.

L’incoraggiamento all’iperspecializzazione tende a far crescere a dismisura il secondo livello a scapito del terzo e, cosa forse ancora peggiore, del primo, ed essere generalisti (o, peggio ancora, l’etichetta negativa, il marchio d’infamia definitivo, essere tuttologi) è visto con bonaria compassione o, se va male, con ostilità.
Come ai tempi delle medie,

Il ragazzo si impegna ma ha troppi interessi.

Il mio interesse (uno dei miei troppi interessi) al momento è comunque focalizzato sul primo livello, dove io credo che il fallimento sia ampiamente evidente, quando si parla di educazione scientifica.
I ragazzini alle elementari e alle medie possono anche impazzire per i polpi e i pinguini quando vanno in gita all’Acquario di Genova, ma poi gli viene spiegato molto chiaramente che son solo baggianate e che la vita reale è un’altra cosa.
Il secondo livello, la specializzazione, di solito finalizzata all’impiego, prende il sopravvento.
E per quelli che non proseguiranno con una carriera scientifica, la storia finisce lì, con la gita all’acquario. Bella eh, ma son cose complicate e che non servono a nulla. Dovresti concentrarti sull’imparare a usare un tornio.

È come – ma qui, naturalmente, scivoliamo nell’ambito della fantascienza – se esistesse uno scollamento, fra una istruzione primaria mirata a creare una forza lavoro composta di individui intercambiabili e che non si fanno distrarre dalle “astrazioni”, ed una istruzione superiore che da una parte tenta di creare e preservare una elite intellettuale che fa molto ancien-regime, e dall’altra, ereditando la struttura “fordista” dell’educazione inferiore, finisce per creare operai iper-specializzati.

Ma il mio interesse, al momento, è sul primo livello.
Il romance.
Mi sto domandando cosa si possa fare per far passare l’idea che non è stupido, inutile o dispersivo interessarsi a grande scala a certi argomenti per il piacere che se ne ricava e per il senso di meraviglia.

Ieri sera mi sono impelagato in una discussione piuttosto interessante sul motivo per cui non solo la critica, ma anche il pubblico dei lettori considerino la fantascienza un genere deteriore.
Perché se il motore della prima fase di avvicinamento alla scienza è la fase del romance, allora niente di meglio si potrebbe desiderare dello scientific romance, che era il vecchio nome della fantascienza.

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Ma pare che non funzioni.
Forse – ma è un’ipotesi – proprio perché alla narrativa scientifica (la science + fiction) non viene riconosciuta alcuna dignità in ambito scolastico.
Poi sì, è vero…

Il mio insegnante di lettere ci fece leggere Asimov

È meraviglioso, ma inutile – l’insegnante di lettere dovrebbe parlare con l’insegnante di matematica e con quello di scienze, e provare a costruire qualcosa che non sia solo leggere Io, Robot durante le vacanze estive.
Ma quello, vedete, è già una forma di sintesi.
Talvolta capita, ma non capita abbastanza.
Immagino che i programmi ministeriali non aiutino.
E poi resta, colossale e inamovibile, il primato della cultura umanistica nei nostri programmi scolastici.
Se non sapete chi era Ungaretti siete degli ignoranti.
Se non sapete spiegare con parole vostre il secondo principio della termodinamica, eh, chessaràmai…

Per cui ora la domanda è – è possibile fare qualcosa per il romance della scienza, in modo da risvegliare un interesse che sopravviva ai programmi ministeriali ed all’aggressività dell’ecosistema accademico?
Io credo di sì.

E sarebbe utile, perché l’abbiamo già detto molte volte, è male essere una civiltà tecnologica che disprezza scienza e tecnologia.

Autore: Davide Mana

Paleontologist. By day, researcher, teacher and ecological statistics guru. By night, pulp fantasy author-publisher, translator and blogger. In the spare time, Orientalist Anonymous, guerilla cook.

7 thoughts on “Romance, precision & synthesis

  1. Non so se esista un modo per oliare il meccanismo, ma intanto passo questo post a un’amica insegnante (precaria, sennò non c’è gusto -_- ).
    E la prossima volta che mi metterò a studiare qualcosa – forse dopo pranzo – rifletterò su questo approccio allo studio 😉

  2. Non conoscevo la teoria, ma mi sembra ancora piuttosto valida. Sono fin troppi, secondo me, i docenti che non ne hanno mai sentito parlare…
    Voglio, però, spezzare una lancia sulla schiena del Ministero: i fantomatici “programmi ministeriali”, che tanti docenti utilizzano come dito dietro il quale nascondere la loro colossale inadeguatezza e mancanza di curiosità, fantasia e aggiornamento, non fanno così schifo e soprattutto non sono in realtà onnipotenti e onnipresenti.
    Esistono infatti le “indicazioni nazionali per il curricolo”, che non sono per niente categoriche come i programmi e che incentivano gli insegnanti a studiare e mettere in pratica strategie diverse e divergenti, a usare attività ed esperti “esterni” per integrare la didattica, e così via. Chiaramente non voglio generalizzare e includere in questo mio spudorato giudizio negativo TUTTI i docenti, ma c’è da dire che per molti anni gli insegnanti sono stati una classe di lavoratori sostanzialmente immune dalla valutazione e dal licenziamento, e abbastanza impermeabile alle iniziative di aggiornamento e rinnovamento. Questi, almeno, sono i miei 2 centesimi, visto che nella Scuola, fianco a fianco con gli insegnanti ci lavoro dal 2007…

    • Io sono fermamente convinto che a tutti i livelli ci siano persone che si danno da fare, e persone che non hanno alcuna intenzione di darsi da fare. Basta uno di questi ultimi in un posto-chiave per bloccare qualunque meccanismo virtuoso.
      Mi piacciono molto le indicazioni nazionali per il curriculo – sarebbe bello poterci fare qualcosa. Vedrò di informarmi.
      Grazie dell’informazione.

  3. Purtroppo hai assolutamente ragione, lavorando spesso con le amministrazioni pubbliche (dai Municipi al Ministero, con almeno una tappa in ciascuna delle intermedie) mi sono ritrovato a fare il doppio o il triplo della fatica necessaria a causa della negligenza anche di una sola persona. In questo la nostra burocrazia è davvero desolante…
    Questo, invece, è il documento integrale delle indicazioni dal sito del Ministero… Spero possa esserti utile!
    http://www.miur.gov.it/documents/20182/0/Indicazioni+nazionali+e+nuovi+scenari/3234ab16-1f1d-4f34-99a3-319d892a40f2

  4. Condivido ogni singola parola….e passerò l’articolo ad un’amica insegnante. Grazie!

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