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Le belle tradizioni di una volta

17 commenti

starbucks-mocha-frappuccino-1Voi ci siete andati da Starbucks?
Io sì.
A Parigi.
Era il luglio del 2007, ed io e mio fratello avevamo trascorso un venerdì e un sabato alla JapanExpo. Alla domenica, mio fratello si mise in coda davanti all’Olympia per il concerto di Miyavi, ed io mi smarrii a Parigi.
Domenica di Luglio a Parigi – il deserto.
Un caldo soffocante, nulla di aperto se non una libreria dove acquistai, come al solito, un libro di Michael Moorcock1 e, di fronte alla libreria, Starbucks, che aveva l’aria condizionata e il frappé alla vaniglia.
Moorcock, aria condizionata e frappé alla vaniglia – tre condizioni sufficienti per sopravvivere a un pomeriggio torrido in una città sconosciuta.

Ma non è di Starbucks, che voglio parlare, ma della tradizione.
Perché, ne sono sicuro, vi sarà capitato di sentire quelli che si sono indignati perché il caffé di Starbucks non rispetta la tradizione italiana dell’espresso, fa schifo, e costa troppo2.

Schedacoppa-del-nonnoOra, io non bevo caffé.
Questo non fa di me una persona migliore o peggiore di voi. Lo apprezzo nei dolci, mi piacciono la Coppa del Nonno e i Pocket Coffee ma il caffé io non lo bevo.
Fatemi causa.
E d’altra parte non dubito che il furore nei confronti della caffetteria americana “sacrilega” che viene a fare il caffé sul sacro suolo patrio dove il caffé è una tradizione…
Uh, la nostra tradizione.
Ma siamo sicuri che la tradizione sia poi questa gran cosa?
Sempre e comunque?

E sorvolerò per il momento sul fatto che gli italiani indignati per la tradizione del caffé violata a Milano dal Grande Diavolo Americano siano gli stessi che si sono indignati perché, sempre a Milano, delle donne di religione islamica si sono presentate inpubblico velate, come vuole la loro tradizione.
Davvero, non occupiamoci di questo.

Io, per dire, vivo nella campagna depressa dell’Astigianistan.
Da qualche parte fra gli anni ‘90 e i primi anni 2000 in queste colline un sacco di picoli centri misero in piedi un museozzo locale, per cercare di creare un minimo di attrattiva turistica.
Un modello che ebbe un certo successo è quello del “Museo delle Contadinerie”, che può anche essere indicato come “Museo della Memoria Contadina” o “Museo della Vita Contadina.”
Costa poco, e non richiede una persona qualificata per mantenerlo – un museo naturalistico necessita di un naturalista come curatore, per un museo della vita contadina basta un contadino.

Allestimento Museo delle Contadinerie

In pratica le amministrazioni locali fecero la via crucis delle cascine e si fecero regalare vecchio materiale agricolo dismesso – aratri e carriole, secci, tinozze e botti di varie forme e dimensioni, bottiglie e damigiane, l’immancabile infilata di bottiglie per la mescita di vino sfuso (un quarto, mezzo, tre quarti, un litro), zappe e forconi, magari un’incudine e una manciata di ferri di cavallo arruginiti.
Il tutto esposto in un locale gentilmente offerto dal comune o dalla pro-loco.

Un museo per ricordare la dura vita dei nostri vecchi e le nostre belle tradizioni contadine.

I nostri vecchi erano dei bifolchi orribili che facevano una vita che non augurerei al mio peggior nemico, e quel che è peggio la facevano fare anche agli altri.
Nasty, brutish and short, per ricordare una descrizione… ehm, tradizionale.
Era Pavese, io credo, che ricordava come la gente di queste colline vivesse a testa bassa e non alzasse mai lo sgaurdo verso il cielo: il mondo contadino era gretto, brutale e soffocante, strutturato in clan familiari in cui sostanzialmente tre generazioni si trovavano a sottostare ai capricci di un vecchio rimbambito che, una volta morto, veniva rimpiazzato da un altro vecchio rimbambito che era venuto su alla stessa scuola. Il lavoro dei campi era faticoso e ingrato, e utilizzava tecnologie neolitiche.
Le tradizioni?
Parliamone.
Perché curiosamente nei volantini e nei pannelli esposti in questi musei non si parla della brutalità, dell’assoluta mancanza di rispetto per le donne, delle pratiche sessuali creative, dell’orrore e dell’alienazione.
La memoria – che dovrebbe essere oggettiva – viene rimpiazzata dalla nostalgia – che oggettiva non lo è mai.

Non più tardi del 2009, due anni dopo il mio fatidico frappé alla vaniglia da Starbucks, quando feci notare che la popolazione maschile di Castelnuovo Belbo passava un sacco di tempo nell’unico bar del paese, mi venne risposto

È sempre stato così. D’inverno le donne possono scaldarsi ai fornelli in cucina a casa propria, ma gli uomini più che andare al bar…

Era, dopotutto, tradizione.
Perché credete che lo chiami Astigianistan?

Ora è chiaro, questo non ha nulla a che vedere col sacro rituale dell’espresso che come lo fanno nel vostro bar di fiducia non lo fa nessuno e guai a pensare di poter fare diverso perché le tradizioni, ah, le tradizioni…

Le tradizioni sono convenzioni.
Le tradizioni sono il modo in cui tutti hanno fatto qualcosa finché non si è cominciato a farla diversamente.

Ci fu un tempo e un luogo in cui la tradizione voleva che la vedova venisse immolata sulla pira del marito defunto.
Ci sono posti in cui la tradizione sostiene che ciò che state facendo in questo momento, qualunque cosa sia, è sbagliato, e vi verranno amputate tutte le parti sporgenti.
Al primo anno delle superiori siete stati brutalizzati perché era tradizione, e sapevate che tanto in capo a un anno avreste potuto farlo anche voi.
Quando servii in aeronatica era ancora tradizione che gli avieri venissero buttati da una finestra del primo piano perché il servizio includeva “l’obbligo del volo”.

Ma non è nonnismo, al limite è corsismo, perché fa parte della tradizione.

Le tradizioni sono molto spesso una forma di mantenimento del potere – dettano come ci si debba comportare “perché sì”.
Alcune sono affascinanti.
Altre sono molto piacevoli.
Alcune sono di una stupidità al limite dell’omicida.

Tu devi fare come dico io perché è la tradizione.
Abbiamo sempre fatto così.

No.
È OK non amare il caffé, o un certo modo di prepararlo.
È un’idiozia invocare la tradizione.


  1. per qualche misterioso motivo, quando mi trovo per la prima volta in una città straniera, immancabilmente finisco in una libreria e immancabilmente compro un libro di Michael Moorcock. 
  2. il che non può che ricordarci la storia che racconta Woody Allen in Io & Annie, sulle due vecchie nella casa di riposo…
    “Mio dio qui il cibo fa schifo.”
    “Sì, e le porzioni sono troppo piccole.”
    Il caffé di Starbucks fa schifo e costa troppo. 

Autore: Davide Mana

Paleontologist. By day, researcher, teacher and ecological statistics guru. By night, pulp fantasy author-publisher, translator and blogger. In the spare time, Orientalist Anonymous, guerilla cook.

17 thoughts on “Le belle tradizioni di una volta

  1. Complimenti Davide, bel post, molto necessario visti i tempi correnti!
    Le tradizioni sono come i menu alla carta: ognuno prende quello che vuole e ignora il resto (ma al ristorante nessuno pretende che ordiniamo tutti lo stesso piatto…).
    Qui a Milano ricordo che ci siamo sciroppati la polemica sulle palme che Starbucks aveva piantato in Piazza del Duomo perchè non erano “tradizionali”.
    Peccato ci fossero già nell’800…ma appunto si impugna la Tradizione come fosse una clava: non importa da che parte la prendi, l’importante è picchiare duro

  2. Concordo su tutto.

    Un commento solo sull’aspetto pratico della questione Starbucks, anche se ovviamente è marginale al tuo post: tutti i sovranisti strillano a difesa della “tradizione del barista italiano”.
    Da me un bar su due è stato acquistato dai cinesi. Che sono cordiali, rapidi, onesti, poco invadenti, e non fanno battute stupide di prima mattina.
    Immagino che anche loro non vadano bene. Peccato che rappresentino un elemento oramai radicato nell’economia di settore. Con buona pace delle tradizioni.

    • A Nizza Monferrato il bar Sociale è stato rilevato dai cinesi – ai vecchi tempi chiudeva alle undici di sera, anche nel weekend. Ora chiude all’una di notte, più tardi nel finesettimana. Il servizio è ottimo.
      I vecchi imbecilli che si lamentano erano quelli che non andavano comunque al bar anche prima, e che contribuirono a farlo fallire quando era gestito da italiani.

  3. Io sono stato fra i critici non tanto della apertura di Starbucks, ma della fila fuori sotto la pioggia dalle 4:30 AM (sempre se è vero, ma pare di si, non confermo solo l’orario).
    A me della tradizione e delle lamentele sulla tradizione non frega assolutamente nulla. Quello che mi da fastidio è che proprio in Italia, dove tantissimi si riempiono la bocca di menate sui prodotti che “tutto il mondo ci invidia”, mettendoci anche il caffè espresso, si creino file del genere fuori da uno Starbucks.
    Ho viaggiato in tutto il mondo per cinque anni lavorando come steward per la Emirates e di code agli Starbucks ne ho sempre viste. In molti aeroporti, che offrivano o Starbucks o caffè locale, si presentava sempre la stessa scena: caffè locale mezzo vuoto e sicuramente senza coda e Starbucks con attesa media di dieci minuti, coda sempre presente. Ma dubito fortemente che lo stesso si sarebbe verificato se la coda fosse stata all’aperitivo, sotto la pioggia.
    Quindi mi arrabbio perché è la dimostrazione che una sola cosa importi agli italiani più della tradizione: l’apparire. Perché sarei pronto a giurare che ogni singola persona in coda si sia poi fatta selfie messo online con hashtag #starbucksmilano, perché era trending su Twitter e Instagram.

    Comunque, agli Starbucks ci sono andato anche io, a volte pagando un fracco di soldi per cose che si trovavano solo li, come il Nitro Cold Brew, la bevanda che più mi piace dopo la birra e forse prima di molte birre.
    Starbucks fa veramente bene quello che fa ed è giusto che abbia i suoi fans. Quello che critico è l’ecosistema di quel tipo di fan che ho descritto e la loro presenza fortissima in Italia, che risulta ipocrita proprio per le menate tipiche italiane sulle tradizioni.

  4. Nella città in cui vivo hanno aperto da un anno un locale in centro in stile Starbucks, ha anche un suo frappè e il classico bicchiere di carta da asporto. E’ sempre pieno di gente. Intercetta un’esigenza di giovanissimi e giovani (ma non solo) di aver un posto dove ritrovarsi e studiare, lavorare al computer, giocare di ruolo, passare il tempo… ha spazio e bagni grandi e puliti in una città dove i bar che ti offrono questo servizio non esistevano.
    Ah è stato creato da giovani italiani che se ne fregano della tradizione, e per fortuna.

    • In effetti non credo che Starbucks abbia il monopolio dell’infrazione alle tradizioni 😀
      È bello che ci sia chi si ingegna per offrire qualcosa di diverso – come scelta, non come obbligo, per il pubblico.

  5. Concordo in pieno e ci sono altre considerazioni molto più pragmatiche al riguardo:
    https://www.lucacarbonelli.it/di-starbucks-a-milano-non-avete-capito-niente/
    Carbonelli, quello del caffè Carbonelli, se non ne capisce lui di caffè…

    Io guardo e rido, mi ricordo di MacDonalds e delle polemiche.

  6. Un post che capita a proposito, perché, come sai, settembre è il mese della tradizione nell’astigiano, il periodo dell’anno in cui una città morta torna magicamente in vita con il suo palio e le sue sagre. Comincia già a luglio, quando di sera i tamburini dei vari rioni si allenano per la sfilata e ti sembra che con quel ritmo debbano evocare lo spirito defunto di Hasta Pompeia. Intendiamoci, mi piacciono le sfilate e i banchi medioevali, ma da qualche anno noto che sono nate nuove tradizioni:
    – la tradizione di bestemmiare contro i fantini che non riescono (o meglio, non vogliono) a far stare in riga i cavalli;
    – la tradizione di far ribaltare almeno un cavallo per edizione;
    – la tradizione della sbronza collettiva alla Douja, tradizione che apprezzo perché, come disse un mio amico, “l’alcol per gli altri popoli è una piaga; per noi, è l’unica cosa che ci salva”;
    – la tradizione delle code infinite alle Sagre e le infinite lamentele. A proposito, un anno beccai un buffo individuo in coda per accaparrarsi della soma d’aj perché, diceva, era il cibo tradizionale dei vendemmiatori. La soma d’aj, per i forestieri che non lo sapessero, è nient’altro che pane strofinato con olio, aglio e rosmarino. Cibo tradizionalissimo, ma per capire cosa evoca davvero rimando al già citato Pavese.

    Quanto a Starbucks, non mi piace come non mi piace la maggior parte delle multinazionali. E mi fa specie che, in mezzo a tutte le critiche, nessuno abbia azzardato quella che poteva essere la più sensata, e cioè capire come saranno trattati i dipendenti (Starbucks in questo non ha una tradizione proprio encomiabile). Non è un’insinuazione, eh, sul serio avrei preferito critiche del genere piuttosto che sulla mancanza del frappuccino. A questo proposito, sembra che lo Starbucks di Milano sarà una specie di torrefazione con miscele pregiate e meno americanate, quindi i palati italici non correranno alcun rischio.

  7. Eccomi, forse sarò lungo e tedioso… spero non troppo. Ma mi piaceva raccontare un po’ di cose su questo argomento che mi sta a cuore e che non è StrabuGs… che non conoscevo minimamente. Scusate l’ignoranza … non sarà l’ultima volta.

    Mi sento di dire qualcosa di simile alla tua esperienza, Davide, almeno per due aspetti che credo ci assimilino; e forse non solo me e te. Aver vissuto nelle Colline Metallifere (metallifigian?) venti anni tra gente di “cerro e travertino” (… calcareo cavernoso… ehm con licenza di ignorante in materia geologica posso dire di aver incontrato anni fa all’Università questa pietra utilizzata come materia prima negli insediamenti di altura fin dal X-XI secolo: i signori – spesso casate discendenti dalle stirpi carolingie – dotati di sufficiente risorsa economica per ingaggiare manodopera specializzata innalzavano questa pietra chiara a forma di castelli – fuori dall’immaginario dominante del castello medievale, … molto fuori… altri tempi.. solidi e duri) per esserne fuggito nei primi anni ‘90 (poco lontano… la Val d’elsa è a un’ora dalla terra delle miniere) e ritornandovi sempre meno di frequente, progressivamente con gli anni. Ma anche per un secondo fattore dal metallifigian, dicevo sopra: ovvero essere tra quelli che hanno partecipato al censimento (raccolta schedatura e spiegazione) di alcuni strumenti raccolti e conservati per poter realizzare (forse davvero realizzato… non lo so) un Museo della Civiltà contadina (si Civiltà, come lo si indica negli ambienti storico-antropologici e universitari) a Prata di Massa Marittima, provincia di Grosseto.

    Luci ed ombre della tradizione.
    Pienamente d’accordo con te Davide parlo di due effetti della tradizione nei paesi di provincia dove ancora certi fantasmi di questa complessa entità mutevole e solida sono ben presenti tra gli oscuri (e meno oscuri ma non tersi) abitanti. Vere e proprie creature “sotterranee” che abitano le tombe della vitalità; a me piace chiamarli fantasmi per l’irresoluzione, ma a volte così palesemente infestanti nel quotidiano che ti viene da dire perché non siano percepibili. Mortali alcuni; altre sono meravigliose creature seducenti che ammaliano ma che se non si conoscono portano ben oltre il piacere e sfociano nel tormento. Per questo continuo a dire che ho fatto scopa quando scoprii Pavese… molto tardi in effetti ebbi in regalo i suoi Dialoghi (che a dirla in modo poco scientifico mi fu palese che “non ci capivo ‘na sega”… espressione questa di uso costante in queste zone e che “fa capolino” su quanto segue).

    Le luci.
    C’è un aspetto cerimoniale, e se preferiamo potremmo dire una colorita e composita serie di riti (in buona parte ereditati dai tempi arcaici e chiaramente profani – pur avendo una connotazione religiosa nel senso attribuito da Eliade al termine-) che hanno un’intensità di senso, una funzione utile e in buona parte positiva SULL’INDIVIDUO e sui PICCOLI GRUPPI (o meglio dire sottogruppi o comunque gruppi di individui che non sono troppo numerosi) tale da lasciare un segno e un significato, a volte un senso, fin dall’età evolutiva ma anche nell’età adulta e nella vecchiaia. Difficile da misurare, difficile da distinguere rispetto ad altre forme di ritualità che ad esempio troviamo nelle città già dal secondo dopoguerra e che in qualche modo hanno funzioni diverse, sono espressioni di diversi soggetti e probabilmente bisogni. Ma l’elemento rituale (e ora parlo nei limiti dell’oggettivo prima di dire cosa possa aver significato invece per me soggettivamente) oltre ad una funzione di valida condivisione, di iniziazione e di rafforzamento dell’individuo e del piccolo gruppo nel contesto sociale ristretto delle realtà provinciale, ha un aspetto di immancabile relazione con il luogo (come spazio e tempo definito) e la natura (come ambiente dell’uomo con altro). Faccio un esempio evidente nel vedere come è cambiato il fenomeno della caccia negli ultimi 30 anni (argomento neutro? Insomma se n può parlare…) con il cambiamento dei cacciatori stessi sul territorio; esterni perlopiù quelli di oggi, in buona parte provenienti dalla città; ma alla fine assimilabili a molti delle nuove generazioni. Il fattore Tempo Storico non può essere escluso tanto dal ragionamento. I cacciatori del passato prossimo, che ho ben conosciuto invece, come mio padre, avevano ereditato questo serie di usi cerimoniali di condivisione (ormai completamente inattuale) di integrazione ed accoglienza; si, esatto, integrazione e accoglienza (forse solo per uno spazio-tempo sacro relegato alla cacciata, ma questo potrebbe essere un altro discorso). L’alimentazione (mio padre era del ‘36 ed era bambino su quelle colline mentre passava il fronte, forse non troppo diversamente da Pin e i suoi sentieri dei ragni), era un elemento secondario senza dubbio, rispetto ad un quotidiano scandito da vari piccoli – grandi cerimoniali giornalieri di incontro, condivisione, scambio, apertura e sincerità, entusiasmo e gioia tra uomini e uomini (non donne), uomini e natura e di conseguenza anche uomini ed animali.. si proprio con loro gli animali. Non l’ho sentito né visto nei cacciatori che da Firenze, Modena, Bologna, Udine, Milano vengono quaggiù a cacciare i cinghiali. Silenziosi voraci solo in cerca di poter dire e uccidere; o semplicemente POTERE. Mio zio Aldo per anni ha continuato a cacciare senza mai uccidere una preda. E mio padre non si distinse da suo fratello. Gli ultimi anni non uccideva più.
    L’elemento soggettivo che fa da ponte alle ombre della tradizione è mio padre, scomparso precocemente nei suoi silenzi disarmanti e disorientanti, nella sua prevalente ASSENZA come uomo fedele al modello tradizionale. La sua “natura” ha lasciato inevitabilmente un buco nell’evoluzione della mia persona in crescita e pertanto molti anni dopo, quel buco è stato solo in parte ristretto attraverso alcune fonti orali di conoscenti amici e altri, e a seguire c’è stata per me la tradizione, quella che lui partecipava come uomo nato e cresciuto in buona parte all’interno della civiltà contadina, la stessa che come dice Davide ha fatto degli strumenti del neolitico la propria tomba e la propria sussistenza: ma anche la propria morte.

    Ombre

    I silenzi e le ambiguità, le superstizioni e la violenza che si portano dietro le eredità tradizionali dei villaggi di provincia sono in grado di far fuori (sia metaforicamente che letteralmente riducendo alla marginalità e l’emarginazione – quel 3-5% ma forse di più , sempre presente anche nei villaggi più piccoli) con una crudeltà che è quella di chi “mastica i grottoli e caca il breccino”.
    È lì che dà animo al suo apogeo la violenza cannibale delle tradizioni: le paure per prime e i gesti “comandati” per illudere le minacce, per cui ad A segue B automaticamente.
    Con il mio amico Paolo constatavamo ogni 3-4 estati come si concretizzava il famoso fenomeno del “gira la topa” (scusate il termine sessista ma è un dominante nella tradizione contadina toscana): improvvisamente (per i ciechi) una serie di coppie, dai più giovani fino ai trentenni, uno a seguire l’altro, si “rincornavano” in un’estate andando a sconvolgere il 60% del tessuto relazionale di coppia radicato nei gruppi (gli istituzionalizzati erano della relazione precedente). Prima di nascosto e poi per forza (in un paese di 600 abitanti in cui nessuno si fa i cazzi propri) alla luce del sole, con tanto di stigma sociale, botte da orbi, fughe dal paese, vergogne, sputtanamenti da piazza, bambini in disfatta e mai minimamente tutelati; per un mese alla berlina una e quello dopo la controparte maschile precedentamente salvato come vittima; con fame di carne e sangue per tutti.
    Fenomeno nuovo? No non proprio: un’espressione evidente di quegli elementi della tradizione in cui la dimensione sentimentale (questa “sconosciuta”) chiama al sangue, non comunica, agisce sotto-sotto, ben codificata ma non scritta, in una serie di comportamenti che sono istintivi; quando chiedi loro: “perché si sono picchiati” (mentre uno di loro è in ospedale e forse se ne andrà per sempre dal paese), ti rispondono, “perché va così… vedrai che dovevo fa!”.
    Oppure i silenzi e poi … i silenzi dei suicidi.
    Oppure i silenzi di tutte quelle scaramanzie e superstizioni che DETTANO il quotidiano anche a scapito degli altri. E quindi i capri espiatori quotidiani. Si quotidiani ormai.

    Le eredità di ombra della tradizione arcaica nei nuovi mondi globali e dei social non si sono interrotte

  8. E detto per inciso a Milano il caffè fa schifo quasi ovunque. Quelli di Starbucks per lo meno puliranno le macchine.

  9. Bella conversazione. Mel’ero persa.

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