strategie evolutive

ciò che non ci uccide ci lascia storpi e sanguinanti

Tu non sei un assassino, sei un critico

19 commenti

E così come è andata?
La faccenda di scrivere ed editare in diretta, intendo.
Beh, è stato… interessante.

Siamo partiti alle diciotto, con poche idee ma tanta buona volontà.
Come ho spiegato altrove, negli esperimenti precedenti di scrittura online, e anche in Tastiere Roventi, avevo dei punti fermi: i suggerimenti dei lettori, il tema della storia…
Scrivere in questo modo è più facile.
Ci si può aggrappare a qualcosa, e partire, tenendo quei bersagli in vista, e procedere spediti.
Ma senza punti di riferimento?
L’eccesso di libertà è straordinariamente dispersivo.

Così, tanto per avere qualcosa a cui aggrapparmi, ho preso il mazzo di tarocchi che mi hanno recentemente regalato, e ho pescato tre carte a caso: Il Re di Coppe, la Temperanza, la Morte.
Una pescata profetica, come vedremo.

KingofCups-UWIl Re di Coppe rappresenta l’ingegno, la scienza, e la creatività.
Diciamo che può esere di buon auspicio.

Il giugno scorso avevo scritto una storia, intitolata “La Diavolessa coi capelli Bianchi” – nata come un test di scrittura di 500 parole sottoposto a un editore, e poi ampliata a 4000 parole.
Divertente, con una gran voglia di Talbot Mundy.
E allora, perché non rifarlo?

E così la nuova storia, che si intitola “Al Riparo dal Vento” e io so fin dall’inizio che dovrò cambiarle titolo. Cominciamo a scrivere.
Ora gli appigli ci sono – i personaggi della storia precedente, l’ambientazione condivisa.
A questo punto è relativamente facile lasciar parlare i personaggi.
Sì, OK, ne scrivo un pezzo dopo che sposto prima, e ci sono delle cose che non mi piacciono, ma posso procedere speditamente.
Trovo anche il tempo per farmi una tazza di tè.
In circa di due ore e mezza arriviamo a poco più di 4000 parole, che non è male. Una storia semplice, compiuta.
Brutta, come sono brutte tutte le prime stesure.
Sono le nove ed è ora di passare la palla a Germano Hell Greco.

13533182275_8f4d5f26dd_oLa Temperanza rappresenta… beh, la temperanza. Ma anche la competenza, la misura e la moderazione. Tutte qualità indispensabili in un editor.

Ora, io non posso fare a meno di pensare, quando vedo unmio documento editato, che a ciascuno di quei segni rossi (e sono tanti, davvero tanti, sempre) corrisponda un’imprecazione, una scrollata di spalle irritata, una risata, uno sguardo sconsolato.
E vedere i segni rossi comparire in diretta… uh.

E qui sorge il primo problema.
Perché se è vero che connettendosi al link che ho divulgato si può vedere ciò che scrivo, attraverso lo stesso link non si può vedere l’editing in diretta.
Ciò che accade fra un editor e l’autore è una cosa privata, dice Google Docs.

Ce ne accorgiamo troppo tardi, io e Germano, e a questo punto c’è un solo modo per permettere a tutti di vedere l’editing – bisogna concedere a tutti i privilegi da editor.
Cosa potrebbe mai capitare di male?

Germano è una macchina.
È veloce, preciso, e senza pietà.
Certo, dice ben chiaro che tutti i suoi interventi sono proposte, e poi ne dovremo discutere.
Però passa come Genghiz Kahn sul mio testo.
Ma è un Genghiz Kahn che lavora per me.

Il mio racconto migliora, migliora decisamente, e per le undici meno un quarto circa è tutto finito.
Ringraziamo, facciamo il nostro bravo inchino, e io annuncio che il file resterà amcora in linea per alcune ore.

379658c12a2438fef22dc1d75a156ef4La Morte è una carta che rappresenta il cambiamento drastico e repentino, anche se non necessariamente negativo (il cambiamento repentino e negativo è la Torre, casomai).
Tutto cambia.

E tutto cambia alle 23.13 minuti, quando uno dei membri del pubblico prova a vedere se davvero può intervenire sul file. Lo fa rifiutando una delle modifiche proposte da Germano. Il suo intervento funziona.
Sprizzando gioia da tutti i pori, il teppista procede a cancellare l’intero testo, lasciando come unica parola, rossa, sul foglio bianco,

Schifo.

E così, dopo l’autore e l’editor, le persone connesse per seguire la nostra avventura si sono anche sciroppate il terzo personaggio della nostra storia – il critico.

Credo farò un post a parte su cosa si provi davanti a una simile espressione di odio insensato. C’è forse qualcosa di più profondamente patologico che bruciare i libri, cancellare le parole degli altri?

Screenshot from 2018-09-27 23-27-12

La mia storia (che continua ad avere un titolo pessimo) non è perduta, naturalmente.
Ne avevo un paio di copie, una su cloud e una sul mio hard disk, per cui tanto il mio misero testo quanto l’eccellente lavoro di Germano non sono andati perduti.
Ma Google Docs ha un sacco di funzioni interessanti.
Una, ad esempio, è quella che mi permette di annullare l’intervento di un editor, tornando al testo precedente.
Nulla viene dimenticato, ogni modifica può essere annullata.
Niente va perduto.

E un’altra funzione di Google Docs fa sì che io riceva una mail ogni volta che un mio collaboratore interviene sul testo.
Una mail con l’ora, l’intervento o la modifica apportata, e il nome della persona che l’ha fatta.
Perciò io so chi è stato.
E una mail simile l’ha ricevuta anche Germano, che risultava come collaboratore.
E l’ha ricevuta il nostro critico, dopo il suo primo intervento. Ragion per cui si è sganciato, ed è tornato a loggarsi come anonimo.
5e352e97269707118503ab6d5ba66e6bMa ormai era troppo tardi, Marco.
Sappiamo che sei stato tu.
E d’ora in avanti, quando diremo “ma tu pensa a quel povero coglione che è venuto a cancellarci il testo”, noi sapremo, e tu saprai, Marco, che non ci riferiamo a un coglione generico, a un coglione a caso, a una qualche idea platonica di coglione ma ad un coglione molto molto specifico.
Uno che ci ha dimostrato in diretta di essere un miserabile imbecille, e ci ha anche lasciato la firma.

Comunque, la storia è qui, insieme con l’editing – nei prossimi giorni le darò una ripulita, la sistemerò, la tradurrò in inglese, e poi condividerò il testo coi miei follower su Patreon.
A tutti quanti, grazie per averci seguiti, e speriamo che, nonostante i problemi tecnici e quel povero coglione di Marco, il nostro esperimento vi abbia divertiti.

Lo rifaremo?
Certo che lo rifaremo.
Noi non facciamo concessioni ai terroristi.
O ai poveri coglioni come Marco.

Autore: Davide Mana

Paleontologist. By day, researcher, teacher and ecological statistics guru. By night, pulp fantasy author-publisher, translator and blogger. In the spare time, Orientalist Anonymous, guerilla cook.

19 thoughts on “Tu non sei un assassino, sei un critico

  1. [sono le 17.30 al mio orologio – cominciamo alle 18.00 – Io intanto vedo di farmi venire
    qualche idea]
    [ rispetto agli esperimenti precedenti, in questo
    A . ho meno tempo
    B . non ho alcun suggerimento, spunto, idea, blocco imposto dall’esterno
    Questo rende il lavoro più difficile, per il semplice fatto che si corre il rischio di buttare
    mezz’ora a cincischiare in cerca di un’idea che possa funzionare, o di un modo per girare e
    andare a A a C passando per H…
    Al fine di facilitarmi il lavoro, ho pensato allora di tirare fuori un mazzo di tarocchi, pescare
    tre carte a caso, e usare quelle come ispirazione/concetti fondamentali/quel che è.
    Per darmi dei termini, e obbligarmi a ragionare fin da subito, senza perdere tempo.
    Un minuto che mischio (mi faccio anche il self-editing… il terrore della venuta dell’Editor è
    reale) le carte…
    Niente male: Re di Coppe, Temperanza e Morte
    Ci sarà da ridere]
    [OK, comincio a segnarmi qui un paio di termini che torneranno utili durante la stesura, e che
    sbaglierò a scrivere regolarmente:
    Antima ghara
    Vipak

    ī
    Harāyō
    Così… non si sa mai]
    E cominciamo
    AL RIPARO DAL VENTO
    (titolo orribile, ma un titolo bisogna darglielo)
    Uno stretto sperone di roccia si leva come una bianca scogliera nella parte alta della vallata
    di Hoyaiita, cinque miglia a nord del passo di Barafabari. Come un bastione, taglia la valle in
    due, e si dice che in tempi antichi a monte di quelle rocce si trovasse un lago, scomparso da
    tempo, che la gente della vallata aveva chiamato Harayo, perché era immobile e solitario e
    di un colore blu che mai si era visto.
    Ai tempi della Rani Kavuri Munshi, colei che spostò la capitale dalle coste del mare interno
    alla vallata del fiume Takhur, un mercante di sete del Chung Kuo costruì la propria casa
    sull’estremità di quel contrafforte di roccia, una casa con un ampio cortile ed una torre alta e
    sottile, dalla sommità della quale egli potesse vedere le carovane che transitavano per la
    vallata, e andavano a rimpinguare le sue casse.
    In seguito venne fatto notare come andare a costruire una casa sulle rive del perduta lago di
    Harayo non fosse stata una buona idea. Non pessima come l’idea di spostare la capitale
    lungo il corso del Takhur, ma certamente malaugurata. Perché in verità, nel quindicesimo
    anno del suo regno, la rani Kavuri venne travolta con tutta la sua corte dalle acque del fiume
    in piena, come se fosse la natura stessa a voler riportare la capitale al mare. E due anni
    dopo, il signore della grande casa sullo sperone di roccia presso il lago Harayo venne colto
    da una malattia sconosciuta, che lo consumò lentamente e si prese prima le sue ricchezze,
    poi la sua mente, e infine la sua vita.
    I pesci oggi godono dei mosaici e delle sculture della capitale della Rani Kavuri, e la casa
    sulle rive dello scomparso lago Harayo è nota agli abitanti della vallata come Antima Ghara,
    l’Ultima Casa, e corvi e volpi ci fanno il nido, e vi conducono i propri affari, lontani dalla vista
    degli uomini.
    [così ci siamo! E invidio profondamente la buonanima di Talbot Mundy, perché credo che i
    nomi indiani e nepalesi e cinesi a lui venisserò così, allos chioccare delle dita, mentre io me
    li scordo dopo tre paragrafi. Questo però ora lo mettiamo in cima, come apertura.]
    C’era un odore diverso nell’aria. Odore di fuoco, di cenere.
    Un odore familiare a abbia praticato il mestiere delle armi, un odore che porta ricordi.
    Non sempre piacevoli.
    Sinda Sundari Sarpal tirò le redini, e volse il capo a oriente.
    (hmmm… problemi di formattazione del testo – ora li sistemiamo)
    La Dimora delle Nevi era una linea frastagliata contro l’indaco profondo del cielo, il sole al
    tramonto riflesso nei ghiacci perenni. Il vento soffiava freddo, insistente.
    E portava il ricordo di città in fiamme, di un passato lontano.
    Sinda scrutò lo sperone che si allungava come un promontorio attraverso l’alta valle del
    Hoyaiita, e la torre che come un faro si levava alla sua estremità occidentale.
    L’Antima Ghara, l’Ultima Casa della vallata.
    Abbandonata da sempre, a detta degli abitanti del villaggio, gù presso il ponte di Sikander,
    ma ora un sottile filo di fumo, grigio e serpeggiante sullo sfondo dei ghiacci tinti di rosa, si
    levava dalle rovine.
    E il vento ne portava a valle il sentore. Lieve, ma inconfondibile.
    Sinda diede di sprone al proprio cavallo, e puntò verso la strada bianca, che saliva verso
    l’Ultima Casa. Le pareva una cortesia minima, far visita ai suoi nuovi vicini.
    E per un attimo, ma fu solo un attimo, si disse che sarebbe stato bene avere con sé Yezda,
    a farle da scorta. Perché erano tante e strane, le cose che allignavano fra i monti della
    Dimora delle Nevi.
    Ma poi si disse che erano sciocchezze, e il vento e la curiosità spazzarono via quelle paure.
    ***
    [che, ammettiamolo, è un inizio abbastanza fiacco, ma si potrà sempre migliorare. O tagliare.
    In effetti la storia può anche cominciare dopo. Può cominciare , per dire, da qui…]
    Le sedie e il tavolo della sala da pranzo erano state un perfetto esempio di stile della Terza
    Dinastia. Le linee eleganti appesantite da troppi ghirigori, le sedie troppo pesanti, le spalliere
    scomode. I topi, o qualche altro animale, aveva banchettato sulla pelle dei sedili, ma le
    gambe e le strutture erano ancora in buone condizioni, e bruciavano benissimo.
    “I proprietari potrebbero aversene a ridire.”
    L’uomo con le vesti rammendate sollevò lo sguardo, e il suo volto barbuto si aprì in un ampio
    sorriso.
    “Dubito che i proprietari siano altro che ricordi portati dal vento,” disse, alzandosi e
    ripulendosi le mani sul davanti della tunica. “Ma a loro nome ti porgo il benvenuto, mia
    signora, e ti invito a godere del fuoco che grazie a loro possiamo condividere.”
    Sinda inarcò un sopracciglio, e si guardò attorno. L’ampio cortile era invaso di sterpi, e lo
    sconosciuto aveva pulito un tratto del pavimento di pietra, per evitare che le fiamme si
    spandessero.
    Fece un paio di passi avanti, la sinistra sul pomo della spada.
    “Non sapevo che ci fossero nuovi inquilini qui nell’Ultima Casa.”
    Lo sconosciuto mise le mani sui fianchi, e ruotò la testa da una parte e dall’altra, studiando
    con fare teatrale i muri sbiaditi, le finestre sfondate, le bandiere da preghiera lacere appese
    alle poche funi sopravvissute, che collegavano il muro esterno alla sommità della torre.
    “L’Ultima Casa,” disse, passandosi le dita fra la barba. “Un nome appropriato. Ma anche la
    Prima, a seconda di dove si arrivi, immagino?”
    Sinda era ormai a non più di tre passi da lui. La veste malandata testimoniava tempi migliori,
    un tessuto pregiato che aveva sofferto troppe disavventure. Ma aveva dei buoni sandali, lo
    straniero, e mani curate.
    Lo guardò negli occhi.
    “Ho superato l’ispezione, comandante?” rise lui.
    “Perché mi chiami a quel modo? E chi sei?”
    Lui fece un inchino,mascherando con gesti esagerati una forma precisa.
    “Il nome è Diushi, mia signora,” disse lui. “Detto anche Diushi lo Zoppo, per motivi che non
    credo sia necessario stare a spiegare.”
    Fece qualche passo attorno alla fiamma crepitante, il ginocchio sinistro rigido, e di nuovo
    mise le mani sui fianchi.
    “Quanto al vostro grado, mia signora–”
    Prese un respiro profondo, e tornò ad accarezzarsi la barba. “Un sol braccio e una lama di
    qualità, abiti pratici ma costosi, uno sguardo attento. Si dice che la Rani di queste terre abbia
    donne al comando delle proprie truppe, poiché quella è la via qui a Gurkani, di far
    comandare le donne, e mettere gli uomini al lavoro. Quindi,” contò sulle dita. “Donna, decisa,
    competente, armata, con un passato–” gesticolò verso il braccio destro di Sinda, che
    terminava appena sopra al gomito. “Soldato, e ufficiale. Ed essendo io poco più che un
    vagabondo, a voi, mia signora, tocca il titolo di Comandante.”
    Rise.
    La risata riecheggiò nel cortile,come il gracchiare di un corvo.
    “Il mio nome è Sinda Sundari Sarpal,” disse lei.
    Lui fece una smorfia, forse un sorriso. “La Signora dai Capelli Bianchi che vive presso il
    Ponte di Sikander,” disse, tornando a inchinarsi. “Sono lusingato dalla vostra visita, mia
    signora, e mi rammarico di non potervi offrire una ospitalità migliore.”
    “Ci conosciamo?”
    “Siete conosciuta. Un ragazzo che conduce le capre, e dal quale ho acquistato del latte in
    cambio di una canzone, è alquanto impressionato da voi. Non parlava d’altro–”
    “Diventa facile divinare il passato del prossimo, in questo modo.”
    “Facile, sì,” rise lui. “Ma non meno impressionante. Spero.”
    Gettò un’occhiata al cielo. “Farà buio fra poco. Posso offrirvi un poco della minestra che mi
    stavo per cucinare. Piante selvatiche e funghi dall’aspetto poco raccomandabile ma, posso
    garantire, perfettamente innocui.”
    Lei si limitò a guardarlo, senza parlare.
    “Li ho fatti assaggiare ad una delle capre del ragazzo,” spiegò lui. “E non pare abbiano
    subito danni permanenti.”
    Il vento emise un lungo gemito, passando attraverso le stanze vuote della torre.
    Entrambi guardarono verso l’alto, e poi si scambiarono un’occhiata.
    “Dicono che questo luogo sia infestato,” gli disse lei.
    “Ma voi non credete a queste storie, mia signora.”
    “Forse no.”
    Lui guardò nuovamente le finestre nere dei piani superiori. Il cortile era ormai immerso
    nell’ombra, e solo i piani alti della torre erano ancora illuminati dalla luce cremisi del sole.
    “Forse non ci credo neanch’io,” disse. “Venite, la cena sarà pronta a breve.”
    ***
    [cinque minuti di pausa – la storia non mi convince ancora del tutto, e il dialogo è
    assolutamente di legno, ma credo si potrà migliorare. Il problema qui è che ho un’idea molto
    solida del personaggio di Sinda, che ho già usato in passato (e spero di aver ricordato qual è
    il braccio giusto), mentre per il misterioso viandante… ho un po’ poco a parte il fatto che è
    un misterioso viandante. Ora metto su l’acqua per del té, e ci ragiono]
    ***
    [facciamo un esperimento]
    [fatto, l’abbiamo messo in apertura – resta il problema di caratterizzare un po’ meglio il buon
    Diushi – e un’ora è andata]
    “Dall’altra parte,” disse Diushi, accennando con il capo alle montagne, “mi avevano messo in
    guardia. La Casa delle Nevi è infestata da orrori bizzarri e mostri mai visti.”
    Versò un mestolo di zuppa in una ciotola di legno e la passò a Sidna, insieme con un
    cucchiaio. “Sarà scomodo–” disse.
    Lei fece spallucce, appoggiò la ciotola su un ginocchio, ed assaggiò il contenuto con aria
    circospetta. Poi gli diede un’occhiata,m ed annuì. “Nessuna scomodità,” disse.
    Diushi annuì, e si servì una porzione di zuppa.
    “E io gli dissi,” proseguì, sistemandosi più comodamente sul pavimento del cortile. “Se sono
    mai visti, questi mostri,” fece spallucce, “come e perché mi mettete in guardia da essi? Non
    mi pare un’obiezione così sciocca, no?”
    Sinda annuì. “No, non è sciocca.”
    “Ma loro mi tirarono delle pietre e mi scacciarono dalla loro città, e così mi dissi, tanto vale
    provare la compagnia degli orrori e dei mostri, che lo shanhui potrebbe mostrarsi più
    ragionevole di questi bifolchi, e i temuti migoi potrebbero apprezzare di più la mia
    conversazione.”
    Sinda si scoprì a ridere. “E li hai incontrati?”
    Diushi scosse il capo. “No, mia signora comandante, né il cane dal volto umano né i villosi
    uomini delle montagne si sono degnati di farmi compagnia. Ed una volta arrivato qui–”
    Allargò le braccia senza posare la ciotola. “Mi sono trovato un posto per ripararmi dal vento.”
    Una delle gambe di legno scolpite, annerita e consumata dal fuoco, si spezzò con uno
    schiocco, eruttando una nube di faville rossastre.
    “E la mia buona fortuna mi ha procurato non solo la cena, ma anche qualcuno con cui
    condividerla. E che aveva con sé del vino. Non è meravigliosa la vita? Poiché stato scritto
    che colui che si lascia trasportare dalla corrente non arriverà dove vuole, ma certo arriverà
    dove serve che sia.”
    E poi, apparentemente soddisfatto di quella conclusione, tornò a dedicarsi alla zuppa.
    Sinda mangiò in silenzio per qualche momento. La zuppa aveva un sapore terroso che
    tuttavia non era spiacevole.
    Posò il cucchiaio e col suo unico braccio afferrò il collo dell’otre. “Vino?” chiese.
    Diushi la guardò con occhi che parevano quelli di una civetta, e annuì. “Volentieri, mia
    signora.”
    Lei stappò l’otre coi denti, e versò una buona misura di vino in due coppe di stagno
    ammaccate ma ancora utilizzabili.
    “Certo in Gurkani esistono artigiani–” cominciò Diushi.
    Lei gli diede un’occhiata, e tornò a tappare l’otre.
    Lui fece un gesto vago, verso il suo moncherino.
    “Esistono, e sono giustamente rinomati,” rispose lei. Il vino lavò via il sapore grossolano
    della zuppa. “E il mio braccio destro è un capolavoro di ingegno e maestria, e mi attende a
    casa, in una scatola di legno lucido, su un cuscino di velluto.”
    Lui le rivolse un’occhiata interrogativa.
    “È utile,” rispose lei. “Funzionale, e bellissimo. Un capolavoro. Lo odio.”
    Raccolse la tazza da dove l’aveva bilanciata sul ginocchio, e bevve ciò che restava del
    brodo. “Ho imparato a fare senza.”
    Lui si fece scorrere le dita fra la barba. “Alcuni sostengono che in questo risieda la vera
    saggezza,” disse.
    Lei fece una smorfia. “La vera saggezza consiste nel non farsi mozzare un braccio sul
    campo di battaglia.”
    Lui strabuzzò gli occhi. “Un braccio, o qualunque altra cosa, mia signora comandante.”
    Sinda si concesse una risata.
    “E dopo la Dimora delle Nevi, dove intendi andare?”
    Lui capovolse la ciotola, scrollando le ultime gocce di zuppa nel fuoco. Le fiamme
    crepitarono. “Gurkani è la terra delle diecimila divinità, e ogni divinità ha mille templi,” disse.
    “O così si dice nel Regno di Mezzo. Templi consacrati ad animali, a fiumi e foreste, e a
    creature che sono più che umane, e sono tre in uno, o chissà quale altra meraviglia. Non
    credo mi annoierò. E poi–”
    Tacque.
    Le fiamme si erano affievolite, e il vento era cessato.
    Da quanto?, si domandò Sinda.
    La conversazione l’aveva distratta. Ma ora tutto era immobile, e nel cielo la luna non aveva
    ancora levato il proprio capo oltre la cima delle montagne.
    Si scambiarono un’occhiata.
    Sinda si mise in piedi, e sguainò senza un suono la propria lama, mentre il suo compagno
    raccattava rapido una delle gambe spezzate di una sedia dalla pila della legna da ardere.
    “Cos’è?” le chiese, guardandola di sfuggita.
    Lei scosse il capo, e accennò alla grande porta rotonda che dava sulle stanze del primo
    piano della torre. Un cerchio di oscurità perfetta, come un occhio che li stesse fissando.
    Diushi scrutò nel buio, facendo una smorfia.
    “Che curioso–”
    Poi l’oscurità eruttò, urlando, e li investì come una nube nera e turbinante.
    [colpo di scena. Un buon momento per fare un’altra pausa. Però i due personaggi si stanno
    scaldando – non so a quante parole sono arrivato, ma diciamo che siamo appena entrati
    nella parte centrale della storia, ammesso che si voglia usare una struttura in tre atti. E ci
    sono ancora un paio d’ore buone per scrivere – ottimo
    Circa 2500 parole, di cui meno di un migliaio sono queste mie chiacchiere che poi
    taglieremo. Posso puntare a una storia di 4000/5000 parole – e poi vedere di queste quante
    verranno annientate dall’editor.
    Molto meno di un migliaio, diciamo circa 500 – bene
    Cinque minuti di pausa per sgranchire le gambe e la schiena]
    ***
    Con una smorfia, Diushi sollevò per un’ala la carcassa decapitata del pipistrello.
    “Nottole,” disse.
    Sinda annuì, e spostò con la punta dello stivale un altro paio di bestie uccise. La nube di
    pipistrelli aveva vorticato per due, tre giri attorno alla sommità della torre, e poi era calata
    strillando verso il fondovalle, in cerca dei piccoli insetti che pullulavano lungo il corso del
    fiume.
    “Certo non si aspettava di fare questa fine,” commentò il vagabondo, rigirandosi i resti fra le
    dita.
    “È il rischio che si corre a sorprendere una persona con una spada,” rispose Sinda.
    Lui rise. “Vedrò di ricordarmene.”
    Lei continuava a fissare l’apertura rotonda dalla quale si erano riversati i pipistrelli.
    “Mi domando cosa li abbia spaventati,” disse.
    Diushi scrollò le spalle. “Noi?”
    Lei non pareva convinta, e lui non aveva ancora lasciato cadere la gamba di legno spezzata.
    “Credete che qualcuno dei vecchi inquilini sia rimasto qui, intrappolato nella pietra e nella
    malta?” le chiese.
    “O forse un ospite che ci ha preceduti,” disse lei.
    Diushi si grattò il mento. “Forse proprio il misterioso shanhui che non si è degnato di farmi
    compagnia attraverso i passi e le forre della Dimora delle Nevi?”
    “Pensavo a un orso,” rispose lei. “O magari un gatto selvatico.”
    Un lungo gemito si levò nuovamente dalla torre, un lamento basso e cupo, come una voce
    che arrivasse da un pozzo profondo.
    Sinda e Diushi si guardarono, avvicinandosi appena l’uni all’altra.
    “È il vento,” disse lui.
    “Non c’è vento,” rispose lei. “Non un solo alito di vento.”
    Accenno alle bandiere di preghiera, che riposavano flosce sulle loro corde, nella luce pallida
    della luna appena levata.
    Il suono tornò a ripetersi. Più forte, più a lungo.
    Più vicino.
    “Non è un orso, che fa un verso del genere,” disse Diushi.
    “Né un gatto selvatico.”
    Con un movimento rapido, lui strappò via l’orlo della propria tunica, e lo avvolse con pochi
    movimenti precisi attorno all’estremità della gamba della sedia. Con una mano e coi denti,
    strinse un nodo e poi, “Vino,” disse, tendendo una mano.
    Lei gli avvicinò l’otre, spingendolo col piede.
    “Uno spreco,” disse lui, inzuppando lo straccio di vino. Poi lo cacciò nel fuoco, e quello
    esplose in una fiamma vivace, dai riflessi rossastri. “Per amore della filosofia,” disse lui.
    Bevve un sorso, e tappò l’otre.
    “Andate avanti, mia signora,” le disse. “Che la mia fiamma non vi abbagli.”
    Lei annuì, e si avvicinò con circospezione all’ingresso.
    ***
    Piastrelle spaccate, che suonavano come cocci sotto ai loro piedi, e dense ragnatele, come
    nubi sospese sotto al soffitto, che avvampavano al tocco della torcia. Odore di vecchio, di
    polvere, di sporcizia e di animali selvatici.
    Un concerto di scricchiolii, di gemiti, di schiocchi, come se la casa stessa, la torre, l’intera
    struttura, si stessero assestando, o fossero in procinto di sgranchirsi, come qualcuno che ha
    dormito a lungo, e improvvisamente si sveglia.
    Una scala conduceva ai piani superiori. Legno incurvato dagli anni, la balaustra sfondata,
    gradini che conducevano alla balconata superiore.
    Un paravento, la superficie abrasa, lo smalto e le dorature scomparse da tempo.
    Resti di tralicci e pareti divisorie, mobili sfasciati, sporcizia.
    “Qui è dove sono venuto a far legna,” dise Diushi, indicando una porta circolare alla loro
    destra, la stanza oltre ad essa un deposito di rottami.
    “Ci sono dei libri,” le disse. La sua voce era triste. “Le pagine mangiate dai topi,macchiate
    dalla muffa, abbandonati, fragili. Non me la sono sentita di usarli come esca.”
    Lei annuì, gli occhi che continuavano a muoversi, cercando di penetrare le ombre, cercando
    di cogliere un movimento furtivo.
    “È un crimine bruciare i libri,” disse lui, come se stesse parlando con se stesso. “Ma è
    altrettanto criminale lasciarli a marcire.”
    “È strano,” disse lei. Fece due passi avanti,e lui si affrettò a seguirla, la torcia tenuta in alto,
    le loro ombre che si allungavano verso l’interno dell’edificio, come dita d’inchiostro.
    “Strano?” le fece eco lui.
    “L’Ultima Casa è abbandonata da sempre,” disse. “E tuttavia nessuno l’ha mai
    saccheggiata.”
    Lui si grattò la barba. “Forse chi l’ha saccheggiata non aveva interesse per i libri. Di rado chi
    dedica la propria vita alla rapina ha tempo per leggere, o interesse per ciò che la lettura
    potrebbe–”
    Lei lo zittì con un sibilo.
    “Cosa?” sibilò lui di rimando.
    [aha… attimo di pausa, bisogna studiare la geografia dell’edificio, e aggiungere qualche
    dettaglio. E sì, poi ci sarà una parte “di menare” per la gioia degli adolescenti di tutte le età.
    Ma prima, bisogna che mi faccia un’idea di come è strutturata la casa.]
    Denti, artigli, braccia lunghe e scheletriche ed un volto in cui si spalancavano due occhi
    come pozzi e una bocca sfrangiata, ampia, senza labbra da cui proveniva un lungo solitario
    lamento gutturale.
    Si schiantò nel fianco di sinda, correndo a quattro zampe, brachiando

    (<— non so se questa
    sia una vera parola, ma suonava bene; lasciamola all’editor. C’è gente che ha fatto fortuna
    inventandosi parole fasulle)

    come una scimmia, strillando la propria furia. La buttò a terra, la
    travolse, la calpestò, le afferrò la gola con dita lunghe un cubito. Rovinarono assieme in un
    antico mobile di legno intarsiato, schiantandolo, e rotolarono sul pavimento lurido in una
    pioggia di cocci di porcellana.
    Sinda spinse indietro la creatura, col moncherino e con un ginocchio, cercando uno spazio
    sufficiente per manovrare la propria lama.
    Poi la torcia si schiantò sulla schiena dell’aggressore, eruttando scintille, e quello mollò la
    presa, e parve rotolare via, una sagoma ingobbita e pallida come il ventre di un pesce,
    coperta di una fitta chioma di peli neri e spessi, come vibrisse, come gli aculei di un istrice.
    Diushi sventolò la fiaccola a destra e a sinistra, mentre Sinda si aggrappava alla sua cintura
    e si rimetteva inpiedi.
    “Cosa diamine–?” ansimò il vagabondo.
    “Lo shanhui che eri tanto ansioso di incontrare?”
    Passi. Uno strisciare lento fra le ombre. Scricchiolii. Schegge di porcellana smosse sulle
    piastrelle del pavimento.
    “Dovrebbe essere verde,” disse Diushi. “Ed avere un volto umano.”
    Sinda si piegò in due, e diede un paio di conati a vuoto, per poi raddrizzarsi. Il suo turbante
    era rotolato chissà dove, e i capelli, bianchi come la neve, le ricadevano sulle spalle. La
    casacca era lacerata e incrostata di ragnatele e polvere.
    “L’alito–” disse, come spiegazione. “Pestilenziale.”
    Lui annuì.
    “Andiamocene,” le disse.
    “E lasciamo qui quella cosa?”
    “Credo sia qui da tempo,” disse lui. “E finora nessuno era stato così sciocco da venirla a
    svegliare.”
    Sinda scrollò il capo, e fece un cenno verso l’uscita. “Torneremo con la luce del sole,” disse.
    Diushi annuì.
    Con un ruggito e una ventata di polvere e ragnatele, la creatura lo spinse a terra.
    ***
    La donna-soldato aveva ragione, rifletté Diushi.
    L’alito di quella cosa era inesprimibile.
    La torcia perduta nello schianto, si impegnò a spingere con entrambe le mani contro il petto
    del mostro, tenendo i gomiti larghi per ostacolare le braccia che si protendevano verso si lui,
    le mani simili a radici che cercavano di artigliargli la gola. La bocca, simile a uno squarcio
    nella testa che pareva un sacco floscio di tela pallida, la bocca informe che cercava di calare
    sul suo viso, che lo inondava di quel miasma irrespirabile, la bocca che voleva farsi un solo
    boccone della sua testa, della sua esistenza, del suo cervello e di tutti i suoi pensieri.
    Spingi con le mani sul petto, si disse.
    Ignora la pelle fredda e umida e floscia, i seni appassiti sotto alle tue dita, il suono, liquido e
    orribile che fanno le interiora della cosa mentre spinge,e tira, e cerca disperatamente di
    arrivare a spalancare ancora un po’ di più quella bocca e —
    Sinda le spiccò la testa dal collo.
    Le ci vollero tre colpi, maneggiando la lama curva come se fosse un’accetta.
    Un suono sordo, come a colpire un pezzo di legno.
    Uno. Due.
    Al secondo colpo la testa simile a un cuscino lacero, la bocca spalancata, gli occhi come
    fori, si inclinò da una parte, attaccata solo a mezzo al collo, ed emise un guaito debole e
    patetico, stanco.
    Tre.
    Il cranio rotolò sul pavimento e il corpo perse ogni spinta, e Diushi lo spinse via, con un
    grugnito di disgusto.
    Si rimise in piedi, ansimando. Con una mano si spolverò il petto, dove la tunica era sporca di
    una polvere fine, simile a sabbia, che si era riversata dalla ferita della creatura.
    Cercando di prendere fiato, diede un colpo di tosse e la zuppa ribollì nel suo stomaco e
    cercò di sfuggirgli. Strabuzzò gli occhi.
    “Andiamocene,” disse di nuovo.
    Sinda annuì. “Sì, andiamocene.”
    Altri rumori venivano dai piani superiori.
    Uno scalpiccio ed un coro di ciangottii spiacevoli, il suono di oggetti trascinati sul pavimento,
    un’occasionale latrato.
    Diushi raccolse la torcia da dove era caduta.
    La fiamma bruciava ancora, nonostante gli fosse parso che un tempo interminabile fosse
    trascorso, mentre lui spingeva con le mani contro quel corpo osceno.
    La agitò appena, e la fiamma torno a bruciare vivace.
    Si affrettarono verso l’uscita, reggendosi l’uno all’altra, aiutandosi.
    Passando davanti alla porta circolare di quella che era stata la biblioteca, Diushi gettò la
    torcia, e poi affrettò il passo, e non avrebbe saputo dire se fosse lui a trascinare fuori la
    donna con un braccio solo, o se fosse Sinda,a spingerlo avanti.
    Incespicarono nel cortile, senza voltarsi indietro, e fuori attraverso la porta, oltre i due
    battenti schiantati che pendevano dai cardini sfiniti, fino a dove il cavallo della donna con un
    braccio solo attendeva, paziente.
    Li salutò scrollando la testa ed emettendo un nitrito basso, come un saluto sussurrato.
    Lei infilò la spada nel fodero e si tirò in sella, aggrappandosi al pomo con la sinistra, il piede
    nella staffa.
    Poi gli tese una mano.
    Diushi le afferrò il polso, e lei lo tirò su.
    Lui si sistemò dietro di lei, e poi precipitarono verso il fondovalle, gli zoccoli del cavallo che
    appena toccavano il lastrico della strada, lasciandosi alle spalle l’Ultima Casa.
    Che ardeva come una torcia.
    E urlava.
    [e qui potrei anche chiuderla, e dare una sistemata generica prima di passare la palla a
    Germano.
    Grazie a tutti per l’attenzione e la compagnia.]
    [4225 parole – che diventeranno 4500 ora che rivedo il testo, e poi probabilmente
    diventeranno molte di meno sotto alla lama affilata dell’editor. Non male, anche se me lo
    dico da solo, per due ore e mezza di lavoro]

    Versione non editata.
    P.S.
    Si ma che storia c'era dietro quella casa/torre?
    Chiudere così attira le maledizioni dei lettori cos… un accennuccio…

    • Grazie, ma come dicevo, ho tutto salvato, e appena possibile metterò mano alla revisione per avere il testo definitivo.
      Si è trattato di un semplice atto di teppismo, il genere di gesto cattivo e stupido di un adolescente con dei grossi problemi, che dà fuoco a un gatto per attirare l’attenzione.
      Marco è un povero coglione, se non si fosse capito.

  2. Mi è capitato a volte di perdere testi anche molto lunghi per le più svariate ragioni ed è una cosa molto(!) “irritante” così, nel dubbio, mi sembrava giusto mandare una copia.

    • Grazie davvero.
      Ma come dice un antico proverbio egizio risalente credo alla sesta dinastia, esistono slo due tipi di persone: quelli che fanno il backup dei dati e quelli che perdono i dati 😉
      E poi c’è Marco, ma credo di avervi già detto cosa penso di lui…

  3. Be’, se questa è una prima stesura, complimenti davvero. Tanto, tanto mestiere, tante espressioni semplicemente perfette, a mio modo di vedere e dialoghi molto brillanti. Insomma ti detesto cordialmente.
    Mi sono chiesto quale sia il tuo metodo di lavoro con l’editor. Gli consegni la tua prima stesura e lasci che lui sgrossi il testo tagliano e ricomponendo liberamente o gli affidi la seconda o terza o quarta riscrittura sperando di lasciarlo a bocca asciutta?
    Personalmente consegno testi che ho riscritto o quanto meno riletto ed editato personalmente il più possibile (se non ho una fretta d’inferno). Non mi avvalgo di un editor personale, più che altro la casa editrice ha consegnato i miei manoscritti a professionisti che poi mi hanno proposto le loro migliorie, devo dire quasi sempre azzeccatissime. Se pongo domande troppo invadenti, libero di sfancularmi graziosamente, dopotutto sto ficcanasando nel tuo lavoro.
    Grazie

    • Diciamo che in condizioni normali, tendo a passare all’editor “la definitiva”, dopo averle dato io un paio di passate al testo.
      Di rado giro all’editor una prima stesura ancora calda.
      Ma in questo caso, si trattava di una cosa diversa, per provare a vedere cosa succede.
      E ho finora avuto la fortuna di lavorare con degli editor eccellenti, dai quali si mpara sempre qualcosa, e che hanno sempre contribuito a migliorare il mio lavoro.

  4. Fortunatamente viviamo in un periodo in cui in certi servizi e programmi mantengono tutte le stesure di un documento…
    Non è stato per niente carino, cercare di sabotare il vostro lavoro… meno male che hai pescato anche The Finger XD

  5. Ma dimmi te!
    Non ho potuto seguire l’esperimento in diretta, purtroppo, ma meglio così: di manifestazioni della stupidità umana ne vedo già fin troppe.

  6. Mi sono già espresso su Karavansara, ma avere il dettaglio del nome è un plus interessante. Che dire, le patologie mentali si stanno manifestando con allarmante frequenza e a questo tizio dev’essere arrivato il bonus dell’album completo.

    • Ma probabilmente si sta pavoneggiando coi suoi cultisti per quanto è stato furbetto e paraculo, o per come abbia “rimesso al loro posto” noi poveri barboni.
      Perché per i suoi cultisti è certamente un eroe.

  7. A me dispiace molto che la mia diretta sia andata perduta. Davide ha aperto il file in buona fede, proprio per mostrare il lavoro che avevo fatto. Non potevamo davvero immaginare questa reazione degna di un bambino della scuola dell’infanzia.
    Ma tant’è…
    Io vorrei riprovarci il prima possibile, dopo aver trovato il sistema per ovviare a queste intromissioni infantili.
    Grazie a tutti quelli che hanno assistito.

  8. A me dispiace molto di non aver potuto vedere gli interventi di Germano, come abbia potuto migliorare un testo già buono. Sono tornata che c’era il cartello finale. E ho solo assistito per un po’ quando faceva le correzioni e non si vedevano. Credevo continuasse a leggere e prendesse appunti a parte. Se no vi avvisavo. (Però infondo che c’era qualcosa che non andava l’avevo avvertito).

    Mentre ho assistito a tutta la stesura del testo, e devo fare i miei complimenti a Davide, ci vuole ingegno, resistenza fisica, e nervi saldi. Lo stress che si genera quando si deve scrivere a comando è molto forte (da schermo nero) e non è piacevole. Avrai scritto di meglio, al “critico” può davvero non essere piaciuto il racconto, ma non si fa così, si esprime il proprio parere civilmente, in altra sede. Così è come andare a una festa e pisciare nei cocktail dei partecipanti.

    Ho investito anche io del mio tempo per questa “impresa” e mi sono sentita delusa e amareggiata come voi.

  9. Cosa mi sono perso!
    Mi sono collegato verso le 18 e poi verso le 21 ma alle 23, aiutato da una amorevole emicrania, ero già a letto.
    È bello vedere che ci sono sempre persone pronte a… vabbé non trovo la parola giusta
    ^___^

  10. Questo Marco ha fatto una bella figura di merda. Mi auguro che in risposta tu ti sia fatto una bella risata davanti a tale geGno del male.

    Mi raccomando mai farsi scoraggiare da questi episodi 😀

    • Le cose che scoraggiano sono altre.
      Per ciò che riguarda la scrittura in pubblico e gli esperimenti di editing in diretta con Germano, stiamo già organizzando i prossimi esperimenti.
      Insieme con altri progetti.
      Perché chi si ferma è perduto.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

This site uses Akismet to reduce spam. Learn how your comment data is processed.