strategie evolutive

ciò che non ci uccide ci lascia storpi e sanguinanti

Una storia di scrivere

14 commenti

Riprendiamo i lavori dopo il Pinerole.
It’s a new dawn, come disse a suo tempo Grace Slick.
E potrei dilungarmi su quanto sia stato divertente incontrare i Selvaggi aPinerolo, e la partita a Hope & Glory, e lo yeti, e la minaccia dei misteriosi Unkara, e quanto è spettacolare la versione cartacea del mio gioco.
Ma ci sono cose che, se non più urgenti, sono per me più immediatamente interessanti.
Immagino abbiate sentito tutti di Catriona Lally.

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Se non avete saputo, facciamo un breve riassunto e ci ragioniamo su.

Catriona Lally ha trentanove anni ed una laurea in inglese al Trinity College di Dublino. Ha insegnato inglese per un anno in Giappone subito dopo la laurea, e poi ha fatto una quantità di lavori strani, incluso un periodo come copywriter, per poi restare senza lavoro nel 2011.
Dopo circa un anno trova un impiego facendo data entry e intanto scrive un romanzo – ispirato all’anno trascorso a girare per le strade di Dublino in cerca di un cartello che dicesse “cercasi personale”1.
Il romanzo partecipa a un concorso durante la Irish Writers Centre Novel Fair del 2014, il cui premio è una giornata a tu per tu con editori e agenti per fare il pitch del proprio romanzo2.
Catriona vince, e si trova un agente.
Il suo romanzo, Eggshells, esce nel 2015.
La Lally intanto ha perso nuovamente il lavoro, e trova un nuovo impiego come custode e donna delle pulizie al Trinity College di Dublino.

È di questi giorni la notizia che Eggshells, di Catriona Lally, ha vinto il Rooney Prize for Literature, uno dei più prestigiosi premi letterari in Irlanda.
Che viene assegnato, grazie a un lascito del Rooney del titolo, a cura del Trinity College di Dublino.

E la Lally, che al Trinity ci lavora di notte e lava i pavimenti, riceve la notizia e non sa esattamente cosa sia un “Rooney”.
È un premio letterario.
Sono 10.000 euro.
E lei, che comincia ad essere assediata da giornalisti per intervistarla, spiega che li userà per pagare le bollette, per le cure mediche per la figlia, e per una nuova cisterna per l’acqua sul tetto di casa.

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Ora, ci sono due aspetti di questa faccenda che mi interessano, anzi, tre, e mi sono dilungato sulla biografia professionale dell’autrice (non ho letto il suo libro, ma mi piacerebbe leggerlo, e dopo vi spiego il motivo) perché credo sia importante guardare ai dettagli.

“Donna delle pulizie vince premio letterario” è stato il tono generale dei titoli dei giornali.
Il che è stupido e riduttivo e a mio parere poco rispettoso dell’autrice, ed è quella che il mio amico Hell chiama la storia del cesso – una fiction studiata per vendere il personaggio.

Catriona Lally, che dalle sue molte interviste emerge come una persona pragmatica, brillante, coi piedi molto ben piantati per terra, ha avuto un ventaglio di esperienze molto ampio. Ha studiato. Ha viaggiato. Ha fatto un sacco di lavori.
Stando al suo profilo su Twitter (chiuso dal 2016), le piacciono

Le mappe, i libri, i cani carlini, il sorbetto e le astronavi.

Appiattirla a “quella che fa le pulizie nel college dove ha studiato” è certamente utile per creare il caso letterario, per venderci un reboot della vecchia storia dello scrittore che soffre e fa una vitaccia ma poi, Bang! arriva il successo (Mr King, Miss Rowling, un inchino per il pubblico, grazie), ma è sostanzialmente sterile.

Però piace questa storia.
Piace, forse, perché molti invidiano chi è in grado di creare storie, e allora sapere che per arrivarci ha sputato sangue è una specie di truce consolazione.
E al contempo crea una figura eroica.
Nonostante…

Il Guardian (che una volta non era così), non manca di fare un pezzo su tutti quei bravi scrittori che fanno un mestiere “normale” nonostante (?) l’infilata di premi e gli scaffali carichi di bestseller.
E forse è vero, quando hai una mezza dozzina di titoli che vendono e un paio di premi nazionali, magari sarebbe bello poterci vivere di quei libri, dello scrivere.
Ma attenzione, Stephen King i soldi veri li ha fatti coi diritti dei film, non coi romanzi. Quindi forse è normale avere un lavoro normale, no?

Però ormai il motore è quello – non si vende il libro, si vende l’autore.
E non si vende l’autore per ciò che è – e che magari è pure interessante – ma per assecondare il desiderio di mitologia di un pubblico che poi forse i libri non li compra, o se li compra poi non li legge.

Ma volete mettere, fare un lavoro umile e ciononostante saper scrivere abbastanza bene da pubblicare, e vendere, e vincere premi?

E tuttavia fare le pulizie – o inserire dati in un PC, o scavare fossi – non è qualcosa di strano, esotico o diverso.
Se Catriona Lally avesse pubblicato il suo libro e avesse vinto il premio mentre insegnava in Giappone, o mentre faceva la copywriter a New York, avrebbe fatto altrettanto scalpore?
Non credo.
Anzi.
Facile scrivere cose Wow! quando vivi in Giappone (Mr David Mitchell, un passo avanti, grazie) o se sei un esperto di comunicazione (Mr Lee Child? Mr Lee Child è desiderato il banco informazioni…)

Eggshells_rev-200x300Mi è molto simpatica Catriona Lally, e voglio leggere il suo libro perché nelle sue interviste ha dimostrato umorismo, intelligenza e il mio genere di spirito. E ha delle idee che condivido sulla scrittura, e sul lavoro, e sul tirare avanti. E poi le piacciono mappe, astronavi, sorbetti e libri. Sui cani carlini possiamo discuterne.

Perciò il punto è questo – mi dispiace molto che i media ne stiano facendo uno stereotipo, la classica storia della povera anima che arriva al successo nonostante ciò che fa per vivere.
Catriona Lally è arrivata al successo perché è in gamba e perché ha avuto un percorso che ha fatto di lei ciò che è.
Poi OK, ora lava i pavimenti al Trinity.
È un lavoro, ha la stessa dignità di qualunque altro lavoro, e avere un lavoro è importante…

“È molto difficile scrivere se sei emotivamente svuotato dopo il lavoro o hai un lavoro che temi. So che fare le puliziè è una visione dell’inferno per alcune persone, ma per me funziona. Le bollete vanno pagate e fino a quando una somma a sei cifre non arriva a bussare alla tua porta, tutti hanno bisogno di un lavoro.”

Che si debba prendere una storia estremamente interessante e semplificarla e standardizzarla solo per cercare di renderla fantastica, perché l’originale è troppo complicato da spiegare al pubblico… triste, non trovate?


  1. che bello vivere in un posto dove mettono ancora fuori i cartelli per cercare personale! Io mi ricordo che a Torino succedeva ancora, verso la metà degli anni ’80. Poi arrivò Adecco. C’è ancora Adecco? Hanno un mio curriculum dal 1995, mi pare, e non mi hanno mai fatto sapere nulla… 
  2. pratica molto comune nel mondo anglosassone, quella di premiare l’inedito non con la pubblicazione (un editore che pubblica un buon romanzo non è un premio, è un editore che fa il suo mestiere), ma con l’opportunità di un contatto privilegiato con una quantità di editori e agenti e vedere chi fa l’offerta migliore. 

Autore: Davide Mana

Paleontologist. By day, researcher, teacher and ecological statistics guru. By night, pulp fantasy author-publisher, translator and blogger. In the spare time, Orientalist Anonymous, guerilla cook.

14 thoughts on “Una storia di scrivere

  1. Probabilmente è grasso che cola che non l’abbiano etichettata come mammina graziosa e decorativa (secondo me ha un bel sorriso, sembra una donna acqua e sapone).
    Qui in Italia, avrebbero gridato allo scandalo: laureata nel posto dove lava le scale, vince un premio gestito dal posto in cui lava le scale. K4$ta!

    È incredibile come, ancora oggi, la storia di Cenerentola piaccia tanto… ok, la matrigna è stata quell’insieme di coincidenze sfortunate che l’hanno portata a perdere il lavoro per cui ha studiato, ma ci siamo capiti.

    Non so come scriva, ma se parliamo della scrittrice, spero che sia abbastanza capace e fortunata da avere un buon successo e che riesca a vendere il suo lavoro senza essere obbligata a vendere se stessa e diventare l’ennesimo personaggio.

    • Nella prima intervista che ha rilasciato, ha detto che continuerà a lavare i pavimenti mentre scrive il secondo romanzo, e intanto le è venuta un’idea per il terzo.
      Come dicevo, è il mio genere di persona.
      La storia di Cenerentola piace perché ci fornisce una speranza e un alibi allo stesso tempo, credo.
      E sì, sull’accusa di collusione, fosse successo qui da noi, ci ho pensato anch’io… siamo brutte persone (e per niente patriottici).

      • Non mi fido del patriottismo, si dovrebbe cercare il bene per tutte le nazioni, non solo per la propria 😉

        Riguardo al pensiero ingeneroso che abbiamo avuto verso l’Italia… è la verità, la forma mentis di molti è stata orientata da vagonate di scandali a cercare “relazioni pericolose”, diciamo, e a pensare male quando la distanza tra chi premia e chi viene premiato non supera una certa distanza…

  2. Tra l’altro, diceva anche Rothfuss, un lavoro manuale con orari ragionevoli non è una cattiva opzione per chi vuole fare un tentativo serio con la scrittura. Si può scrivere con pochi soldi, non si può scrivere se il proprio lavoro richiede tutte le energie mentali e occupa 13 ore al giorno, indipendentemente da quanto renda.
    (avrei il link a una sua intervista utile a tutti gli aspiranti, ma mi sembra di ricordare che i link nei commenti ti diano problemi. Lo si trova googlando “Rothfuss Fanmail Q & A: Advice For New Writers” comunque).

    • Grazie per il riferimento – Google è nostro amico.
      E il discorso di Rothfuss è perfettamenteragionevole.
      Per questo, tra l’altro, esiste una cosa come Patreon – perché chi vuole creare storie (o qualunque altra cosa) a tempo pieno abbia un introito fisso che gli tolga di dosso l’ansia di non arrivare a fine mese.

  3. Durante la Grande Depressione andavano via come il pane le storie “gattino salvato dalle acque del torrente in piena”, “hobos vince alla lotteria e sbanca”, “giovane coppia di sposi compra la casa dei suoi sogni”. Sono le notizie che vendono nei tempi di crisi, il sogno, l’illusione. A posto di arrabbiarsi come istrici che una donna che ha studiato, si è fatta un fondo tanto, intelligente, spiritosa, con talento etc… faccia così fatica a ritagliarsi il suo pezzo di mondo, si festeggia. Ci si illude “ehi, può succedere anche a me!”. Quando col cavolo. come sottolinei tu, bisogna essere lei, con le sue difficoltà superate lottando con le unghie e coi denti, senza mai lasciarsi andare, con la forza di non deprimersi, la volontà ferrea di scrivere anche quando tutto le è contro. Credo i giornali vendano questo pacchetto regalo, ma lei è troppo intelligente, sta facendo emergere sè, tanto che tu hai scritto questo articolo e l’hai fatta conoscere ai tuoi lettori. Forza Catriona!

    • Ma non è solo in tempi di crisi, quando si parla di scrittura.
      Gli scrittori di successo vengono sempre da situazioni “disperate”, per lo meno per una certa stampa. Lo stereotipo dell’artista che soffre vende sempre.

  4. Lo scrittore maledetto, in miseria, ex criminale, lo scrittore che ha mollato tutto e cambiato vita, quello che svolgeva lavori umili e di colpo è stato pubblicato dalle riviste più prestigiose (Thom Jones, che ricorda tanto il caso in esame), lo scrittore eremita, l’autore ombroso che non lascia mai la sua cittadina, l’ex comico che scrive thriller… gli editori adorano gli autori “notiziabili”, tali da sfondare la contraerea degli uffici stampa. Anche perché, come noto, ai media dei libri importa meno di zero. I giornalisti vogliono storie che mandino in sollucchero i lettori più distratti. E’ la stampa, bellezza, una stampa sempre più miserabile.

  5. E’ una vecchia storia, lo abbiamo visto succedere anche in Italia, e ne parlammo all’epoca di quell’orribile talent show sulla scrittura andato in onda su RAitre.
    Questa cosa del “pitch” del romanzo è interessante, ma sappiamo che in Italia si preferisce sfruttare le belle speranze di poveri autori con metodi ai limiti della truffa piuttosto che valorizzarli e dare loro una vera opportunità.
    Cambiando argomento, ti devo dire che di cartelli cercasi personale se ne vedono ancora, nei paesi e nelle piccole città poco o niente ma se fai un giro per Torino li trovi abbastanza facilmente. Le agenzie di lavoro interinale come Adecco vivono ora un periodo infelice, visti nuovi regolamenti che tendono a incentivare i contratti di tipo apprendistato e cose simili per far lavorare i giovani (e lasciare nella merda me), escludendole dal circuito. Comunque esistono e resistono, almeno nella mia zona.

    • Mi fa piacere scoprire che i cartelli ci sono ancora.
      Qui in Astigianistan, ahimé, cercano solo braccianti stagionali, solo per la stagione della vendemmia, meglio se ricattabili, per lavorare dodici ore al giorno pagati sei.
      Ma è bello sapere che esistono ancora posti in cui c’è la civiltà.

  6. Bella storia. Non c’è speranza che sia tradotta in italiano, temo…. Comunque tifo per lei.

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