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Hope & Glory: l’Orso e il Leone

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Si parlava del setting di Hope & Glory (c’è un crowdfunding in corso, per l’edizione italiana, partecipate numerosi) e qualcuno ha descritto come “guerra fredda” la situazione fra il Raj Anglo-Indiano e l’Impero Russo, legando questo assetto politico al fatto che il gioco si svolge negli anni ‘60 del 20° secolo.

Il che è una bella osservazione, però… no.
O non esattamente, o non proprio… è complicato: la relazione che lega l’India alla Russia in Hope & Glory è ancora e sempre quella del Grande Gioco. Che è un argomento divertente, e quindi… perché non darci un’occhiata?

Il Grande Gioco comincia, ufficialmente, il 12 Gennaio 1830, nel momento in cui il Consiglio d’Amministrazione indiano, nella figura di Lord Ellenborough, richiede al Governatore Generale dell’India, Lord William Bentnick, di stabilire delle relazioni diplomatiche e aprire una via di comunicazione con l’Emirato di Bukhara.
Dall’altra parte delle montagne, oltre i passi dell’Afhanistan, oltre la Frontiera del Nordovest. In Asia Centrale, una vasta estensione di terre che lo Zar ha sempre considerato, di default, come di sua proprietà, per lo meno dal 1500.

E sì, sembra una cosa presa da Hope & Glory – la presidenza di un’azienda, la East India Company, che richiede al governo una serie di azioni politiche al fine di avere un vantaggio commerciale, per aprire nuovi mercati.
Ma è storia. Accadde davvero.
E ai russi non piacque per niente.

Il termine “Grande Gioco” per descrivere le relazioni fra Russia e Impero Britannico viene coniato, apparentemente, dal capitano Arthur Conolly, avventuriero, esploratore, scrittore e ufficiale nella cavalleria della Compagnia delle Indie, nonché responsabile dello spionaggio per la Compagnia. Era il 1840, e Conolly descriveva in una lettera la situazione politica a Henry Creswicke Rawlinson, agente della Compagnia a Kandahar (e considerato oggi il padre dell’Assirologia, ma quella è, come si suol dire, un’altra storia).
È Rawlinson il primo a osservare come la Russia sia interessata ad espandersi e occupare Khokand, Bokhara e Khiva, come primo passo per prendere poi la Persia e l’Afghanistan, e da ultimo conquistare l’India.

In realtà l’idea di invadere l’India l’aveva già avuta Napoleone, che aveva proposto una forza d’invasione Franco-Russa, e nel 1801 i russi ci avevano anche provato, senza successo. Per cui Rawlinson non era un paranoico.
E se date un’occhiata alla mappa, noterete che Khokand, Bokhara e Khiva sono, in effetti, in Uzbekistan, che sarebbe una ex Repubblica Sovietica: i russi se le presero per davvero.

Gli occhi della Russia, nell’800, sono puntati sull’India nonsolo per le risorse e le ricchezze del subcontinente, ma soprattutto per i porti sull’Oceano Indiano. La Russia ha infatti a disposizione, in questo momento, solo dei porti stagionali, bloccati per sei mesi all’anno dai ghiacci. È male per gli affari, quando si è nel business delle superpotenze.

Eccoci, proprio come prima, a ringhiarci l’un l’altro, odiandoci l’un l’altro, ma senza desiderare la guerra.

Lord Palmerston (1835)

In Hope & Glory è diverso. L’Impero dello Zar è una distesa ghiacciata in cui pascolano i mammuth, e ciò che rimane della corte dello Zar vive in palazzi isolati, alimentata (in tutti i sensi) dal lavoro dei servi della gleba in vasti complessi sotterranei.
La cultura e la tecnologia hanno preso una strada completamente diversa da quella del Raj, per cui possiamo parlare davvero di scontro di civiltà.
L’India, col suo clima mite e la sua ricchezza, appare come un boccone particolarmente appetibile per lo Zar – e naturalmente una campagna militare giustificherebbe l’esistenza degli ordini militari russi, che dai tempi di Napoleone non affrontano una vera battaglia, e cercano una legittimazione.
I porti sono secondari – a cosa servono iporti quando gli oceani sono impraticabili, e comunque esistono le navi volanti?

Il Grande Gioco viene giocato da spie – è Rudyard Kipling, in Kim, il primo a usare questa espressione in letteratura, nel 1901. Kipling figura pesantemente fra le fonti di Hope & Glory, e ammettiamolo, non sono molti i giochi di ruolo là fuori che possano vantare un Premio Nobel in bibliografia.

Ed è interessante notare come i quattro autori non fantastici che maggiormente influenzano Hope & Glory – Kipling, John Masters, John MacDonald Fraser e M.M. Kaye – si siano tutti occupati del Grande Gioco nelle proprie storie.
Non si può parlare del Raj senza parlare del Grande Gioco.

La Russia e l’Impero Britannico – l’Orso e il Leone – si affrontano a distanza, nei vasti territori dei khanati dell’Asia Centrale – come nel famoso monologo dell’acino d’uvetta in Quiller Memorandum (questo sì, un thriller della Guerra Fredda), gli agenti delle due potenze devono spingersi nella terra di nessuno fra i due schieramenti, in modo da vedere cosa sta facendo l’avversario, e segnalarlo alla propria parte.
Si tratta di trovare alleanze, aizzare le popolazioni locali contro l’avversario, compilare mappe e studiare il territorio.

Il Grande Gioco entra nel linguaggio accademico il 10 novembre 1926. In quegli stessi anni, Talbot Mundy, un inglese trapiantato negli Stati Uniti, sta pubblicando le storie di JimGrim, valke a dire James Schuyler Grim, un americano al servizio degli inglesi nel Grande Gioco. Personaggio ispirato in parte a Lawrence d’Arabia, e fra gli antenati nobili di Indiana Jones e diJames Bond, che figura proiminentemente fra le ispirazioni per Hope & Glory.
E Mundy – che un Premio Nobel non lo ha mai vinto – con il suo interesseper le filosofie e le religioni orientali, il suo background teosofico e il suo amore per l’avventura, è forse il singolo autore che ha maggiormente influenzato lo sviluppo del setting. I Nove Sconosciuti (ampiamente citati nel Manuale del Master), sono farina del suo sacco.

Come andò a finire?
È stato osservato come la Guerra Fredda sia una estensione del Grande Gioco, con gli Stati Uniti contrapposti all’Unione Sovietica, nei ruoli che furono dell’Impero Britannico e della Russia zarista. Ciò che cambia non è tanto la scacchiera – che diventa più ampia – quanto le regole e gli obbiettivi del gioco. Non si tratta più di controllare gli stati dell’Asia Centrale per arrivare all’India, quanto di spingere quanto più possibile la diffusione di un certo sistema di pensiero.
La Guerra Fredda è quindi un gioco diverso, che viene messo sul tavolo per due giocatori diversi, dopo che il Grande Gioco è sostanzialmente finito in patta, e i vecchi giocatori si sono ritirati, e sono morti.
O, nel caso di Hope & Glory, si sono trasformati e trasfigurati, ma ancora si ringhiano l’un l’altro, come diceva Palmerston.

NOTA A MARGINE PER IL CLUB DEI LETTORI
Il miglior libro su piazza riguardo al Grande Gioco è, ovviamente, The Great Game, di Peter Hopkirk, che esiste anche in italiano: si intitola Il Grande Gioco, I servizi segreti in Asia Centrale (e anche questo fa parte della bibliografia di Hope & Glory), e lo pubblica Adelphy, sia in cartaceo che in ebook. Che ne direste di farne il secondo o terzo titolo del nostro club? Pensateci su… seguirà comunicazione ufficiale.

Autore: Davide Mana

Paleontologist. By day, researcher, teacher and ecological statistics guru. By night, pulp fantasy author-publisher, translator and blogger. In the spare time, Orientalist Anonymous, guerilla cook.

2 thoughts on “Hope & Glory: l’Orso e il Leone

  1. trovato e cominciato, promette molto bene anche se va molto distante dalle mie solite letture, che di rado contemplano libri di storia. non so se avrò modo di finirlo in tempo, né qualcosa di intelligente da dire una volta finito, ma è un bello stimolo.

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