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Book Club: Mitologia degli Alberi

11 commenti

Lo avete letto?
Io l’ho letto, malamente, a spizzichi e bocconi, fra una botta d’insonnia, i malanni di stagione, il freddo, le festilenze. È stato interessante, istruttivo, talvolta faticoso, e un inizio non proprio leggero per l’idea del book club. Ma ora, eccoci qui.
Che si fa?
Poiché qui è ancora tutto molto sperimentale, io comincerei col dire la mia, di seguito, e poi vilascerei la palla nei commenti. E vediamo cosa ne viene fuori.

Ci sono tre aspetti che mi va di mettere in lista per Mitologia degli Alberi. Lo farò non in un ordine preciso, ma così, come viene.

Aspetto numero uno: le divinità degli altri.

Ricordo, un annetto addietro, quando un’amica celebrò con gioia e tripudio, sul suo profilo Facebook, la meravigliosa notiza secondo la quale un sacco di islandesi starebbero tornando al culto degli Aesir.
Era davvero il caso di gioire, le domandai.
Mi rispose di sì, perché significava un ritorno alle radici norrene al posto di quell’orrore della fede giudico-cristiana – il ritorno ad una fede in sintonia con la natura e bl abla bla.
Premesso che quando sento usare l’aggettivo “norreno” io comincio ad arretrare lentamente verso la porta, le immagini evocate da Brosse nei primi capitoli del libro, di cadaveri impiccati in sacrificio a Odino mi ha confermato nella convinzione che un sacco dei fautori del ritorno al culto scandinavo Odino, Thor e compagnia danzante li abbiano conosciuti solo nei fumetti Marvel – o peggio ancora, nei film, al grido di “Loki è un gran figo!”

Lasciandoci alle spalle il caso specifico, il libro di Brosse è un ottimo promemoria dicome le religioni degli altri non siano gli spettacolini folk che di solito ci immaginiamo. Sono complesse, strane, e spesso molto molto brutali.

Aspetto numero due: worldbuilding

Dal punto di vista di una persona che scrive – anche – di mondi e di popoli immaginari, ill ibro di Brosse fornisce un quadro abbastanza interessante di come un aspetto importante di, per dire, un mondo fantasy, debba essere costruito. Ancora una volta, è la complessità del sistema mitologico e religioso che emerge dal libro ad essere sorprendente. Per l’utente occasionale, i miti sono qualcosa di molto ben categorizzato: ci sono il dio della guerra, il signore delle tempeste, la dea dell’amore, ciascuno ha la sua giurisdizione, i suoi attributi, la sua personale agenda.

La realtà è un po’ più complicata, ed è per questo che è la realtà – ci sono sovrapposizioni, contaminazioni e stratificazioni. E qui uno sarebbe quasi tentato a sostenere che alla fine Tolkien ci aveva visto giusto, ma io preferisco pensare alle mitologie intricate di Tanith Lee o ai folklori sovrapposti e compenetrati di Charles de Lint. O al modo in cui Gene Wolfe trasfigura l’immaginario cristiano (e anche nel Ciclo del Nuovo Sole c’è un elemento vegetale importante).

Insomma, c’è da prendere nota per quando si scrive, per non scivolare in unimmaginario alla Dungeons & Dragons, con tutto bello incasellato e – ahimé – finto.

Aspetto numero tre: una cosa da niente

Ciò che è spettacolare, per quel che mi riguarda, arrivati alla fine del libro, è come prendendo una cosa da niente – un albero – sia possibile costruire questa vastissima ragnatela di interconnessioni e confronti. Perché davvero, se invece dell’albero Brosse avesse considerato un altro oggetto – la coppa, la spada – un animale o un colore, avrebbe potuto costruire una rete altrettanto colossale di connessioni.
E sela varietà delle esperienze umane è meravigliosa, l’unità che le sottende lo è altrettanto.

E mi ha fatto venire inmente due altri libri, diversissimi, che essendo questo un book club mipareil caso di segnalare qui – uno è Connections, di James Burke, che percorre la storia della scienza mostrando come ciò che siamo qui ed ora sia il frutto di una concatenazione di idee spesso assolutamente selvatica; l’altro è Prateria, di William Least Heat Moon, che è lo studio approfondito ed ossessivo, l’osservazione microscopica di un territorio, a dimostrare che anche nel posto più sperduto e anonimo, se si ha la costanza di rivoltare i sassi, si trovano delle storie, e delle connessioni.
Scopro su Amazon che entrambi i libri sono fuori catalogo, esauritissimi o molto costosi a trovarli – ma c’è il documentario di Burke, fatto dalla BBC negli anni ’80, e vale ogni centesimo ed ogni minuto speso a guardarlo, per cui ve l’ho linkato. Prateria cercatelo in biblioteca o sulle bancarelle, e non lasciatevi spaventare.

Ed ora la palla è a voi. Idee? Commenti?
Scrivete qui sotto se avete voglia.
Al prossimo giro, proviamo a mettere in lista due romanzi – visto che due saggi in coda ci sono già.

Autore: Davide Mana

Paleontologist. By day, researcher, teacher and ecological statistics guru. By night, pulp fantasy author-publisher, translator and blogger. In the spare time, Orientalist Anonymous, guerilla cook.

11 thoughts on “Book Club: Mitologia degli Alberi

  1. Riguardo al ritorno del culto degli Aesir, ricordo una notizia simile sul ritorno del culto degli dei olimpici in Grecia, ma non ho mai verificato. Personalmente, ritengo che chi voglia adorare Zeus o Thor, o altri, non starà ad aspettare il benestare di un governo , al massimo, la cosa cambierà in quei posti che offrono sovvenzioni alle chiese che rispettino certi criteri 😛
    Comunque, speriamo ne venga fuori qualcosa di soft. Pensa se venisse reintrodotto il culto di Vesta in versione classica: la vestale fa spegnere il fuoco e… pena capitale, se ricordo bene!

    Sugli dei incasellati, ognuno con la propria provincia… sì, a tenere troppo rigida la suddivisione vien fuori un divino molto burocratizzato, che può essere divertente in certe storie, ma che ha pochi appigli col mito reale: le divinità di molte regioni non si facevano problemi a sconfinare ove servisse – a parte Apollo, che preferiva tirar giù dei locali e impadronirsi delle loro aree di competenza. C’erano poi i doppioni e i diversi aspetti e appellativi degli dei, almeno nel mondo classico (e nell’induismo si va pure oltre).

    Riguardo alle connessioni, è una riflessione interessante, che suggerisce anche come il centro di un’indagine, un vero e proprio punto di vista, non sia mai un centro assoluto.
    Sull’idea di studiare i fatti di una cultura attorno a un oggetto e, la volta dopo, a un altro, si potrebbe costruire una carriera da saggista, preparazione permettendo. Forse sarebbe una carriera povera di denaro, almeno qui in Italia…

    • Temo che la carriera di saggista in Italia – come tante altre – sia povera a prescindere.

      Quanto al ritorno degli antichi dei, certo nessuno può impedirlo – ma immagino la sorpresa di un neofita che si aspetta un vecchio barbuto come Gandalf, e invece si trova un dio della guerra e della tempesta che pretende sacrifici umani, meglio se impiccati…
      Hmmm… potrebbe venirne fuori una buona storia.

      • Ecco, la storia di Gandalf e Odino la troverei sicuramente più interessante dei tentativi di attualizzazione di antichi culti. Ci metterei anche in mezzo uno stralcio di critica sociale: Gandalf e Odino si incontrano da un barbiere hipster perchè vogliono una di quelle barbe-bonsai che vanno di moda ora. Sarebbe splendida.

        (In realtà Odino è stato reso piuttosto contemporaneo in American Gods, giusto per dirne uno: queste vecchie religioni in chiave pop non sono proprio una novità.)

        (A breve aggiungo anche qualche commento al libro)

  2. cercando il documentario di praterie sul tubo ho visto che William Least Heat Moon assomiglia ad Antonio Razzi… Coincidenze?

  3. Premetto con colpevolezza che non l’ho ancora finito (me ne manca un terzo) in quanto mi sono distratta con altre letture (la storia della mia vita) ma porrò rimedio in questi giorni. Inizio con un paio di brevi contro-commenti alle cose da te scritte

    1. Da atea faccio sempre un po’ fatica a fare le graduatorie delle religioni e a constatare come alcune siano “migliori” rispetto delle altre. Ma poi migliori in che senso? Sono più folkloristiche? sono più carine? Sono più “tipiche”? sono più in sintonia con la natura? Mi pare che questa necessità di mettere sempre le cose in graduatoria (“Al primo posto i norreni perché hanno du palle grosse così! Al secondo posto Loki perché l’attore è sexy! Al terzo posto i celti perché i disegnini sono carucci! Al quarto posto i maori perché Moana è piaciuto ai mie nipotini!”) sia veramente una forma di superficialità incresciosa. Forse sarebbe più utile interrogarsi in termini di complessità, proprio come il libro di Brosse ci incita a fare.

    2. Devo dire che l’incredibile dedalo di rimandi intrighi casini e sovrapposizioni è l’aspetto che ogni volta mi colpisce maggiormente. Perché anche mettendo insieme i rimandi di anni di studi universitari (e non solo) si finisce per smarrirsi. Questo libro mi ha fatto venire voglia di riprendere in mano Jung e sviscerare meglio l’annosa questione degli archetipi.

    3. Su questo aspetto mi sento di consigliare (ma non includo link che sennò mi prendi a righellate sulle dita) tutti i libri di Pastoreau sui colori. Meritano molto, in termini di “cose da poco” che hanno sotto cose non da poco.

    (segue in un altro commento in quanto erhm ho scritto troppo e non ci sta tutto qui… :D)

  4. Ora aggiungo un paio di considerazioni indipendenti, in ordine sparso.

    1. Una prima cosa sul libro: era da tempo che non leggevo saggi con questo taglio e confermo che la cosa è stata piuttosto faticosa. Quello che io ho trovato più pesante è l’affastellarsi di miti e storie che si accumulano gli uni sugli altri fino a impastarsi completamente insieme. Spesso mi sono trovata a perdere il filo, a leggere con in testa la perplessità “ma quindi qual è il punto? dove vogliamo andare a parare?”. Spesso ogni cosa sembra il simbolo di ogni altra cosa e del suo contrario e si fa un po’ fatica a distinguere il leit motiv, finché finalmente non arriva l’autore a tirare le fila del discorso… ma questo avviene dopo decine di pagine di cui si finisce per accusare il peso. La traduzione non aiutava di certo, in questo senso. (Questa non è un critica, quanto una personalissima impressione da persona non avvezza a questo stile di lettura)

    2. (che forse rimanda direttamente al tuo secondo punto, sul worldbuilding, non so) Quello che mi ha maggiormente colpito in realtà è un aspetto molto più “immediato” e “semplice”: l’incredibile contraccolpo visiva offerta da molti dei miti raccontati. I cadaveri appesi ai tronchi sono forte, ma anche le rappresentazioni dei boschi presso cui medita il Buddha, delle querce con tronchi larghi 15 metri etc. Da “addetto ai lavori” a te intriga la costruzione che ci sta sotto e lo capisco. Da appassionata di immagini (in ogni forma) a me intriga da morire l’immagine in sé… e questo libro ne offre di veramente incredibili. Molto del merito va senza dubbio agli alberi in sé, che sono robette visivamente di enorme impatto, ma i simboli che si portano dietro sono spesso altrettanto grandiosi e assolutamente memorabili.

    3. Un altro aspetto che mi ha interessato molto (ma credo perché va a incastrarsi con un tema che per me è centrale) è quello legato alla contrapposizione fra maschile e femminile. Più si sprofonda nell’antichità, più la tematica di genere diventa complessa e affascinante. Tendiamo a credere sia un tema super contemporaneo, quando invece va avanti da sempre e anzi, forse un tempo era ancora più controverso di ora. Il patriarcato non è che lo stiamo mettendo in discussione solo noi, insomma… è in discussione da prima che esistesse.

    4. Assolutamente affascinante come, man mano che si prosegue la letture (soprattutto dal capito su Dioniso in poi) si tende a perdere una chiara concezione della storia come “progresso” e si va più in direzione di un continuo affiorare (o ri-affiorare) di temi che esistono da sempre e di credenze e mitologie che erano superficialmente estinte ma poi finiscono per ricomparire. Insomma, anche questa cosa del recuperarci i norreni non è che ce la siamo proprio inventata noi.

    Dopo questo libro, la paura e la voglia di approfondire Levi Strauss.
    Ok, prima finisco questo.

    Scusate per la verbosità.

    • Non c’è bisogno di scusarsi – grazie per le osservazioni.

      Aggiungo un po’ di cose a caso qui ir risposta/relazione alle tue.
      Concordo sullaponderosità di certi passaggi – e al contempo mi dico che se esiste un libro del quale vorrei una versione illustrata, è questo.

      Sulla graduatoria delle religioni e dei sistemi di credenze, ciascuno, immagino, ha i propri amici immaginari preferiti. Io credo ci sia molto folklore spurio e molta confusione. Moda. Rigetto di ciò che viene percepito come “mainstream”.
      Sto leggendo un divertente romanzo in cui a un sedicente pagano chiedono cosa significhi il paganesimo, e lui parte a parlare del Partito dei Verdi… 😀

      E sul recupero ricorrente, forse è inevitabile – di solito se si è insoddisfatti del presente, se non si guarda al futuro, si guarda al passato.

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