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ciò che non ci uccide ci lascia storpi e sanguinanti

L’Incubo di Hill House

18 commenti

La colpa è naturalmente della mia amica Lucia, con la quale condivido una sorta di venerazione per Shirley Jackson, per il romanzo The Haunting of Hill House, e per il film del 1963 diretto da Robert Wise. È stata Lucia che la notte passata mi ha indirizzato sulla pagina di Amazon dell’edizione italiana del romanzo, per farmi vedere le recensionoi a una stella lasciate da alcuni lettori. Cose del tipo…

Un libro dimenticato da tutti per ovvi motivi, torna in auge a causa della campagna pubblicitaria per la serie. Mi sono avvicinato a questo librucolo dopo aver letto miriadi di recensioni positive, dopo aver letto che fosse il libro cardine del genere.
Un’opera brutta, con una storia insulsa, condita con personaggi senza carattere, privi di carisma, forzati, che non hanno nessun motivo di rimanere in quella casa, ma lo fanno fino alla stupida fine.
Dalla prima pagina si spera che accada qualcosa, che appaia uno spirito, ma niente, Hill House è piuttosto un posto di villeggiatura per la famiglia. Sconsigliato. Leggete altro.

Recensione Amazon

Vogliamo parlarne? Parliamone…
Vi avviso, sarà una cosa lunga e non eccessivamente piacevole.

Il recensore citato qui sopra si spara in un piede alla prima riga, sostenendo che i lromanzo della Jackson fosse “dimenticato da tutti”, quando negli ultimi sessant’anni non c’è stata classifica, compilata da rivista letteraria o da giornalaccio di genere, dal New Yorker a Fangoria, in cui Hill House non sia citato, di solito fra i cinque romanzi dell’orrore più importanti del secolo. Dice Wikipedia…

Stephen King, in his book Danse Macabre (1981), a non-fiction review of the horror genre, lists The Haunting of Hill House as one of the finest horror novels of the late 20th century and provides a lengthy review. According to The Wall Street Journal, the book is “now widely regarded as the greatest haunted-house story ever written.” In his review column for The Magazine of Fantasy & Science Fiction, Damon Knight selected the novel as one of the 10 best genre books of 1959, declaring it “in a class by itself.”

Wikipedia (enfasi mia)

Ma alla fine chi sono ‘sto King e ‘sto Knight?
“Tutti” se lo erano dimenticati, ‘sto libro.
Ed è abbastanza evidente che il recensore qui sopra si aspettava i babau e i jump scare, magari qualche cadavere incrostato di larve e della polvere della tomba, un po’ di azione.
Invece ha letto L’Incubo di Hill House e non ha capito niente. Si può consolare col fatto di non essere l’unico.

Per me è semplicemente un libro brutto. Personaggi inverosimili e grotteschi, fine assurda, nessuna spiegazione o approfondimento. Non lo consiglio

Recensione Amazon

Letto velocemente mi aspettavo qualcosa di più. Rimasta con molti dubbi. Peccato. Comunque da rileggere sicuramente. Libro molto psicologico con un finale un po’ scialbo.

Recensione Amazon

E ora voi mi direte, beh, hanno pagato il biglietto all’ingresso, hanno il diritto di espirmere la loro opinione, per quanto asinina possa essere. Non è mica scritto che possa piacere a tutti, no? E sulle lapidarie recensioni di tre righe potrei anche starci – c’è chi definisce il romanzo della Jackson un noir, chi lo definisce un rom,anzetto rosa.

Il vero problema sono i recensori che tentano di articolare un discorso – quelli che ce la spiegano, insomma, e che sono agghiaccianti nella loro prosopopea.

Non sono mai incline a dare una brutta valutazione ad un libro solo perché non mi piace la storia, dal momento che quantomeno apprezzo le lacrime e il sudore che ci mettono gli autori per realizzarlo. Qui però l’autrice dubito abbia messo né lacrime né sudore, siccome il risultato è un libro assolutamente vuoto a livello sia di trama che di caratterizzazione dei personaggi.
Ammetto di averlo acquistato mossa dal fatto che la serie tv di Netflix mi ha conquistata. Bene, qui si tratta COMPLETAMENTE di un’altra storia. Se cercate il libro da cui è stata presa l’ispirazione per la serie tv di modo da poter approfondire la caratterizzazione dei personaggi, della casa, etc… non fa al caso vostro, ne rimarrete delusi (soprattutto considerando che i personaggi parlano e pensano come dei bambini viziati di cinque anni).
Se invece non avete visto la serie tv e cercate un libro che parla di fantasmi, entità paranormali e case stregate… beh, trovo che neanche in questo caso faccia al caso vostro, dal momento che se ne parla poco. Ciò di cui si parla parecchio sono le interazioni assurde tra i personaggi come il mettersi lo smalto o l’inventarsi storie sulle proprie origini (dato che non si conoscono tra loro).
Il finale poi… brevissimo e senza una spiegazione.
Mi spiace davvero dare una sola stella e stroncare così questo libro perché, ripeto, ognuno mette fatica nel proprio lavoro… e capisco benissimo quella che un autore mette nello scrivere un libro, ma qui proprio non ci siamo, a mio gusto.

Recensione Amazon

La Jackson, capirete, non ci ha messo né lacrime né sudore – che è poi quello che tutti i bravi autori fanno. Sarà vero?
Certo aveva fatto i compiti a casa, la Jackson…

The author decided to write “a ghost story” after reading about a group of nineteenth century “psychic researchers” who studied a house and somberly reported their supposedly scientific findings to the Society for Psychic Research. What Jackson discovered in their “dry reports was not the story of a haunted house, it was the story of several earnest, I believe misguided, certainly determined people, with their differing motivations and background.” Excited by the prospect of creating her own haunted house and the characters to explore it, she launched into research.] She later claimed to have found a picture of a California house she believed was suitably haunted-looking in a magazine. She asked her mother, who lived in California, to help find information about the dwelling. According to Jackson, her mother identified the house as one the author’s own great-great-grandfather, an architect who had designed some of San Francisco’s oldest buildings, had built. Jackson also read volume upon volume of traditional ghost stories while preparing to write her own, “No one can get into a novel about a haunted house without hitting the subject of reality head-on; either I have to believe in ghosts, which I do, or I have to write another kind of novel altogether.”

Paula Guran

Ma naturalmente la serie Netflix è tutta un’altra cosa.
Lì sì che il sudore e le lacrime trasudano dallo schermo.

Ma non vorrei che questo post si riducesse ad una di quelle cose in cui si prendono una mezza dozzina di recensioni di un classico immortale scritte da individui obniubilati e li si mette alla gogna.
Facciamo un ragionamento un po’ più articolato.

La fine è frettolosa e c’è poco paranormale…mi aspettavo uno svolgimento più accurato, anche nella descrizione dei personaggi, o nella descrizione della casa. Risulta tutto approssimativo

Recensione Amazon

Avevo alte aspettative su questo racconto, un po’ per la venerazione di Stephen King per la Jackson, un po’ per le recensioni entusiaste, un po’ per la trama (una storia di fantasmi e di case stregate intriga sempre) e un po’ perché, avendo visto prima il film “Presenze”, ridicolo negli effetti speciali ma interessante nella storia, speravo che il libro lo superasse di gran lunga. Invece libro e film sono uguali solo nell’ambientazione (a grandi linee) e nei nomi dei personaggi, poi raccontano due storie diverse, col film che nell’intreccio (ma non nella resa su pellicola) supera di gran lunga il testo.
Ripeto, parere mio ma ho trovato la storia prevedibile, noiosa, priva di azione e colpi di scena, priva di suspence, nemmeno un brividino sulla schiena… L’ambientazione, ovvero Hill House stessa e i suoi confini esterni (dalle grandi potenzialità), solo accennata e non in grado di insinuarsi nella mente del lettore come la vera protagonista del romanzo. I personaggi, insulsi e antipatici, scialbi e miseri nella loro pochezza, sono caratterizzati appena, e anche loro non sono in grado di trascinare il lettore nella storia. Sembrano buttati lì a caso, come questo racconto chiuso troppo in fretta. Per i miei gusti: sconsigliato. Non leggerò un altro libro dell’autrice. Metto 1 stella solo per l’idea, purtroppo mal sviluppata.
P.s. Io l’ho trovato in libreria a 9 euro scontato, su Amazon non era mai disponibile.

Recensione Amazon

Rileggendo le varie recensioni qui sopra, che vi ho inflitto nella loro versione integrale, emergono una serie di difetti percepiti del romanzo della Jackson

  • personaggi antipatici, insulsi o dalle motivazioni oscure
  • finale affrettato
  • poco horror, poco paranormale, niente spettri o stregonerie
  • nessuna spiegazione/poche descrizioni
  • niente azione

che disegnano abbastanza chiaramente qual’è il prototipo del romanzo horror secondo le aspettative di questa fetta del pubblico.

Nel romanzo horror comme-il-faut, dei personaggi simpatici e “relatable” (coi quali cioè il lettore può identificarsi facilmente), con un background approfondito e delle motivazioni chiare ed esplicite (diciamo un bel capitolo flashback per ciascuno), decidono di visitare una casa infestata la cui infestazione ci viene presentata in maniera chiara e diretta (magari con un altro bel capitolo flashback, o due, o tre).
La geografia della casa infestata ci viene descritta con precisione chirurgica degna di un agente immobiliare pagato a provvigioni, in modo che noi mai e poi mai ci si possa perdere al suo interno (metterci una mappa a inizio volume non sarebbe male).
L’infestazione si palesa fin da subito, prima con piccoli eventi insoliti, brividi gelidi e strani rumori/odori/colori/sapori, e poi con un crescendo di orripilanze sfuse: diciamo un paio di incubi, un paio di vagabondaggi nei corridoi della magione. Poi le presenze, che devono esserci, spostare i mobili, lacerare la carta da parati, magari un bel cadavere sbrindellato che salta fuori dalla doccia (la doccia funziona sempre, col suo sottotesto junghiano di acqua, incertezza, transizione). E poi un bel mostro. Un clown, ad esempio – tutti hanno paura dei clown – o una dama velata, o un coso lovecraftiano con degli orifizi nei posti più improbabili, o un terribile vecchio. A questo punto parte l’azione, che deve essere incessante, e impegnare i protagonisti nella seconda parte del romanzo, quando ad uno ad uno, mentre galonfano per la casa maledetta in cerca di una via di fuga, vengono accoppati (qui ci mettiamo un’ascia, che va con tutto, o delle punte metalliche, delle lame, delle cose). Finché i due sopravvissuti (un uomo e una donna, possibilmente, per fare un po’ di ship tease) scoprono le cause, i motivi e i modi dell’infestazione, ci fanno un bello spiegone in forma di dialogo (lui spiega a lei, perché è così che va il mondo), e poi risolvono il caso – di solito dando fuoco alla casa.
Il bene trionfa.
Poi ci mettiamo una postilla con un doppio finale, che se tira ci scriviamo il sequel.

È un modello standard, un template, il romanzo horror standard n° 3 – ne abbiamo visti a decine, a centinaia. Ne abbiamo letti a decine, a centinaia. È facile, è rassicurante. È come salire sul trenino dell’ottovolante – sappiamo che ci saranno delle giravolte da levarci il fiato, ma sappiamo anche che ce le possiamo aspettare, e che alla fine tutto andrà bene perché è un ottovolante, non è la realtà. Non dobbiamo neanche sospendere l’incredulità – possiamo guardare al romanzo come ad unesercizio nel mettere tutti i pezzi previsti nel posto giusto.
L’autore ci riesce? Allora è bravo.
L’autore scarta dal binario? È un incapace, il libro è brutto.
E lo potete vedere nelle recensioni lunghe, quelle che ci spiegano dove ha sbagliato Shirley Jackson. Questi non sono lettori, sono periti settori.
Hanno un modello, devono adattare l’esperienza di lettura al modello.

E badate, il romanzo horror standard n° 3 in sé non è affatto il Male – romanzi eccellenti sono stati scritti su questa traccia (beh, OK, magari non così estrema), così come porcherie immonde sono state pubblicate che seguono il modello alla lettera. In generale non è un brutto modello. È solo trito, banale, prevedibile, Hollywoodiano nel senso più deteriore del termine. Soprattutto – peccato mortale in una storia dell’orrore – è rassicurante.
Ma in mano a un buon autore – chessò, a Peter Straub – può dare dei risultati ottimi. Qui è dove entra in gioco la scrittura, lo stile, la mano dell’autore. La sua capacità di sovvertire le aspettatiove, di andare contropelo al lettore, di sbilanciarlo, disorientarlo, colpirlo a tradimento, e alla fine dargli non ciò che si aspettava, ma ciò che voleva – l’orrore.

Il vero, grosso, terrificante problema sorge quando il template del romanzo horror standard n° 3 diventa l’unico possibile, l’unico concepibile, l’unico accetabile. E tutto ciò che non vi si conforma, è brutto, inutile, insulso, privo di spiegazioni. Guai cercare di spingere il lettore a lavorare di suo, a trovare la propria spiegazione, a decifrare gli indizi.
I personaggi sono antipatici (Dio, sì! Non c’è un personaggio in Hill House che non sia odioso – salvo solo Theo per simpatia personale – ed è giusto così). Non c’è azione! Non c’è paranormale (davvero?)

Eleanor stood perfectly still and looked at the door. She did not quite know what to do, although she believed that she was thinking coherently and was not unusually frightened, not more frightened, certainly, than she had believed in her worst dreams she could be. The cold troubled her even more than the sounds; even Theodora’s warm robe was useless against the icy little curls of fingers on her back. The intelligent thing to do, perhaps, was to walk over and open the door; that, perhaps, would belong with the doctor’s views of pure scientific inquiry. Eleanor knew that, even if her feet would take her as far as the door, her hand would not lift to the door-knob; impartially, remotely, she told herself that no one’s hand would touch that knob; it’s not the work hands were made for, she told herself. She had been rocking a little, each crash against the door pushing her a little backward, and now she was still because the noise was fading. ‘I’m going to complain to the janitor about the radiators,’ Theodora said from behind her. ‘Is it stopping?’
‘No,’ Eleanor said, sick. ‘No.’
It had found them. 

Shirley Jackson, The Haunting of Hill House

E poi finisce, così, con quella frase che sembra quella con cui inizia, e che se uno non stesse leggendo “in fretta” forse potrebbe innescare delle idee, dei ragionamenti.

Lucia ed io ce lo aspettavamo, naturalmente. Quando venne annunciata la serie su Netflix io dissi a lei (o lei a me, non ricordo, su certe cose siamo ormai intercambiabili) “ecco, ora qualche anima semplice che ha sempre solo guardato Scooby Doo verrà a spiegarci che la serie è meglio del libro”.
E la risposta era stata “sì, ci diranno che la Jackson non sa scrivere.”


E badate, a me piace Scooby Doo, ci sono cresciuto.
Però l’impressione è che il pubblico – o una parte del pubblico – sia stata a tal punto ingozzata di omogeneizzati, da non riuscire più a mettersi in relazione con un piatto di tagliatelle.
È tristissimo.

Autore: Davide Mana

Paleontologist. By day, researcher, teacher and ecological statistics guru. By night, pulp fantasy author-publisher, translator and blogger. In the spare time, Orientalist Anonymous, guerilla cook.

18 thoughts on “L’Incubo di Hill House

  1. io trovo invece che la Jackson abbia scritto un horror riuscito, ma che riguarda il genere psicologico e non quello standard (leggi tipico film hollywoodiano).

    • Certamente – Hill House è un horror psicologico, e lavora in maniera molto sottile sulla psicologia deoi personaggi (per tutto il tempo siamo nella testa della protagonista, e non è un bel posto in cui stare).

  2. Non hanno letto e/o visto niente.
    Come tu sai, a me la serie televisiva è piaciuta, anzi credo sia un piccolo capolavoro, ma proprio perché modifica la struttura del romanzo senza cadere nella formula.
    Essendo però un prodotto del 2019 concede molto più spazio agli spaventi canonici rispetto al romanzo e al film del ’63 (anche se il film ha uno dei jump scares ante litteram più spaventosi di sempre).
    Il problema di questi lettori è che vogliono essere rassicurati, vogliono leggere solo ciò che già conoscono e, appena si esce dai loro ristrettissimi campi di conoscenza, si ritrovano spaesati e non danno la colpa alla loro scarsa cultura, danno la colpa al libro.
    È il libro a essere cattivo, è il libro che non li ha blanditi a sufficienza, è il libro che non è andato secondo le loro aspettative.
    mai che dubitino che le loro aspettative siano, a voler essere gentili, un po’ limitate.

    • Loro hanno sempre ragione.
      Anche quando fannpo il commentino scemo sul fatto che gli effettoi speciali del film del 1963 non siano granché.
      Niente prospettiva storica, niente contestualizzazione, zero flessibilità.
      Ma una ferma convinzione nella propria infallibiklità.
      Il poco che conoscono è il termine ultimo di paragone per il resto dell’universo – che è poi iltratto basilòare degli ignoranti.

  3. Non una questione di jump scares e c o di “ignoranza” perché non lo si è “capito”, (si dice sempre così di chi non capisce l'”arte” giusto?), la questione è che ha delle parti descrittive notevoli davvero, ma in generale è un romanzo che non decolla mai veramente, Hill House non fa minimamente paura, nonostante il suo background e la sua caratterizzazione, (sicuramente migliore di quella dei suoi scialbi protagonisti). Non succede mai nulla di davvero interessante, il tutto ristagna in lungaggini senza senso e senza un vero significato e poi bum ti esplode in faccia con quel finale che ha davvero il sentore di “buttiamolo lì”. Io direi che più che parlare di una casa infestata, si parli della malattia mentale ed dell’omosessualità repressa della protagonista. Io l’ho letto ben prima del serial, che, per inciso, ho trovato pessimo, dunque non per curiosità post serie. Sinceramente trovo più compiuti Shining e Burnt Offering, seppur riconosca siano assolutamente debitori nei confronti di questo libro e l loro prosa non possiede la capacità di “dire le cose senza urlare” come dice King della Jackson.
    Sono comunque contento di averlo in libreria, perché ritengo sia un libro cardine del genere, avendo quantomeno il pregio di aver buttato nuove fondamenta ad un genere abusato nella letteratura settecentesca e ottocentesca.
    L’apice del genere resta e resterà sempre “Il giro di vite” di James, a mio modesto parere.

  4. Primo volume della serie “Il libro del nuovo sole”, presenta degli spunti intriganti ma presta anche molto il fianco al passare del tempo. (…) I lati negativi però, dovuti al passare del tempo, sono bene o male gli stessi che avevo riscontrato nei libri di Zelazny: romanzi brevi, in cui si crea molta attesa ma succede poco; ambientazione molto più interessante della trama in sé. A cui si può aggiungere una visione femminile molto particolare, un passaggio in particolare in cui Severian riflette su Agia fa rizzare i peli delle braccia. Non so se sia dovuto al fatto che è stato scritto nel 1980 o se sia una cosa voluta per ricreare una certa atmosfera e un certo sentire comune, ma mi ha lasciato parecchio perplesso.
    TANABRUS

    Il libro inizia in maniera promettente ma si perde per strada. Lo scrittore fa a mio parere perdere il filo sia utilizzando termini relativi al mondo che sta creando e di cui non da nessuna spiegazione, sia procedendo a narrare gli eventi un po’ a salti ed in maniera nebulosa. Leggerò tutta la saga ma non sono entusiasmato.
    LOREFEBA

    Sfortunatamente il primo libro del Ciclo del Nuovo Sole, risulta estremamente prolisso rispetto a quanto poi effettivamente narrato, inoltre l’impostazione narrativa notevolmente “Felliniana” non aiuta, così come non aiuta l’utilizzo di molteplici termini e definizioni inventate dall’autore di cui si da per scontato la loro conoscenza (es: unità di misure, oggetti, nomi di piante, animali etc.).

    Capiamoci, il racconto di per se è interessante, ma si ha sempre quel senso di “inconcludente” e sfortunatamente le cose non migliorano con la lettura del 2′ volume che ho abbandonato a circa il 45% di lettura.
    THE GAMERS

    Boh?
    E’ infatti la confusione che regna sovrana in questo romanzo!! .. la cosa che spesso mi ha fatto storcere il naso è che lo scrittore si concentra troppo su aspetti che non c’entrano assolutamente nulla con la trama!, tralasciando poi invece caratteri che dovrebbero essere più importanti come la crescita stessa del protagonista!, ci sono salti temporali che non ti fanno percepire il passare del tempo, quindi anche il cambiamento emotivo del Torturatore(Serverian) … ultima nota che non è negativa, ma boh (?) , è L’amore! … Severian non pensa ad altro per il corso della storia!! .. si perde anche qui in concetti filosofici-amorosi troppo esagerati e difficili! ..
    Concludo affermando perciò che non è proprio un fantasy alla Licia Troisi,
    CRISTIANO

    Non so’ se sia errata la traduzione di certe parti,o addirittura per un motivo editoriale o personale dell’autore siano state tralasciate diverse cose….
    Definire questo libro “confusionario”mi sembra il termine adatto…difatti,l’autore tralascia moltissimi punti chiave che fanno perdere il filo concreto della storia..
    esempio lampante sono le minime descrizioni dei personaggi,quasi del tutto inesistenti,per non parlare dei loro dialoghi…sono veramente un guazzabuglio…incoerenze, continui passaggi di argomenti senza un”ché”di filo logico..per non parlare delle blande descrizioni dei luoghi,rapportato a termini assurdi”che solo nella mente dell’autore possono trovare significato” portano il lettore a riflettere sul perché continuare a leggere!!!
    D3NIS

      • Ho speso una decina di minuti per fare qualche altra ricerca. Altri autori noti per essere difficili e che richiedono un certo impegno da parte dei lettori non se la passano meglio; M. John Harrison ne esce malissimo.
        Ma anche le recensioni a cinque stelle a Wolfe dimostrano pecche.
        Una delle critiche mosse più comuni è che Wolfe inventa i termini. Troppe persone hanno menzionato la cosa, a tal punto dal farmi chiedere se l’edizione Fanucci oltre a usare quelle orride copertine avesse tagliato dal testo le postille. No, ci sono.
        Questo però smuove ulteriormente un altro pensiero, qualcosa di peggio che si spinge oltre al nutrirsi di soli omogeneizzati. Questo significa semplicemente ignorare il testo. Wolfe è cattivo e disorienta i lettori? D’accordo, ma ignorare totalmente una scritta in stampatello che reca “NOTA SULLA TRADUZIONE” e che riporta nella sua prima frase “avrei potuto risparmiare parecchie fatiche ricorrendo a termini inventati, ma non l’ho fatto”. No, questo è diabolico.

        • Ma loro vogliono leggere il romanzo, mica le note. Che poi che è, li interrogano, dopo?
          No, loro sono lì per la storia.
          E quella dei termini inventati nel Nuovo Sole è la classica trappola per giustiziare gli sciocchi 😀

  5. A voler essere buoni, per dare un minimo appiglio a chi scrive certe recensioni, si potrebbe ricordare che la traduzione del libro è abbastanza datata (non apro il capitolo editoriale in merito, non posso mettermi a vomitare). Siamo comunque dalle parti della ventosa offerta a chi sta scivolando su una lastra di vetro ben saponata.
    Sì, tutti hanno diritto di recensire quello che acquistano. Sì, non tutti possono rendersi conto dei propri limiti. Sì, se non hai mai mangiato un piatto da gourmet potresti non “capirlo”.
    In compenso, scaricare opinioni scarsamente informate non fa che fotografare per i posteriori la scarsa competenza nel merito. L’aggravante della spocchia temo non aiuti.
    Capisco che i classici moderni possano risultare più ostici di altri libri fatti in serie secondo le formule più gradite al mercato. E capisco anche che provare a fare un passo più in là, in sentieri evidentemente poco battuti, sia equivalente ad uscire dalla propria comfort zone.
    Quello che non riesco a capire è perché non ci si possa limitare a scrivere “peccato, non mi è piaciuto” o simili.

  6. Il giochino delle recensioni di Amazon (ma perchè no anche di Anobii) è sempre divertente (e magari pure io ogni tanto ho scritto qualche castroneria).
    Va detto che rimane per me un’esercizio inutile pensare di assimilare libro e film/serie tv, sono due concetti completamente diversi e non assimilabili (e non comprendo chi lo fa).

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