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I guardiani del canone

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Avete mai l’impressione che manchi qualcosa? Come quando c’è una parola che proprio non vi viene, ce l’avete sulla punta della lingua ma no, niente, e vi viene il dubbio che siano i primi sintomi dell’Alzheimer? Per me è statocosì nelle ultime settimane, dopo aver letto alcune interessanti discussioni su scrittura, pubblicazione, marketing, e alcune ipotesi abbastanza discutibili sul rapporto tra qualità della scrittura, narrativa di genere e intento autorale. C’era qualcoisa che mancava, in tutta la discussione, ma cosa?
L’illuminazione è venuta nelle prime ore di questo 15 Febbraio 2019, e così ho pensato di mettere giù io qualche idea. Non posso garantire che questo sarà un post coerente – il discorso è piuttostocomplicato.
Posso garantirvi però che sarà lungo. Consideratevi avvisati.

Il ventunesimo secolo ha visto una rivoluzione, un vero e proprio paradign shift, nel campo della narrativa di intrattenimento. E in questo post cercherò di restare a fuoco su narrativa e scrittura, ma non sarà facile, e probabilmente non ci riuscirò, perché lo shift è quello che ha spostato il centro della produzione culturale dall’opera alla property. I motivi dello shift sono molteplici, ed abbastanza complessi da lasciare una certa ambiguità riguardo a quali siano le cause e quali siano gli effetti. Servirebbe un discorso lungo e approfondito, magari lo faremo un’altra volta. La complessità della faccenda è anche il motivo per cui uso property e non proprietà intellettuale, perché sono due termini che sembrano uguali ma non lo sono, e si compenetrano in maniera non-euclidea. Ma andiamo avanti (e sì, ci saranno un sacco di termini in inglese, in questo post – fatemi causa).

L’opera è una cosa abbastanza semplice e chiara, per lo meno in prima battuta – Il Signore degli Anelli è l’opera di J.R.R. Tolkien; è un romanzo in tre parti con un certo numero di parole e di pagine, che ha una certa trama, un certo gruppo di personaggi, delle noiose poesie in elfico e una bella mappa. L’ha scritto Tolkien, è suo, gli appartiene, e per sua concessione lo ha pubblicato Allen & Unwin. Bello liscio.

La property The Lord of the Rings, d’altra parte, è una cosa molto più articolata, che include dei film, presto una serie televisiva, dei giochi, dei gadget e quant’altro. Johnny Tolkien ha certamente avuto una parte importante nel generare le idee di partenza, ma la property è stata sviluppata da una quantità di altri artisti nessuno dei quali, di fatto, può affermare di possedere gli aspetti creativi della property.

Ora, questa non è di per sé una cosa nuovissima – possiamo citare Sherlock Holmes, Tarzan o Conan come esempi di properties del secolo scorso. Ciò che tuttavia è cambiato nel ventunesimo secolo è il modo in cui la property viene intesa e amministrata (forse perché ora detentore dei diritti, editore e produttore coincidono). E questo è il punto interessante, o uno dei punti interessanti – un’opera si crea, una property si amministra.

Sia nel caso di Tarzan che nel caso di Holmes la property è stata amministrata dagli eredi di Burroughs e Conan Doyle, i quali hanno agito in maniera alquanto conservativa, concedendo licenze per adattamenti e intentando causa verso coloro che in qualche modo minacciavano l’integrità dell’opera – si veda ad esempio la causa intentata dagli eredi di Burroughs a John Derek per il suo risibile Tarzan l’Uomo Scimmia. Gli eredi di Conan Doyle hanno difeso strenuamente l’integrità del “canone” per quasi un secolo.

Per Conan il Barbaro la situazione era diversa – Howard non lasciò eredi, e le sue faccende vennero amministrate da Glen Lord, e poi da Lyon Sprague de Camp, che fu molto meno protettivo rispetto agli eredi di Burroughs e Conan Doyle nel gestire la property – scrisse e autorizzò apocrifi, concesse i diritti per adattamenti a fumetti e film e quant’altro. In effetti, Conan rappresenta in embrione quelle che saranno le property del ventunesimo secolo – e si potrebbe discutere lungo di quanto Sprague de Camp, ma anche Frank Frazetta, Roy Thomas e John Milius (per fare i primi tre nomi che mi vengono in mente) siano compartecipi dell’opera, siano co-responsabili del “canone”.

Perché la property per sua natura si dilata e si espande a partire dal nucleo centrale, incorporando contributi creativi di artisti che non sono gli originatori dell’opera di partenza. Star Trek, per fare un esempio, ha un canone che non si limita al concept originario di Gene Roddenberry, ma incorpora elementi aggiunti nel corso dei decenni da decine di autori – e d’altra parte è ovvio: era una serie TV, aveva una quantità di autori che lavoravano alle sceneggiature.

Oggi, in effetti, per le serie TV, si è venuta a creare la figura dello showrunner, che non è l’autore nel senso classico, ma piuttosto quello che coordina e supervede il pool di creativi che sviluppano il prodotto finito. È diverso da un produttore o da un produttore esecutivo perché ha un diverso input sullo sviluppo delle singole storie, è – diciamo così – sbilanciato sul lato creativo roispetto al lato produttivo.

Il poster del film tratto dal libro, con due personaggi che nel libro non ci sono

Tutto questo (lungo!) discorso ci porta ad una situazione per cui, ad un certo livello, l’autore è un elemento quasi marginale della property – è un fornitore di contenuti, può essere rimpiazzato. Persino l’opera originale può venire riscritta – e se Sprague de Camp viene ancora oggi bruciato in effigie dai fanz imbufaliti perché ha osato riscrivere i sacri testi di Howard, Peter Jackson ha aggiunto un 75% di testo in più ne Lo Hobbit, con tanto di storiella d’amore elfa/nano, e non mi risulta ci siano state rivolte nelle strade. I tolkienoidi, in effetti, erano molto più incacchiati con Ralph Bakshi, all’epoca.

Il moderno modello della property e della sua gestione, infatti, prevede un radicale cambiamento nel ruolo dei fan – e qualunque corso come si deve sulle narrative transmediatiche (che sarebbero poi l’espressione commerciale delle properties, ciò che viene venduto, ciò che genera introiti) dedica molto spazio ai fan. Da una parte, perché il prodotto transmediatico ha lo scopo di trasformare (ad esempio) i fan del fumetto in spettatori del film e i fan del film in lettori del fumetto, ma dall’altra anche e soprattutto perché i fan devono essere incanalati e trasformati in un elemento utile della property. Devono essere coinvolti perché generano un plus-valore – creano siti web e fan fiction, organizzano convention, fanno cosplay. Oltre a pagare per fruire dei contenuti, generano una nube di materiale disperso che alla property non costaun centesimo e che è parte della property e serve a fare pubblicità. Imbrigliare le energie dei fan significa anche farli sentire coinvolti, facendo di loro – nelle parole di un dirigente Disney – “i guardiani del canone”.

Sono i fan, con la loro profonda conoscenza della property e il loro attivo coinvolgimento, che possono decidere cosa è canonico e cosa no – delegittimando tutto quello che, nella sfera del fandom, va a ledere la property stessa. Sono loro a premiare o ad affossare i siti web, ad applaudire o crocifiggere i recensori, a giudicare i cosplay, a “fare formazione” instradando i newbies nella giusta direzione, a rendere virale il prossimo trailer o la prossima cover reveal.

Anche qui, niente di troppo nuovo – le band rock fanno qualcosa di simile con gli street team da decenni. Il fatto è che di solito i membri degli street team ricevono in cambio del loro lavoro, chessò, magliette col logo della band e pass per il backstage, o un saluto speciale nelle liner notes del prossimo CD. I guardiani del canone no. Ma questo apparente (e sottolineo apparente) coinvolgimento stretto dei fan all’interno dell’amministrazione della property serve ovviamente a fidelizzarli, e li trasforma in un asset per il marketing, e crea anche una situazione molto pericolosa.

Da una parte, infatti, il coinvolgimento dei fan nella property è assolutamente marginale, e può generare reazioni feroci da parte del reale amministratore della property quando i fan si prendono delle libertà. Date un’occhiata al modo in cui la Paramount ha reagito a vari progetti fan relativi all’universo di Star Trek (Axanar? Io non ho detto Axanar!)
Siamo tutti una grande famiglia unita nella property finché non si va a interferire col flusso di denaro generato dalla proprietà intellettuale.

È molto interesante che mentre Paramount e CBS cercavano di fare una causa miliardaria ai produttori di Star Trek: Axanar (OK, l’ho detto), J.J. Abrams abbia dichiarato che sarebbe stato meglio lasciar perdere e dare al progetto carta bianca perché “we realized this is not the appropriate way to deal with the fans.”

Il consiglio di Abrams non è stato seguito, probabilmente perché qualcuno in Paramount si è reso conto che lasciare mano libera ai fan avrebbe creato un precedente pesantissimo. Già ora, i fan, sentendosi comproprietari della property e guardiani del canone (e perché non dovrebbero? – sono gli amministratori della property che gli hanno venduto questa idea), possono scendere in campo quando un prodotto ufficiale va contro le loro aspettative e la loro percezione della property. Gli amministratori della property Star Wars hanno avuto un sacco di grattacapi in quella direzione. E poiché la fanbase è strettamente legata alla rete e ai social, e la rete e i social hanno dinamiche particolari, è anche possibile che un piccolo gruppo di fan riesca a scatenare effetti domino che portano alla cancellazione di personaggi o di interi prodotti. La creazione quindi non solo è ora indipendente dal creatore, ma è soggetta a forze che con la creatività e la creazione non hanno nulla a che vedere.

E attenzione, alcuni potrebbero trovare tutto questo positivo: sconfitta la tirannia dell’autore – “chi ti ha votato perché sia tu a decidere come deve andare la storia?!” – l’opera ora appartiene a coloro che ne fruiscono.
Ma se da una parte cose come Axanar (cosa?) ci dicono che si tratta di un controllo illusorio, concesso benevolmente dai reali amministratori della property e molto rapidamente revocato in caso di pericolo, dall’altra non c’è scritto da nessuna parte che un lettore/spettatore abbia più titoli dell’autore per decidere cosa è una buona storia e cosa no, ed anzi le prove indiziarie (fanfiction? Io non ho detto fanfiction!) sembrerebbero indicare che i lettori/spettatori siano gli ultimi a dover dire la loro su come la storia debba svilupparsi.

Ciò non toglie che i fan ci credano, a questa faccenda di essere comproprietari dell’opera – né dovremmo sorprenderci: esiste una macchina miliardaria, nella sezione marketing di aziende come Disney, che lavora 24/7 per convincerli che è esattamente così.

Tutto questo, è per cercare di descrivere come in questo momento esistano strutture e forze al lavoro sulla creazione e fruizione della narrativa che cambiano radicalmente il gioco – diverso campo, diverse regole, e quello non è un pallone.

E tutto questo, mi domanderete ora, cosa c’entra con gli zombie rinascimentali? Perché cosa c’entri con la qualità della narrativa e col marketing credo sia facile capirlo, ma con gli zombie rinascimentali?
Di quello magari parleremo un’altra volta.

Autore: Davide Mana

Paleontologist. By day, researcher, teacher and ecological statistics guru. By night, pulp fantasy author-publisher, translator and blogger. In the spare time, Orientalist Anonymous, guerilla cook.

12 thoughts on “I guardiani del canone

  1. Leggo il tuo post e mi viene in mente il fenomeno Gomorra, che in quanto napoletano mi avrebbe anche rotto i coglioni; anche perché in quel caso c’è stato, per usare un termine che uso spesso per lavoro, un “ritorno di esperienza”.

    • Il ritorno di esperienza di Gomorra mi suona sinistro.

        • Lo temevo – il classico caso di ciò che voleva essere di denuncia ed è diventato una serie di video di aggiornamento.

          • Errata corrige… Alla fine Saviano c’ha guadagnato in visibilità, ora come ora potrebbe scrivere gli ingredienti delle merendine e sarebbe comunque un successo. Le cose che infastidiscono, in prima battuta, sono legate agli altri quattro o cinque giornalisti del casertano, che tra gli anni ottanta e novanta sono stati fraccati di botte – se gli andava bene – e su cui, al momento, non vedo interesse mediatico; l’altro tema é legato alla metabolizzazione del problema da parte del pubblico, col buon vecchio popolo bue che nel camorrista, nella sua subcultura, vede dopotutto uno che ce l’ha fatta a spregio del destino, o altri minimi comuni denominatori di facile utilizzo.
            Senza contare il “popolo bue che non sa di esserlo” pronto a linciarti quando, da napoletano, ti esprimi a sfavore del povero e tanto sfortunato (ma poco indigente) Saviano.

  2. Tema estremamente interessante, solo una piccola correzione: proprio come gli street team, anche i guardiani del canone ricevono un compenso, spesso non monetario. Gadget, credenziali di accesso per grandi fiere di fumetto/cinema/intrattenimento, occasioni di vedere (magari per 5 minuti) gli attori protagonisti dei film o una chat dalla quale porre loro una o due domande. Ovviamente, simili benefit non interessano tutti i fan di un dato universo narrativo – così come non tutti i fan dei gruppi rock avevano le magliette gratis. Ma quei fan che curano wiki o blog di successo, pian piano diventano parte del meccanismo di ricompense non monetarie. Buona parte dei redattori di siti di successo come Fumettologica o Staynerd sono degli appassionati, che grazie a questa attività ottengono pass, gadget, giochi in anteprima da provare ecc. ecc.

    • Ah, vero.
      Ci sono anche cosplayer pagati profumatamente.
      Ma il fan ruspante che ha un bloggerello per conto suo non vede un centesimo, eppure è, in quanto fan, anche lui un garante del canone. O per lo meno questa è la filosofia di fondo nello sviluppo e nel marketing di prodotti transmediatici – tutti i fan sono lo street team.

      • Beh, dipende appunto dal livello di influenza del fan. Ai livelli più bassi ottieni da amici di amici “del giro” il pass per Narnia comics o un paio di gadget allo stand di Piccolo Medio Editore Press; più sale il livello, più salgono i benefit, materiali e persino monetari – ai livelli più alti, quantomeno. Anche in questo c’è una notevole somiglianza col mondo musicale – dal redattore della piccola fanzine online che ottiene la maglietta, fino al collaboratore di Rolling Stone che ottiene biglietto e rimborso del viaggio per omaggiare in un articolo il gruppo pop italiano di riferimento. Il web ha dato poi l’opportunità di costruire un “personaggio” attorno alla propria competenza professionale. Un “personaggio” che, in alcuni casi, fa guadagnare molto di più dell’uso della propria competenza. Nel mondo del fumetto italiano, Recchioni (che alle origini era un fan), il Dottor Manhattan e altre 3-4 figure sono ormai giunte nell’Olimpo di settore. Anteprime cinematografiche, console inviate a domicilio dalle case produttrici per prove in anteprima, ecc. ecc.

        In ultima analisi, dalle fanzine e dai guardiani del canone siamo arrivati agli influencer. Perniciosa prospettiva.

        Detto questo, certo, resta un esercito di fan che creano contenuti aggiuntivi o difendono quelli esistenti gratis, agendo da guardiani del canone come da te descritto: resta però l’impressione, frequentando i social, che costoro si raggruppino attorno ai “nodi” costituiti dai singoli influencer (ovvero, i guardiani che ce l’hanno fatta).

        L’idea di property e le sue implicazioni sono molto interessanti.

  3. Bello
    Ora lo condivido e scateno una flame infinita
    ^___^

    P.s. ci sono un pò di refusi in giro

  4. Ho letto un libro interessante sull’argomento: “Antropocinema”.
    Si rilegge il processo di aggiornamento dei franchise cinematografici (star wars in primis) con gli strumenti degli antropologi che studiano il processo di aggiornamento degli antichi miti.
    ne vengono fuori delle conclusioni interessanti, che toccano anche il concetto di property.

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