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Scrittori e Personaggi

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Cominciamo con un paio di link. Qualche giorno addietro, il mio vicino di cella Alessandro Girola ha pubblicato un post intitolato Lo Scrittore: Internet vs Realtà, in cui discuteva di un po’ di luoghi comuni che circolano sul rutilante mondo della scrittura e che vengono attivamente propagandati da una certa parte della comunità degli scrittori. Il pezzo di Alex è stato abbastanza discusso durante l’ora d’aria qui nel Blocco C, e di là nel braccio femminile, Kara Lafayette ha detto la sua, spostandosi sui problemi di un genere ben definito, ed esplorando una diversa faccia del problema, in un post intitolato Il ghetto degli autori horror. Ne è venuta fuori un’altra bella tornata di discussioni mentre eravamo in fila in mensa, o fuor di metafora su De Ebook Mysteriis.

Perciò io ora faccio un Pork Chop Express, e vi racconto la storia di Cristiane Serruya.

Cristiane Serruya, vedete, è un’autrice di romance brasiliana, che è stata nelle ultime ore all’onore delle cronache per il fatto di aver ritirato un suo romanzo nel momento in cui altri autori – e fra questi l’americana Courtney Milan – hanno osservato come nel libro incriminato ci fossero interi stralci copiati parola per parola.

Si chiama plagio. Per dire…

Her nostrils flared; he almost thought she might stamp her foot and paw the ground, like the bull that had attacked Siobhan.

‘Cristiane Serruya’ (poi vi spiego le virgolette) – Royal Love

Her nostrils flared; he almost thought she might stamp her foot and paw the ground, like an angry bull.

Courtney Milan – The Duchess War

Courtney Milan ha fatto un feroce (ma sacrosanto) post sul proprio blog, postando tutti gli stralci copiati e mettendo giù un ultimatum abbastanza chiaro e definitivo, al quale ha fatto seguito il ritiro del libro.

Ma intanto è partita la caccia al plagio, e un certo numero di altre autrici – Bella Andre, Tessa Dare, Loretta Chase e Lynne Graham – hanno scoperto stralci dei loro libri copiati 1:1 nel romanzo della Serruya, facendo partire l’hastag #CopyPasteCris su Twitter (che dimostra anche una certa ironia).

E qui la cosa diventa interessante, ed è questo il motivo per cui ne stiamo parlando – perché prima di ritirare il suo libro, la Serruya ha dichiarato che lei mai e poi mai farebbe una cosa simile. A copiare deve essere stato il ghost writer che lei ha ingaggiato su Fiverr.

Per chi se lo fosse perso (ma dove vivete?) Fiverr è un sito che mette in contatto freelancer con potenziali datori di lavoro – ci trovate grafici, scrittori, programmatori… chiunque faccia lavori a contratto. Fiverr è proprio la base, il minimo, il porto di mare. Nel mercato dei freelancer, Fiverr è come Marrakech nei film sulla Legione Straniera (il che non è necessariamente una critica).
Ma il problema, in questa storia, ovviamente non è Fiverr. Al limite è lo scrittore freelance che la Serruya ha ingaggiato per scrivere un certo numero di suoi romanzi, e che si è dimostrato un cialtrone.

E qui faccio subito una pausa – non c’è nulla di male nell’utilizzare dei ghost. Quando comperate il libro del vostro calciatore, attore o ammaestratore di moffette preferito, date automaticamente per scontato che qualcuno gli abbia dato, tanto o poco, una mano. È OK, lo mettete in conto.

E ci sono autori titolati che ormai da anni pubblicano in coppia con “collaboratori” – un caso classico è il buon vecchio Clive Cussler, che ha avviato una serie di serie (uh) scritte a quattro mani. Ha anche spiegato molto bene la procedura: lui ha l’idea di partenza e delinea il romanzo, lo passa al suo socio, quello lo scrive, poi Cussler lo rivede e lo edita. Bello liscio.
Quando comperate il libro lo sapete, e fate una scelta ponderata. Ad essere completamente sincero, i libri di Cussler che preferisco sono quelli scritti da altri.

Ma il caso di Cristiane Serruya è diverso – qui abbiamo una persona che si presenta come autrice dei propri lavori e, ooops!, non lo è. E il dubbio è molto forte che una fetta consistente della sua produzione, e quindi la sua carriera, sia stata costruita dal lavoro di uno o più anonimi freelance. Lei è solo la faccia.

E io non intendo assolutamente stare a discutere di etica o di morale o di chissà che altro. Quello che mi interessa è come questa spiacevole faccenda vada a intersecare i post di Alessandro Girola e di Kara Lafayette, e si rifletta sul nostro ambiente, sul nostro mercato.

Perché il caso in esame è un esempio abbastanza tipico di come il pubblico abbia comprato l’autrice, non il libro. Il libro, in questa storia, è un fattore marginale, una cosa che si subappalta a un anonimo pescato su una piattaforma per freelance. Un fornitore di contenuti. Il che significa ovviamente che anche lo scrittore, quello che scrive davvero, è diventato un elemento marginale. Un’appendice. L’importante è la faccia che si vende al pubblico.

E d’altra parte, il presunto autore, quello che ci mette la faccia, spesso non solo non ha le capacità per scrivere qualcosa di decente, ma non ne ha il tempo, perché deve essere impegnato a fare altro – postare sui social (se non paga qualcuno per farlo al posto suo), fare interviste e ospitate televisive, fare sessioni autografi.

È una tendenza generale – e potrei citare qui la buonanima di Fritz Leiber, che in Silver Eggheads, pubblicato esattamente cinquant’anni fa, immaginava un futuro in cui i libri vengono prodotti a macchina, e gli autori devono solo fare le foto per la quarta di copertina, e generare notizie scandalose per la pubblicità. Fritz Leiber era un genio, naturalmente.

Ma è meglio di così – perché in Leiber si trattava di un meccanismo strettamente commerciale, erano grandi conglomerati editoriali che avevano industrializzato la produzione del libro, facendone una catena di montaggio meccanizzata, con l”autore’ semplice appendice della strategia di marketing.
Nel nostro caso, invece, sono (anche) gli autori (o presunti tali) a promuovere questo stato di cose.

È passata l’idea, vedete, che scrivere un libro sia un buon sistema, un sistema facile, per diventare popolari – un sistema più facile, ad esempio, che stare su un palco a suonare, perché per stare su un palco a suonare bisogna saper suonare uno strumento (con buonapace di Malcolm McLaren) e quello costa fatica. Chiunque sa scrivere – lo abbiamo imparato a scuola, se riuscivamo a fare un temino su come avevamo trascorso le vacanze estive, possiamo anche scrivere una trilogia farcita di elfi, o un bel romance con un sacco di sesso sudaticcio e passioni palpitanti.
E diventeremo popolari.
Ed è questo, che molti cercano, la popolarità.
Non essere letti, ma essere intervistati.
Non essere scrittori ma fare gli scrittori.
Il lifestyle, non il lavoro.
E il lifestyle ha nel libro, nella storia, nella scrittura, una componente marginale. È più importante avere delle belle foto su instagram, fare dei post furbetti su facebook raccontando di aver perso il treno o di aver passato la notte in bianco per colpa del gatto nevrotico.
È più importamnte la presentazione nel posto di classe alla quale partecipano le persone giuste, è più importante l’articolo sul giornale locale.
Bisogna essere personaggi, non scrittori. Lo scrittore, al limite, lo si trova su Fiverr. Uno a caso. Un fornitore di contenuti. E il pubblico, che si considera composto da idioti, tanto non scoprirà mai la differenza: loro il libro lo vogliono in cartaceo, non per leggerlo, ma per farselo autografare alla fiera.

Questo stato di cose giustifica qualunque espediente – i libri subappaltati, le storie regalate, le recensioni comprate. I compromessi, le menzogne.
Lo scopo ultimo non è scrivere una buona storia che venda.
Lo scopo ultimo creare un mondo illusorio, un’immagine di successo “come nei film” da vendere al pubblico, per ricavarne popolarità, per poi mietere i frutti della popolarità – fossero anche solo le cene gratis.
I conti, intanto, li paghiamo con il lavoro vero.

Il valore della storia, della scrittura, del lavoro dello scrittore, è stato annientato – la famosa visibilità è più importante, bisogna essere su Instagram, bisogna fare i simpatici su Facebook.
“Oggi ho scritto cinque pagine e mi fanno tanto male i ditini.”
E qualcuno che applaudirà commosso ci sarà sempre.
“Dio come sei bravo. Quanta dedizione, quanta passione nel tuo lavoro! Ti lovvo!” (ADDENDUM: però il libro non lo compra)
Perché alla fine sta bene a tutti.
Alla fine ciascuno sceglie l’inferno che preferisce.

Autore: Davide Mana

Paleontologist. By day, researcher, teacher and ecological statistics guru. By night, pulp fantasy author-publisher, translator and blogger. In the spare time, Orientalist Anonymous, guerilla cook.

5 thoughts on “Scrittori e Personaggi

  1. Oddio, questa cosa di Fiverr che è un po’ il porto di mare per freelance sembra l’inizio di una bella storia di fantascenza!

  2. Come ghost writer mi sento chiamato in causa. Conosco il fenomeno e penso che, se ci atteniamo alla narrativa il solo antidoto sia la formula della doppia firma in copertina o quanto meno di un accredito all’interno del libro. Anche perché è noto che del nome scritto in piccolo sulla copertina il grande pubblico non si accorge nemmeno. Concordo su tutto il resto. Il dilagare delle dinamiche social nella vita reale, in particolare professionale, ha prodotto distorsioni raccapriccianti, tanto che oggi essere una webstar è considerato (e di fatto lo è per dispendio di risorse) un lavoro in se stesso. Bisogna sempre vedere che valore produce tutto questo scalmanarsi. Non è comunque un fenomeno nuovo. Da sempre per mietere applausi si è fatto uso di autori in ombra. Nella storia orribile che riporti, però, temo si stia profilando però una involuzione ulteriore del fenomeno. Una “autrice” che ingaggia il suo ghost nel “mercato del bestiame” di Feverr denota un livello di noncuranza per il lavoro di scrivere semplicemente spregevole, e spero di non mancare di rispetto a chi onorevolmente trova ingaggi sulla piattaforma in questione. Se proprio cerchi un ghost, almeno assicurati di conoscerlo e di apprezarne il lavoro. per la miseria!
    In questo proliferare di aspiranti autori, si prospettano, come sempre alcune opportunità per chi ha le competenze: scrittori, copy, ghost, redattori… comunque ci si voglia etichettare. Bisogna solo stare attenti a non giocare al ribasso. Ma naturalmente è quello che accadrà. Detto fra noi, è imperativo non cadere nel tritacarne dei marketplace globali, diventando un fornitore di contenuti qualunque. Il gioco è sempre uscire dalla pazza folla. Evidentemente il ghost di questa Serruya è sfigato tanto quanto lei. Perfino per chi scrive per conto terzi , confido sia possibile operare a un livello diverso. Come sempre è questione di “quarta dimensione”, che poi, spesso consiste nel metterci l’anima, come abbiamo avuto modo di convenire.

    • Il mio vero problema comn tutto il baraccone è proprio che la scrittura e lo scrittore vengono sviliti.
      E nel caso specifico, ciò che è inammissibile è il livello al quale la cosa è avvenuta – perché non credo si sia trattato di ingenuità (un esordiente di belle speranze che cercauna controfigura dove capita) ma propriodi mancanza di rispetto, per chi scrive e per chi legge.
      E concordo in pieno che l’unica salvezza consista nell’emergere dalla massa, e resto convinto che sia necessario farlo con l’autenticità e non con gli effetti speciali. Anche fra le webstar e i digerati, dopotutto, c’è chi vale e chi sa solo fare scena.

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