strategie evolutive

ciò che non ci uccide ci lascia storpi e sanguinanti

Pieni di dubbi

19 commenti

È stata una settimana strana, pesante, aggravata da questa specie di distorsione spazio-temporale che si genera quando si entra nel campo gravitazionale del sistema ternario Pasqua/25 Aprile/1° Maggio.
E in non meno di quattro occasioni, negli ultimi sette giorni, mi sono imbattuto in riflessioni di colleghi che rispetto, e che ventilano seri dubbi sulle proprie capacità come scrittori.

Sarà la primavera, mi dico, sarà questo strano spazio-tempo dilatato.
Poca voglia di scrivere, un sacco di inizi che non vanno da nessuna parte, racconti che non vogliono chiudersi, idee che scappano da tutte le parti, editor che ti restituiscono (cortesissimi, sempre cortesissimi) lavori respinti o da riscrivere, e la profonda ed intima sensazione che non serva a nulla, e che non si stia andando da nessuna parte.

È abbastanza ridicolo.
Fai un giro sui social, e vedrai gente che sospira perché ci sono troppe action figures da comperare, perché piove durante il weekend lungo, perché invece di pensare ad arginare l’avanzata inesorabile del bolscevismo stiamo a preoccuparci degli spoiler del film degli Avengers…
Problemi seri, di persone mature.
E poi gli scrittori che frignano perché non gira.
Assolutamente ridicolo.

Per quel che mi riguarda, il passo più difficile, per riuscire ad arrivare a pagare (a malapena) i conti con ciò che scrivo è consistito nel superare il sacro terrore che viene tutte le volte che si preme il pulsante “Invia” che depositerà la nuova storia sulla scrivania dell’editor.
L’idea che ora la storia non è più nelle mie mani, è così com’è, nel bene e nel male, e c’è una persona – che non conosco – che deve decidere se quel lavoro è valido oppure no, se valga la pena di essere pubblicato, e letto (e pagato) oppure no.

Come diceva il buon Carletto Bukowski

Il problema a questo mondo è che le persone intelligenti sono piene di dubbi, mentre quelle stupide sono piene di fiducia in se stesse.

Il che è un gran modo per sentirsi intelligenti.
Perché i dubbi vengono. Sempre.
La voglia di scrivere oscilla come la marea, alta o bassa a seconda di qualcosa di un po’ più complicato dei cicli lunari.
La sensazione di inadeguatezza è sempre presente.

Come si fa, allora?
Ci si alcoolizza come Bukowski, o come Hemingway?

I guru del web, quelli che ci dicono che non siamo persone ma brand e che non abbiamo vite ma piattaforme, ci dicono anche che dobbiamo essere sempre positivi, dare sempre l’impressione di essere vincenti.
Sempre con un bel sorriso a novantasette denti, sempre a vantare risultati tanto straordinari quanto fasulli, se necessario, pur di non incrinare quella meravigliosa menzogna, che tutto ci va sempre benissimo, comunque, senza proiblemi.

Forse è questa la parte più logorante.
Non potersi sedere, sciogliere i muscoli del collo e ammettere che sì, non sta girando, questa settimana. Siamo in ritardo, l’ultima storia ci è stata rifiutata stamani, il feedback dei lettori è zero, le vendite sono in calo e mio dio una volta io non scrivevo così male, cosa diamine mi sta succedendo?

Non ci è permesso.
Non è ciò che ci si aspetta da noi.
E allora cosa ci si aspetta, da noi?

Secondo i guru, ci si aspetta da noi che proiettiamo un’immagine vincente.
Secondo me, ci si aspetta da noi che rimettiamo il culo sulla sedia e ce la facciamo piacere, in un modo o nell’altro, e continuiamo a fare ciò che sappiamo fare.
Perché ci saranno degli alti e bassi, e ci saranno delle giornate pessime e dei solleciti per dei pagamenti arretrati, e probabilmente sarà un disastro, ma forse no. O comunque non sempre.
E qualcuno a cui ciò che scriviamo piace c’è, là fuori, e gli dobbiamo qualcosa. E i debiti bisogna pagarli.

Per superare l’ansia da invio del manoscritto ho dovuto fare tutto il possibile per arrivare a capire che il peggio che può capitare è che il manoscritto venga rifiutato.
È parte dle gioco.
E poiché non è un gioco di fortuna, ma è un gioco di abilità, ogni partita, che si vinca o che si perda, ci permette di migliorare le nostre future probabilità di riuscita.
Impariamo, scopriamo cose nuove.
Le storie rifiutate si sistemano e si spediscono altrove.
Le storie brutte si riscrivono.
Le buone idee non si buttano via.
I lettori arriveranno, arriverà il feedback, arriveranno le vendite.
O in caso contrario faremo a meno del telefono o del gas, o di un pasto al giorno (ma mai mai mai della luce, perché la corrente elettrica fa funzionare il PC su cui scriviamo) e prima o poi le cose andranno meglio.

Ci sono momenti nerissimi, ed io mi preoccupo per i miei colleghi quando li sento così negativi, perché so come ci si sente, so quanto sia opprimente, questa sensazione di essere soli, e in un vicolo cieco, e a nessuno gliene frega assolutamente nulla.
Ma poi passa.

Potrebbe essere peggio.
Potremmo essere obbligati a interpretare la parte dei fortunelli su Facebook, con “Autore” dopo il nome, a regalare le nostre storie a chi non è disposto a pagarcele, e a postare una volta al giorno una frase presa dai Baci Perugina o un gigionamento generico per dimostrarci simpaticissimi e simulare una traccia di umanità dietro a un sorriso di plastica a novantasette denti.

Autore: Davide Mana

Paleontologist. By day, researcher, teacher and ecological statistics guru. By night, pulp fantasy author-publisher, translator and blogger. In the spare time, Orientalist Anonymous, guerilla cook.

19 thoughts on “Pieni di dubbi

  1. Aggiungo un piccolo, infinitesimale punto: resistiamo e scriviamo anche per quelli che sotto sotto pregano che noi gettiamo la spugna, che nel loro piccolo mondo dove il loro ego è più espanso dell’universo, la prospettiva di un nemico in meno che scrive è la possibilità per loro di gonfiarsi ancor di più. Poveretti.

  2. Riflettevo in questi giorni più o meno sulle tue stesse cose, e non nego un certo scoraggiamento: non si vende (perlomeno non abbastanza), amici ti dicono non credevi davvero di farne un lavoro? (della scrittura), per quanto si faccia si ha la sensazione di fare poco, e farlo male. Poi un amico mi ha detto metti il culo su quella sedia e scrivi, scrivi per quelli che ti apprezzano, per i tuoi lettori (perchè anche se pochi ci sono), gente che segue il tuo lavoro tanto addiruttura (cosa scandalosa) da volerlo pagare perchè tu possa essere autonomo e indipendente e scrivere ancora. Poi il tempo deciderà se diventerà un lavoro o no, il tempo deciderà se arriveranno lettori e vendite. E il tempo, il futuro non è nelle nostre mani. Dipende da tante concause come diceva l’oncologo a mia madre quendo lei gli chiedeva da cosa era causato il suo male. Noi dobbiamo concentrarci su cosa c’è di bello, luminoso, unico nelle nostre vite, e lottare per quello.

  3. Una volta, davanti all’ondata dei dubbi soccombevo. Mi travolgeva e non avevo la forza o il coraggio di rialzarmi. Oggi so che a volte è parte del processo. Così mi sfogo, inveisco e poi ricomincio. Questa fa di me un professionista migliore. Se non altro dei tanti “sicurissimi di seissimi” che pullulano un po’ dappertutto, con risultati scadenti. Bella riflessione, comunque, mi ha fatto bene leggerla.

  4. Poteva andarti peggio: potevi nascere cretino.
    Però è singolare perchè proprio ieri sera un mio amico mi ha suggerito un libro… si chiama Happycracy e parla più o meno di questa cosa che hai scritto tu oggi (non ho letto, mi incuriosisce ma non è un suggerimento… per ora). Quindi direi che (salvo doppie identità!) tu e questo amico avete qualcosa in comune…

    • Io credo che sia abbastanza evidente come questa idea dell’essere sempre positivi a olrtranza stia avvelenando l’esistenza di molte persone.
      Soprattutto la necessità di esternare sempre la propria felicità in maniera molto convenzionale e codificata può portare a dei problemi serissimi.
      Meglio l’approccio stoico, a questo punto – ammettere che le cose possono andar male non ha mai ammazzato nessuno.
      (comunque libro annotato per future esplorazioni)

      • Sono d’accordo con te.
        Ma personalmente vedo emergere con altrettanta angoscia anche l’altro lato della medaglia: quelli che del proprio malessere si addobbano la vita fino a farne una parte essenziale del loro personaggio.

        Per esempio questa tendenza è molto in voga su Instagram, dove qualcuno un giorno ha deciso di dire basta agli influencer sempre bellissimi, fighissimi, positivissimi e “sicuri di sessissimi”. Che brutta cosa! Ci vuole autenticità! Il risultato? Ormai se non hai una qualche forma di depressione clinica/tendenza suicida/passato di trauma/dipendenza etc. non sei nessuno. E ogni giorno vai di storie con il prozac a colazione in bella mostra, con pipponi infiniti sul tuo trauma, con menoni esistenziali eterni irrisolti e irrisolvibili combattuti a colpi di mascara. “Credete queste siano cigli finte? Invece è DISPERAZIONE VERA!”

        E che palle anche questo. Perché il momento di scoramento ce lo abbiamo tutti, ma fare del proprio momento di scoramento un elemento di branding è pure quello piuttosto squallido.

        Quindi forse dovremmo proprio interrogarci sul concetto di “esternazione”, più in generale. Alla fine la vera autenticità non so nemmeno se possa mai essere esternata… ma va beh, non la voglio buttare sul filosofico.

        (Il libro mi intriga, se decido di spendere i 9 euro ti aggiorno sul tema)

        • Concordo sul fatto che spettacolarizzare ogni aspetto della propria esistenza sia orribile.
          Io credo che sia già abbastanza complicato cercare di essere se stessisenza dover anche spingere l’amplificatore a 11 per tutto.
          In fondo anche nei rapporti “live” filtriamo attraverso tutta una serie di parametri ciò che condividiamo e ciò che ci teniamo per noi. Onlinenon vedo perché debba essere diverso.

          E suinstagram notoriamente io seguo solo scrittori, artisti grafici, amici e pinup (non necessariamente in quest’ordine), quindi gli influencer non sono un problema 😛

          • Purtroppo anche io non seguo gente che non potrei considerare “influencer”: i miei si dividono fra illustratori e textile arts, ma sono tutti artisti.
            E… non lo so, sembrano (quasi) tutti depressi come personaggi di film di Woody Allen: analista, periodici deliri sul loro stato mentale, farmaci, pianti, sparizioni. Ok, lo ammetto, seguo anche qualche cagnetto puccioso, portate pazienza non sono intellettuale pura e almeno quelli non sono depressi.

            Secondo me molti credono che smettere di “filtrare” (come dici tu) equivalga al veicolare la propria autenticità: “mostro tutto quello che sono, quindi sono autentico”.
            Non funziona così. Nemmeno nella vita reale, fra l’altro… perché avrei molto da dire anche su questa ansia di “immediatezza non filtrata” in parecchie delle mie amicizie.

            Insomma, che sia la positività esasperata o il coccolare un personaggio negativo… è proprio il concetto di “personaggio” che alla fine fa male alle persone, secondo me. Ed è intrinseco del mostrarsi, quello. Forse quando mi mostro agli altri divento per forza un personaggio? O forse è il canale del web/social etc. che amplifica? Non saprei… ma vedo un po’ ovunque una certa qual ansia di fare marketing di sé stessi in un modo o nell’altro. Insomma, io devo fare il mio storytelling e posso scegliere se raccontare commedie o tragedie, ma il mio personal brand deve comunque venire fuori. Oh yeah.

            E torniamo al discorso fatto altrove recentemente.

  5. Questa cosa di ostentare sempre gioia e positività è ributtante.
    In realtà ci sono momenti nerissimi, accompagnati dalla sensazione di girare a vuoto, di non interessare a nessuno. E di non vendere, diciamolo, perché di scrittura qualcuno ci campa.
    Poi questi momenti passano, ma fingere che non ci siano è la cosa peggiore da fare, secondo me.

  6. Coraggio, Davide. Scrivi. (Ma mangia anche, e dormi anche, qualche volta.) Non sei solo… Ciao!

  7. Una riflessione a latere, sull’aspetto sociale di quanto scrivi in questo post. Il doversi presentare sempre positivi e gli antifan che si presentano sono le due facce della stessa moneta, che è una forma di speculazione su qualcosa che non esiste (perfettamente in linea con la finanza creativa, ma questo è un altro discorso). A sua volta la necessità (!) di proiettare questa immagine pseudo positiva è portata alle estreme conseguenze da quella emerita bischerata che è il politically correct; non “devi” solo essere positivo, “devi” anche essere corretto al 101% per non essere messo all’indice dai PC-nazi (a loro volta strettamente imparentati con gli antifan).
    In un certo senso, tutto torna. Nel senso che tutte questi livelli di irrealtà si inseguono nei non luoghi fino a creare terabyte di rumore semantico.
    Fortunatamente la realtà continua ad esistere. Fatta da persone con i loro dubbi e gli alti e bassi dell’emotività, fonti cogenti della spinta a creare tutte quelle cose che rendono la vita qualcosa di decente. Dal canto mio, continuo a stare dalla parte di Ellison.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.