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ciò che non ci uccide ci lascia storpi e sanguinanti

Fuori l’autore

24 commenti

Hanno raccolto un milione di firme per far rifare l’ultima stagione di Game of Thrones, la serie televisiva della HBO basata sui romanzi di George R.R. Martin A Song of Ice and Fire.
Un milione di firme.
La petizione era stata messa su come sfogo da parte di un fan irritato, ma un milione di persone l’hanno presa sul serio.
Un milione di persone.
Uno seguito da sei zeri.

Io non sono un fan della serie, né dei romanzi – ci sono altri lavori di Martin che preferisco. Non intendo quindi discutere della qualità o meno degli episodi incriminati – non li ho visti, e sarebbe quindi per lo meno intellettualmente disonesto.
A me interessano quelle firme, e cosa ci raccontano – e come si inquadrano in una situazione più ampia, e che interessa chiunque si trovi a scrivere.
Una situazione… interessante.

Non è la prima volta che i fan di una serie televisiva si attivano per fare pressioni sulla produzione. I fan di Farscape e di Firefly reagirono alla cancellazione anzitempo delle loro serie preferite con delle campagne che convinsero i produttori a creare dei film – Peacekeeper War e Serenity rispettivamente – che se non altro portarono a conclusione gli archi narrativi rimasti in sospeso. E molto più recentemente la campagna #savetheExpanse ha fatto sì che la serie cancellata da SyFy venisse rilevata e continuata da Amazon. La campagna #savetheBadlands non è stata altrettanto fortunata. Ma uscirà un film di Deadwood, per la felicità dei fan che lo chiedevano da anni.

In questo caso però è diverso.
Non si tratta infatti di una campagna per proseguire una serie cancellata, ma per cancellarne una parte e rifarla “giusta”.
Impensabile.
E non è questione di un milione di firme, o di dieci milioni.

In primo luogo, è una questione di tempi e di costi.
Gli episodi che stiamo vedendo ora sono stati girati mesi or sono – in questo momento gli attori e i tecnici sono altrove, a girare altro. Le sei/dieci settimane necessarie per ri-girare sei episodi non si possono mettere assieme nel tempo libero. I set sono stati smantellati, gli studi di posa sono ora occupati da altre produzioni.
E i soldi!
Per cui no, è improbabile che la rifacciano.
Molto improbabile.

Oltretutto, costituirebbe un precedente che renderebbe le compagnie di produzione, di fatto, ostaggi del fandom.

In secondo luogo, qui non si tratta di una serie interrotta, per la quale c’erano dei piani che non sono stati sviluppati – ma di una serie che è stata sviluppata, in modo sbagliato secondo un milione di persone, che ora vogliono che venga rifatta.
Ma dovendola rifare, chi deciderà la nuova trama?
I firmatari della petizione?
Eleggeranno democraticamente uno showrunner “giusto”?
O scriveranno collettivamente unanuova sceneggiatura, votando ad ogni paragrafo, come in un colossale libro-game in divenire?

E se poi lo rifacciamo ma anche così non gli piace?

C’è, nella maniera in cui Game of Thrones si è sviluppata nelle ultime stagioni, e nelle reazioni del pubblico, un discorso molto serio e molto importante sul valore dell’autore, sul peso della sua presenza, del suo ruolo nel dare direzione e compimento alla storia.
Ne potremmo parlare a lungo, e sarebbe interessante, ma non è ciò di cui vorrei parlare qui ed ora – anche se il discorso che vorrei fare riguarda comunque il ruolo dell’autore.

Negli ultimi mesi, mentre assistevamo sui social al dramma di un pubblico affezionato che progressivamente si disaffezionava, altrove stava succedendo qualcosa di altrettanto importante, e in ultima analisi simile.
Mentre noi guardavamo i memi su Game of Thrones condivisi su Facebook, nel mondo della narrativa Young Adult un numero crescente di autori si vedeva obbligato a cancellare — e in un caso a mandare al macero – i propri libri a causa di una levata di scudi.
Il caso più noto è quello di Amelie Wen Zhao, che si trova all’improvviso a dover cancellare il proprio romanzo perché accusata di appropriazione culturale e razzismo sulla base della sinossi e di alcuni estratti.
L’autrice ha dovuto cancellare il libro e riscriverlo consultando dei “sensitivity readers” – persone che possono segnalare eventuali passi falsi che potrebbero offendere qualcuno.
Nei mesi successivi, altri autori hanno subito lo stesso destino – inclusi, è interessante notarlo – uno dei principali accusatori di Amelie Wen Zhao, ed uno dei suoi sensitivity readers.
Libri cancellati, e riscritti.

Cosa c’entra, questo, col milione di firme raccolte dalla petizione per far rifare l’ottava stagione di Game of Thrones?

Beh, in entrambi i casi assistiamo a una comunità che di fatto dice all’autore “quello che hai fatto non mi piace, ora lo rifai come piace a me”.

Il che è… ah, io d’istinto sarei tentato di dire che è assurdo, ma poi qualcuno nei commenti potrebbe venire a dirmi che questo è solo un segno del cambiamento del mercato e della fruizione dei media, ed il futuro è così radioso che dobbiamo metterci i Ray-ban. Per cui non diciamo che è assurdo (anche se personalmente ne sono convinto), diciamo che è molto diverso da ciò che succedeva prima.

Perché è perfettamente possibile che il libro o il film siano brutti, offensivi, deludenti, pericolosi, odiosi o semplicemente noiosissimi.
Può darsi che la storia sia buona ma eseguita malamente, può darsi che l’autore si sia perso deipezzi per strada.
È anche possibile che il libro o il film non vada bene a me, e a un milione di altre persone, ma che ad altrettanti spettatori o lettori piaccia.

Prima, se un libro non ti piaceva, non lo leggevi, o smettevi di leggerlo.
Al limite facevi una campagna per boicottarlo, lo recensivi negativamente, magari ti mettevi assieme a un po’ di amici e ne bruciavi pubblicamente qualche copia.

Stessa cosa per le serie TV – ricordiamo le campagne per boicottare Firefly, colpevole di mostrare una coppia interrazziale e quindi “non gradito” alle reti TV della Bible Belt. Ma prima era successo a Star Trek, ripetutamente, e a dozzine di altri programmi TV.

Ci sono stati spesso picchettaggi dei cinema e campagne di boicottaggio per pellicole che in qualche modo offendevano una parte del pubblico.

C’è stata la Commissione Hays.
C’è stato il codice di autoregolamentazione dei fumetti.

Ma tutti questi interventi operavano su due possibili livelli – o preventivamente, come i codici e le commissioni, dicendo all’autore cosa poteva e cosa non poteva fare (e l’autore di solito trovava metodi molto creativi per aggirare quei paletti), o a posteriori, andando a colpire il prodotto finito. O lo fai come dico io, o io non lo guardo/non lo leggo/lo boicotto.

Ma ora è diverso.
O lo fai come dico io, sembra essere il discorso, o io ti obbligo a farlo come dico io.

Io lo considero assurdo, ma io sono vecchio e arido e malvagio, probabilmente cieco nel mio cinismo alle promesse del sole dell’avvenire.
Diciamo allora che si tratta di un fenomeno così nuovo che non esiste una struttura capace di reggerlo. Non sappiamo ancora come gestirlo.
Se il futuro è quel luogo in cui sarà il pubblico a decidere come deve svilupparsi una storia, dovremo trovare un modo economico ed efficiente per dare al pubblico gli strumenti di controllo e sviluppare al contempo dei modi per soddisfarne le richieste, e dare così al pubblico ciò che il pubblico vuole.

Non dubito che, se dovesse rivelarsi un approccio con dei profitti garantiti, riusciremo a trovare un modo, e sono fermamente convinto che sarà un disastro.
Il che ci riporta al ruolo dell’autore…

Io come autore, infatti, non devo dare al pubblico ciò che il pubblico vuole.
Se vi hanno raccontato qualcosa del genere, beh, delle due una

  • non erano scrittori
  • erano scrittori e, come sempre succede con gli scrittori, vi stavano mentendo

Io come autore devo dare al pubblico ciò di cui il pubblico ha bisogno.
Che non è necessariamente ciò che il pubblico vuole – anche perché il pubblico è composto da migliaia di persone, e tutti vogliono qualcosa di diverso.
Come autore posso ingannarlo, il pubblico, e fargli credere che ciò che gli sto per dare è esattamente ciò che ciascuno di quei singoli individui vuole, ma in realtà gli sto dando ciò di cui io sono fermamente convinto, sulla base delle mie osservazioni e della mia sensibilità, abbia bisogno.
È per questo che io sono l’autore e loro sono il pubblico.
E no, mi dispiace, non è democratico.

Ah, e prima che qualcuno venga a citarmi i libri-game, i giochi di ruolo o i videogiochi come esempio di narrativa collettiva nella quale non esiste l’autorità autorale e sono i lettori/giocatori a decidere come deve andare la storia… Ma credete davvero a tutto quello che vi raccontano?

L’autore è quello che dà al pubblico ciò di cui il pubblico ha bisogno.
Se va bene.

E se per disgrazia dovessi sbagliarmi, e il pubblico non dovesse gradire?
Allora sarà un disastro.
Il pubblico non leggerà il mio libro.
La mia serie non la guarderà nessuno e chiuderà dopo sette episodi.
Il film si beccherà un Raspberry Award o un Golden Turkey e passerà alla storia come “il nuovo Heaven’s Gate“.
È OK, ci sta, è parte del gioco.

Ma vivere col costante terrore che ciò che sto per scrivere potrebbe non essere gradito, e così poi mi tocca rifarlo?
Passare ore ad ascoltare le opinioni del pubblico, o pagare degli specialisti per farlo al posto mio?
E poi nel caso rifare da capo?
Ma chi me lo fa fare?

Se davvero ciò a cui stiamo assistendo non è solo il delirio di onnipotenza di un milione di poveri illusi ma l’alba di un nuovo sistema creativo, credo che le conseguenze saranno orribili.
A morire sarà infatti ciò che di vitale esiste nella narrativa.
Ciò che non sapevate di volere, ma di cui avevate bisogno.

Autore: Davide Mana

Paleontologist. By day, researcher, teacher and ecological statistics guru. By night, pulp fantasy author-publisher, translator and blogger. In the spare time, Orientalist Anonymous, guerilla cook.

24 thoughts on “Fuori l’autore

  1. E’ una cosa assurda…

    • Quando a suo tempo espressi dei dubbisulla sfolgorante vittoria dei nerdz, mi dissero “significa semplicemente che ora le compagnie cinematografiche producono quello che vogliamo noi.”
      Io pensavo scherzassero.

  2. Concordo che la petizione sia una cosa fuori dal mondo, ma per quanto riguarda il discorso dell’autore c’è da dire che sono stati proprio gli scenegiatori a stravolgere palesemente l’impianto narrativo di Martin per dare al pubblico quello che voleva (con conseguente disastro naturalmente). Per tua stessa ammissione non segui la serie, ma se mai avessi voglia di recuperarla ti accorgeresti da solo che c’è un abisso qualitativo tra le stagioni che si basavano sul materiale scritto da Martin e quelle che sono venute dopo, ideate dalla HBO. I fan (anche quelli più fanatici) stanno di fatto aiutando il vero autore in questo caso, che si ritrova la propria opera deturpata dalle idee stupide di due incompetenti. Considerando poi che, piaccia o meno, l’immagine vince sempre sulla carta quando si parla di memoria collettiva, c’è una buona possibilità che in futuro il pubblico conserverà un ricordo agrodolce di GOT (Serie televisiva) senza rendersi conto che Le Cronache del Ghiaccio e del Fuoco (Opera letteraria originale) era di un altro livello.

    • I fan non hanno alcun rispetto per Martin, al quale si riferiscono regolarmente con espressioni come “ciccione bastardo”, e probabilmente la magior parte non ne conosce l’opera.
      Non credo che quindi questa iniziativa aiuti in alcun modo il buon Martin, che dal canto suo credo si stia facendo delle grasse (…) risate. E poi non è come se lo avessero licenziato e ora ci fosse una campagna per reintegrarlo.
      Non dubito affatto che la parte della serie basata sui libri di Martin sia meglio, ma è nella natura delle serie televisive quella di essere l’espressione della creatività (o mancanza della medesima) di più persone. È parte del gioco.
      Di fatto stiamo assistendo alle esternazioni di persone che non hanno alcuna idea del processo creativo o del processo produttivo.

  3. Per come la vedo io, è la fase estrema dell’oscillazione di un pendolo ed è destinata a cambiare verso tra non molto. Per questioni economiche, se non altro. I fans fanno rumore, si ribellano e scrivono cose indicibili? Benissimo, quanti di loro sono disposti a tirare fuori un euro a testa? Ci sono precedenti di produzioni “fatte dal basso” che hanno fatto parecchio rumore (Star Trek…) ma sono cose estemporanee e non hanno convinto le major a fare altro.
    Mi aspetto qualche player (Netflix?) più attento all’orientamento del pubblico ma i meccanismi di base non cambieranno. Ci vogliono milioni di dollari per mettere in cantiere una serie, non milioni di “like”.

    • Concordo in toto.
      Anch’io credo sia una fase, legata all’improvviso senso di “entitlement” diun pubblico che non pare essersi accorto di essere sempre e solo il pubblico, proprio come prima.
      Poi sì, se mai Martin scriverà i romanzi mancanti della serie, qualcuno potrebbe fare un reboot. Ma non sarà per qualche petizione.

    • Veramente,parlando proprio di Star Trek, la casa produttrice ne è rimasta tanto preoccupata, proprio spaventata, che ha messo di mezzo azioni legali e batterie di discredito.
      Hanno pagato più soldi per impedire l’uscita delle serie dei fan (a parte un paio di qualità limitata) di quanto avrebbe pagato per fare una nuova serie decente.
      E in ogni caso hanno perso una fetta enorme di fan tanto che hanno dovuto inventarsi la serie su Picard nella speranza di far dimenticare le scorrettezze e le porcherie prodotte

      Per passare a Star Wars i fan di lunga data hanno talmente schifato gli ultimi film (che NON sono mai stati fatti, MAI MAI MAI) che hanno dovuto inventarsi Rogue One ed estromettere George Lucas per evitare una insurrezione.

      E di situazioni simili in campo editoriale ce ne sono state decine nel corso degli anni.
      L’errore è pensare che sia una situazione solo attuale. Semplicemente oggi è più semplice far sentire la propria voce.

  4. Ma sai che ti dico, autori, sceneggiatori, artisti in senso più lato dovrebbero prendere posizione e dire NO, rivendicare la propria libertà artistica. Che non significa arbitrio. Un libro brutto, ideologicamente nocivo non si compra, non si legge; una serie brutta boriosa, noiosa, e tutto quello che vuoi non la si guarda. I lettori, i telespettatori hanno già lo scettro del comando, non pretendiamolo anche sulle coscienze.

    • Qualcuno ha raccontato a questa gente che loro sono i padroni dell’opera – mentre invece, come diceva la buonanima di Campbell, loro l’opera l’affittano solamente.

      • Quello che è successo a Amelie Wen Zhao mi tocca da vicino, perché potrei benissimo essere accusata anche io di “appropriazione culturale”, ne parlavo con mio cugino giorni fa, in più io non sono cinese né ho gli occhi a mandorla, né lontanissimi parenti cinesi (va beh su questo c’è ancora da vedere). Ma allora che sì fa? Si scrivono storie solo sul proprio caseggiato, e anche lì se offendi inavvertitamente qualcuno ti ritrovi i condomini alla porta con una petizione in mano! E’ il delirio, la soppressione totale della libertà individuale. Non andiamo incontro a una democrazia partecipativa ed estesa, ma a tutto l’opposto, se anche i censori a loro volta si trovano vittime di questo meccanismo. Diamoci una calmata tutti!

        • Quella dell’appropriazione culturale è una bruttissima faccenda.
          Di fatto io mi sto macchiando di appropriazione culturale quando utilizzo per la mia narrativa elementi di una cultura diversa i cui rappresentanti non hanno la possibilità di fare altrettanto.
          Perciò a scrivere wuxia non dovrebbero esserci problemi, visto che nessuno impedisce ai cinesi di scrivere wuxia, anzi.
          Se però appropriazione culturale diventa non poter descrivere nulla che non sia nel nostro ristretto ambito delle esperienze personali, allora è finita – l’unica forma di narrativa possibile diventa l’autobiografia, e anche lì, possiamo parlare solo di noi stessi e non di coloro che abbiamo incontrato.
          È follia.
          Oltretutto una delle accuse rivolte alla Zhao è stata di aver ambientato in una ambientazione russa una storia di schiavitù, sulla base della convinzione, sbagliata, che la Russia zarista non abbia mai praticato lo schiavismo, e che questo sia un elemento esclusivo della storia americana. Perciò spesso chi ti accusa di appropriazione non sa di cosa sta parlando.

          • L’argomento spinoso “appropriazione culturale” è stato usato pure nel caso Dolce&Gabbana, non so se lo ricordi quella pubblicità trovata offensiva da milioni di cinesi, e lì la questione era che non tolleravano che qualcuno (non conoscendo la loro cultura) la usasse per deridere e offendere anche se in modo goliardico e sguaiato un popolo, “guadagnandoci” su. Quindi ormai questo concetto è così volatile che tutti lo possono usare in modo strumentale contro qualcuno anche solo se ti è antipatico. Io ho così pochi lettori che non mi preoccupo ancora, ma mai diventassi come dire “famosa” non dubito che qualcuno la porrebbe come questione. Seppur sto attentissima ad essere quanto più rispettosa di tradizioni, usanze, credi che non appartengono direttamente alla mia cultura.

  5. Mi sembrano mancare un paio di elementi nella tua discussione

    Ok che l’autore è incaricato di creare e scrivere una storia ed è completamente sua la ‘colpa’ di come la vuole fare ma io ricordo di aver lavorato come valutatore per 10 anni.
    Se mi arriva un prodotto in mano io lo leggo, lo valuto e ne valuto il potenziale per il mio pubblico, per i miei lettori.
    Se il potenziale è valido allora lo passo a un editor che lo raffina, lima, migliora e rende ‘perfetto’
    Fatto questo poi passa la marketing e all’ufficio stampa che si occupa della parte promozionale.

    Il vero problema è che negli ultimi anni sono venute a mancare le prime due figure, quella del valutatore e quella dell’editor.
    Si pubblica la qualsiasi purché abbia avuto un minimo di riscontro sui SN e chissenefrega della qualità, del target, del linguaggio, il libro ha preso mille like quindi stampa e distribuisci oppure, il libro ha venduto 100K copie presto fai il film che lo vendiamo a netflix.
    E questo è il giusto e corretto risultato.

    Queste situazioni ci sono sempre state, ci sono sempre state le lettere dei lettori che pretendevano di rivedere il finale di un libro riscritto.
    Giusto per fare un esempio non famoso ti ricordo il libro MIsery di Stephen King che parla proprio di questa situazione ed è una pubblicazione dell’87 quindi la situazione non è affatto nuova. E, dalle sue stesse parole, non è una idea che gli è venuta da un incubo ma da situazioni reali che viveva il suo agente e vari altri scrittori.
    Solo che oggi sono venute a mancare le figure professionali che potevano gestire e arginare queste situazioni ed è giusto che accadano.
    Ed è giusto che gli autori siano preoccupati perché sono sempre meno interessati alla qualità del prodotti lungo tutta la filiera e quindi è giusto che ne paghino le conseguenze
    Ed è giusto che gli editori/case di produzione siano preoccupate perché hanno ucciso le professionalità preposte a questo e ora ne pagano le conseguenze.

  6. Ho sempre più l’impressione di vivere in un romanzo di John Brunner, e non è una bella sensazione

  7. Pingback: Ragazzi, Lovecraft è altra cosa – Plutonia Publications

  8. Ho visto un simile delirio di onnipotenza dopo la quarta stagione di Sherlock (che, lo ammetto, effettivamente non era granchè…)
    La ferocia di una pletora di spettatori assatanati contro Moffat e Gatiss rei di non aver resto canon il rapporto amoroso tra Sherlock e Watson mi ha lasciata sbigottita.
    Anche lì petizioni alla BBC con pretese deliranti e assurde.
    …A mio modesto parere, tutto quello che hanno ottenuto è stata la cancellazione della serie
    Cioè, non è ufficiale, ma dopo tutto il delirio non so con che coraggio potrebbero farne una quinta.
    Parafrasando Guareschi, direi che tutto ciò non è bello, ma è istruttivo… 😦

    • Non ho gran simpatia per Gatiss e soprattutto per Moffat, ma come si suol dire, proprio per questo evito la loro fiction (Gatiss ha fatto degli ottimi documentari).
      Credo che i fanz stiano un po’ perdendo il senso della misura.

  9. che clima tossico che hanno creato attorno a game of thrones

  10. I “veri fan” hanno rotto il cazzo.

  11. Pingback: È già momento di FOMO? – Bluebabbler

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