strategie evolutive

ciò che non ci uccide ci lascia storpi e sanguinanti

Ancora trent’anni

21 commenti

Nel caso ve lo foste perso, è stato pubblicato il mese scorso un report preparato da Breakthrough – il National Centre for Climate Restoration, con sede a Melbourne, Australia. Nel caso ve lo foste perso, lo trovate qui, da scaricare, gratis.
Sono undici pagine, scritte in maniera molto chiara e diretta. Il genere di breve riassunto tattico che non lascia molto spazio alla speculazione ma elenca i fatti in maniera quasi clinica.

L’aspetto emotivo di tutta questa faccenda, vedete, è spaventosamente importante, e ne parleremo più tardi, ma per ora limitiamoci alle undici pagine del testo. Che dice, fin da pagina 1, che la crisi climatica che stiamo attraversano è in questo momento la principale minaccia a breve termine per l’esistenza della nostra civiltà.

Peggio ci sono solo le bombe atomiche, ci informa l’Ammiraglio Chris Barrie, nell’introduzione al report. Barrie è un vecchio militare, non una ragazzina dall’aria triste che si possa bullizzare sui social. Me lo vedo un po’ come Buzz Aldrin, l’ammiraglio Barrie – stessa scuola, stessa impostazione, se gli date del cretino o dite di volerlo travolgere con l’automobile, vi prende a pugni in bocca.
Che magari potrebbe anche servire, chi lo sa.
A volte il dolore fisico aiuta a riflettere.

Il report è scarno e lascia pochi dubbi – secondo i due compilatori, David Spratt e Ian Dunlop, ci restano trent’anni, se manteniamo questa gestione della crisi – che è, a tutti gli effetti, una non-gestione.
Non confondiamoci: si sta facendo un sacco di lavoro, a tutti i livelli, per cercare di salvare il salvabile, ma manca uno sforzo coordinato.

This scenario provides a glimpse into a world of “outright chaos” on a path to the end of human civilisation and modern society as we have known it, in which the challenges to global security are simply
overwhelming and political panic becomes the norm.

Ma è molto peggio di così.
Secondo la Banca Mondiale stiamo arivando alla soglia di non adattabilità.

La cosa funziona in questo modo: il clima del nostro pianeta sta cambiando rapidamente…

Questo tra l’altro è un dato di fatto, e le battutine sul Maggio piovoso – “fa freddo, dov’è il riscaldamento globale?” – sono solo vuota retorica fatta per infinocchiare i gonzi, per far leva sulla confusione per disinnescare la discussione.

Ricominciamo da capo: il sistema si sta modificando rapidamente.
Il cambiamento è reale.
L’idrosfera e l’atmosfera del nostro pianeta costituiscono i componenti principali di una macchina la cui funzione è dissipare il calore. Se il calore aumenta, la macchina cambia regime, e parti diverse della macchina cominceranno a funzionare inmaniera diversa.
Aumenta il numero e l’intensità di uragani e tornado.
I cicli stagionali si alterano.
Le fasce climatiche si spostano.
Spostando le fasce climatiche si innescano migrazioni – di gente dalla pelle di un colore diverso dal vostro, certo, ma anche di insetti e parassiti, di altre specie animali. Di malattie.
E non è che “quelli là ci portano le malattie!” – è che il sistema si sta riassestando, e le malattie seguono la temperatura e l’umidità. la zanzara del Nilo è parcheggiata fuori da casa nostra non perché hanno aperto un kebabbaro che si chiama “Il faraone” sull’angolo della via dove viviamo.
La zanzara del Nilo, con tutti i parassiti che navigano nel suo sangue, si è trasferita a casa vostra perché c’è il clima adatto.

Ora, la selezione naturale provvede di solito a determinare come le diverse specie reagiscono a questi cambiamenti globali.
Le scelte di solito sono l’adattamento o l’estinzione.
Ma noi abbiamo un grosso cervello, e l’abbiamo usato per costruire una civiltà. Le civiltà sono sottoposte alla selezione naturale esattamente come qualunque altra forma di vita sul pianeta, ma hanno una possibilità in più – una civiltà può adattarsi al cambiamento, può estinguersi, o può cercare di governarlo.
Grande, eh?

Noi l’opportunità per governare il cambiamento climatico purtroppo ce la siamo giocata. Gli allarmi erano suonati per tempo, a metà anni ’70, ma poi subentrò un elemento che mandò tutto in cortocircuito.

Questo elemento è una forma di infezione memetica, un’idea che si è propagata ed ha attecchito a fondo nella nostra psiche: quella che sia possibile una crescita infinita all’interno di un sistema finito.
È la base dell’economia moderna, e di un sistema che sarebbe disposto a vedervi morire male pur di mantenere lo status quo. Ed è una forma di fede – essendo la fede, come ci dice Wikipedia, l’accettazione di una realtà invisibile.
Dite ad un fisico che è possibile una crescita infinita in un sistema finito, e quello vi riderà in faccia. Ditelo a un banchiere, e quello vi dirà che sì, il mondo è meraviglioso.

È stato essenzialmente per non intaccare il sistema economico – e l’ideologia che lo sottende, quindi in pratica per non rischiare di veder crollare una fede – che i progetti varati negli anni ’70 dall’amministrazione Carter negli USA per mitigare il cambiamento ambientale vennero mandati a gambe all’aria dalla successiva amministrazione Reagan.
Tutti si accodarono, naturalmente.

E ancora oggi, se parlate di cambiamento climatico, vi troverete ad affrontare una opposizione che è sostanzialmente ideologica, se non addirittura religiosa: affermare, dati all amano, che la macchina che dissipa il calore della terra si stia assestando su nuovi parametri porterà ad obiezioni che tireranno in ballo il libero mercato e la distribuzione della ricchezza.

La cosa realmente preoccupante, arrivati a questo punto, è che questa resistenza religiosa all’ammettere l’evidenza sta andando a interferire con la nostra seconda – e ultima – possibilità: non potendo più intervenire per arrestare il cambiamento, dovremmo adattarci. E potremmo cercare di pilotare l’adattamento – siamo, dopotutto, una civiltà, possiamo agire a scala planetaria. Possiamo adattarci e salvare tutto il salvabile.

È qui che entra in gioco la Banca Mondiale – ed è ironico, non trovate, che sia uno degli organi principali della fede che fin qui ci ha boicottati, a suonare l’allarme… Potrebbe significare che neanche loro ormai riescono più a ignorare il rischio?
La Banca Mondiale ci dice che stiamo per superare la soglia di adattabilità.

Passato quel punto, la palla passerà alla selezione naturale, che si metterà al lavoro coi soliti metodi sulla nostra specie – e su tutte le altre – perché l’ora delle civiltà sarà ormai passata. Non potremo più pilotare alcunché.

Io di solito a questo punto dico che questo significa semplicemente che i vostri figli moriranno malissimo, ma poi mi si dice che sono malvagio e arrogante.
Però è vero – nel caso del crollo della nostra civiltà, noi e i nostri figli non siamo nella posizione migliore per sopravvivere, e non siamo nella posizione migliore per adattarci. Sul pianeta moriranno a milioni, certo, a miliardi, quando si innescherà l’effetto domino, e noi occidentali e industrializzati saremo quelli che accuseranno il colpo più forte.
Sopravviverà probabilmente qualche sacca di cacciatori-raccoglitori in Borneo o in Sud America. Forse i Tuareg potrebbero avere più di una possibilità all’inferno, forse gli abitanti della Mongolia Esterna.
E con un po’ di fortuna, trovandosi a dover negoziare un ambiente in drastico cambiamento, in capo a cinque o seimila anni potrebbero anche mettere in piedi una civiltà decente.

Ma voi ed io?
I nostri figli?
Non diciamo sciocchezze!

Perché in questo momento un weekend in campagna senza cellulare e senza internet vi pare una cosa meravigliosa.
Una bella baita senza neanche la luce elettrica.
La natura incontaminata. Un sogno!
Ma pensate al resto della vostra vita senza elettricità, senza internet, senza cibo e senz’acqua. Ad affrontare malattie che credevate debellate da secoli, a dover competere con persone affamate e cattive quanto voi.

E lasciate che ve lo dica: voi non siete Mad Max.
Non offendetevi.
Voi non reggereste una settimana, in quelle condizioni.

Questo è lo stato delle cose, ma il report australiano che vi ho linkato sopra, e che vi invito a leggere, lascia ancora uno spazio alla speranza.
Io credo sia troppo ottimista, ma sono anche convinto che essere ottimisti sia l’unica soluzione.
L’alternativa è il suicidio.

Se solo non ci fosse questa orribile, infermale componente emotiva!
Perché è quella che ci blocca.
È quella che continuamente sposta l’oggetto del contendere, che sì, vabbé, ma però…

Bisognerebbe imparare a dominarla, e a controllarla, ma forse ormai è troppo tardi anche per questo.
Vi faccio un esempio – ho cominciato a scrivere questo post per un motivo molto semplice: io scarico la furia attraverso la tastiera, e scrivere mi serve ad elaborare le mie reazioni.

Un’ora fa, minuto più minuto meno, un amico ha condiviso sul suo profilo un articolo di uan rivista online che riassumeva il report australiano col titolo NEW RESEARCH: HUMAN CIVILIZATION WILL LIKELY COLLAPSE BY 2050.
Segue uno scroscio di battute divertentissime, sul fatto che non è poi una cattiva notizia, che allora è giusto godersi gli anni che restano, e che se poi non succede c’è chi si incazza.

Ecco, la mia reazione emotiva immediata sarebbe quella di insultare questa gente.
In maniera pesantissima, roba da far sanguinare i loro amici per simpatia, roba da far morire tutti i loro antenati una seconda volta.
Perché, credo di averne già parlato, ho una grande fiducia nell’Homo sapiens sapiens. E mi piace anche la nostra civiltà.
Mi piacciono i libri e i telescopi, la possibilità di comunicare alla velocità della luce e la facilità con la quale è possibile acquisire nuove conoscenze.
Mi piace come abbiamo esteso la nostra civiltà fino all’orbita, e come siamo scesi sui fondali oceanici. Mi piacciono Bach e i Polkadot Stingray e tutto quello che ci sta in mezzo. Mi piacciono i progressi della medicina e l’idea che le persone abbiano tutte la stessa dignità, indipendentemente da tutte le loro differenze. Mi piace come siamo arrivati ad avere le armi per distruggerci, e non le abbiamo usate, onorando in questo modo i miliardi di persone che invece sono morte in guerra, dai tempi di Gilgamesh fino ad oggi: grazie ragazzi, abbiamo imparato la lezione. Non tutti, non sempre, ma abbastanza.
Si spera.

Abbiamo fatto una bella corsa.
Ed è per questo che quando sento qualche … qualcuno che fa delle battutine spiritosissime sul collasso di questa civiltà che a me piace tanto – un collasso non dovuto a un evento istantaneo e imprevedibile, alla Materia Oscura o a che altro, ma semplicemente alla prevalenza di una forma estremamente stupida di accettazione di una realtà invisibile … ecco, a me le battute su certe cose causano una furia spaventosa.

Un mio limite, naturalmente.
Mi prendo troppo sul serio, ne sono certo.
Sono un grugnone.
Non sono in grado di apprezzare the lulz.
Chissà, forse è perché a me quest’idea, che si debba morire, ha sempre scocciato a morte.

Il fatto è che, naturalmente, insultare queste persone non servirebbe a nulla. Esattamente come non serve a nulla cercare di spiegare quale sia il problema, come ci si possa lavorare, cosa debba cambiare.
Ormai, io temo, i giochi sono fatti.
Perché la reazione, da parte di tutti, resta comunque emotiva.
Come bestie, e non come Homo sapiens sapiens.

Non fanno che ripetercelo, da anni, che alla fine siamo solo animali, vero?
Una balla colossale, che svilisce millenni di lavoro, di idee, di sogni e di ideali. Perché abbiamo deciso di credere a questa gente?

Autore: Davide Mana

Paleontologist. By day, researcher, teacher and ecological statistics guru. By night, pulp fantasy author-publisher, translator and blogger. In the spare time, Orientalist Anonymous, guerilla cook.

21 thoughts on “Ancora trent’anni

  1. “E FATTELA UNA RISATA”, è già stato detto?
    Non potrei essere più d’accordo con te, semplicemente certe persone andrebbero passate nel tritacarne.

    • “Coloro che gli dei vogliono distruggere, prima li fanno impazzire.”
      C’è già un sacco di gente che ride, non hanno bisogno del mio contributo.
      Però no, non sono d’accordo, e non credo che esistano neanche “certe persone”.
      Oh, OK, certi politici e certi industriali che sapevano e hanno portato avanti la pratica del Business As Usual, sì, OK, esecrabili.
      Ma chi all’idea di veder scomparire millenni di civiltà ci mette un LOL. Non sono cattivi.
      Forse cercano solo di farsi coraggio.
      Per qiuesto non è giusto insultarli: sono anche loro parte di quesdta civiltà, anche se in contumacia.

      • Dissento. Il cinismo, in ogni sua forma, va passato nel tritacarne. Perché è una moda idiota che ha rotto i coglioni e si basa fondamentalmente sulla mancanza di rispetto delle idee e degli ideali altrui. Se il tuo “farti coraggio” passa sulla pelle di qualcun altro e va a sminuire secoli di impegno, allora no, non è condonabile.

        “E fattela una risata” è la tipica frase che si dice, in queste situazioni, a chi prende seriamente una cosa che tu stai disprezzando o che vuoi ignorare. Una frase che odio (e che mi sento dire regolarmente) e che stavo usando per fare il verso a chi la usa.

  2. Ci sarebbero tante cose da dire. Non ho mai creduto alle previsioni oltre i dur/tre anni, relative a qualsiasi materia. È da più di un quarto di secolo che leggo previsioni catastrofiste che regolarmente vengono smentite dai fatti. Per molte di esse mezzo mondo avrebbe dovuto già essere sommerso. Memorabili quelle di Al Gore. E invece siamo ancora qui. La storia di al lupo al lupo non ha evidentemente insegnato nulla, e forse è per questo che le masse sottostimano un problema reale. Pensieri in libertà, senza intenti polemici. Consiglio la lettura di Danzando nudi nel campo della mente di Kary Mullis, premio nobel per la chimica, soprattutto per i capitoli dedicati, appunto, ai cambiamenti climatici, alla relativa ricerca e alle carriere costruite intorno ai paradigmi relativi

    • Sarebbe interessante vedere cosa sarebbe successo se i vari al lupo al lupo non fossero stati lanciati, e i programmi ad essi connessi non avessero mai avuto un avvio.
      Ma quello naturalmente è qualcosa che non potremo mai vedere.

  3. Pingback: Ancora trent’anni — strategie evolutive | Antonella Sacco

  4. Robert Zubrin ha risposto a questi deliri “gretini” nel 2011 con il magistrale “Merchant of Despair”, che si può sintetizzare in: Malthus era un sociopatico ed aveva torto.
    Detto altrimenti, i signori come Malthus e la WB non ritengono che i miei figli devono morire male perché è il mondo è finito, ma perché vogliono loro quelle risorse.
    Il mondo ha abbastanza spazio ed energia per tutti quanti: sperando di non scadere nell’anedottica, la popolazione umana potrebbe vivere tutta in Nuova Zelanda, con la densità abitativa di New York. Solo che è più bello avere la casa suburban o peggio la villa a Malibù.
    Anzi, tecnicamente, sono Malthus e gli gnomi di Zurigo che vogliono la casa a Malibù e per averla tu devi morire male.
    Per il poco che ho potuto conoscere di te in quanto “lurker” mi pari una persona abbastanza sveglia: non lasciare che un bias da “grugnone” ti fotta il cervello e ti impedisca di capire perché un jet privato per Davos consumi più di un’utilitaria a metano, ma solo la seconda verrà vietata.
    Con indiscussa stima
    Paolo Giusti

    • Ti ringrazio per la sollecitudine dimostrata verso lo stato di salute del mio cervello 🙂
      Più che aneddotica, quella della Nuova Zelanda è, io temo, una metafora grossolana: la popolazione di New York si permette una certa densità perché in realtà l'”impronta” di New York è molto vasta – la città non produce che una frazione delle proprie risorse alimentari ed energetiche, e quindi per supportare la sua popolazione ha bisogno di un’area molto vasta per mantenersi.
      Sarebbe in effetti interessante verificare l’area di superficie del pianeta che un cittadino di New York “impegna” per vivere. Immagino che da qualche parte i dati ci siano – darò un’occhiata e magari ci faccio un post.
      Detto ciò, io non dubito che i problemi siano risolvibili, e che esista una fetta di umanità che non ha interesse a risolverli. Ma si tratta, nel caso di queste elite neofeudali, di una visione miope. Essere gli unici a bere champagne mentre l’aereo precipita è una magra consolazione, perché lo schianto arriverà per tutti.
      Poi uno magari dice, OK, però ubriaco di champagne l’impatto non lo sento. Però è una magrissima consolazione, figlia di una cultura che non pensa a lungo termine, e continua a pensare a risorse infinite in un sistema finito.

  5. È tremendo vedere come ancora poche persone si rendano conto del rischio che stiamo correndo. In un certo senso sono stato contento di quello che ha fatto Greta: ha sensibilizzato i più giovani. Almeno da come mi è parso di vedere, molti più giovani (perfino persone che conosco) si sono informati del problema e hanno deciso di dire la loro. Il punto è che non solo le persone ma anche i governi dovrebbero lanciare l’allarme e spiegare quanto sia preoccupante la situazione. Sinceramente io non voglio che i miei figli vivano in un mondo alla Mad Max. Assolutamente non voglio che vada a finire in quel modo.

    • Nessuno sano di mente potrebbe desiderare una cosa del genere.
      E certamente, non solo i singoli, ma soprattutto i governi dovrebbero attivarsi. E trovo interessante che, dove i governi latitano, sempre più spesso vediamo organizzazioni spontanee prendere l’iniziativa. Sarà interessante vedere come queste cose si sviluppano.

  6. Ribadisco la mia avversione per il termine (g)retino, e confermo la mia sensazione (suffragata naturalmente dai fatti) che in questi ultimi anni il problema ambientale abbia avuto una come dire accelerazione. A essere sincera a me preoccupa più che un ordigno atomico esploda per errore, ma questo è una mia fisima. Per essere costruttivi pensiamo a cosa stiamo facendo, a quanti sono al lavoro (già prima del fenomeno Greta Thunberg). Ecco Davide per scrollarti di dosso l’aura di mena gramo fa un post su i lati positivi della questione, metti in luce i tanti eroi dall’Artico all’Antartico, scienziati, sociologi, economisti, contadini (si anche loro, piantando alberi hanno ricostruito ecosistemi). Bilancia un po’ con i pro, lo so tu evidenzi le criticità e metti in guardia, ma il lettore medio avverte ciò solo come un estremismo, un problema ingiustificato. Vedendo gente all’opera, che magari ottiene risultati, magari accrescerai la sua consapevolezza della realtà e delle misure per intervenire.

    • È una buona idea – e un sacco di lavoro.
      Vedrò cosa si riesce a fare.
      Ma non sapevo di avere addosso l’aura del menagramo… chissà, potrei farne una professione, ottenere una patente… ci sono dei precedenti.

  7. La mia ovviamente era una battuta, ti ci manca solo l’aura del menagramo e sei appsto.

  8. Se il premier Australiano, con il suo paese che oggi brucia, continua a negare il cambiamento climatico ho idea che non solo non si farà marcia indietro ma che probabilmente si schiaccerà l’acceleratore.

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