strategie evolutive

ciò che non ci uccide ci lascia storpi e sanguinanti

Alla (micro)ventura

9 commenti

Ho sempre invidiato molto Peter Fleming, non solo perché era uno scrittore decisamente migliore di suo fratello Ian, con uno straordinario controllo della propria prosa, capace di coniugare classe, ironia e una chiarezza esemplare, non solo perché attraversò tre quarti dell’Asia in maniera avventurosissima, spesso in compagnia di Ella Maillart, ma perché aveva sui documenti, alla voce Professione, la dicitura Avventuriero.

Ho qui di fianco al mouse il minuscolo ma indispensabile Piccolo Manuale del Perfetto Avventuriero, di Pier Mac Orlan, che qui da noi viene pubblicato da Adelphi – ma credo che neanche un volume Adelphi riesca a sdoganare sui nostri lidi la dignità dell’avventuriero.
Nazione di cialtroni, l’Italia resta un paese perbenista, nel quale gli avventurieri – e dio ci scampi, le avventuriere – vengono visti come qualcosa di aberrante, di impresentabile, con una ben definita aura di malaffare.

I genitori di un giovane futuro avventuriero rinuncerebbero volentieri a un po’ della loro parte di Paradiso pur di vederlo sparire senza esserne ritenuti responsabili.

Pierre Mac Orlan, Piccolo Manuale (ecc..), 1920

Diversa cosa sono le avventure, naturalmente – quelle ce le offrono regolarmente agenzie turistiche e travel & lifestyle blog.
Basta potersele permettere.

Grazie ai prodigi della tecnologia moderna, scrivo “avventura” in Google e in un click arrivo ad una pagina che mi mostra “50 avventure da fare una volta nella vita”… proprio quello che cercavo, giusto?
E mi domando per un momento se le avventure si facciano, o se sia più corretto dire che si vivono. Già questo è un indizio interessante, non trovate?
Vediamo…

  • cascate del Venezuela
  • in Nuova Zelanda lungo il Midford Track
  • il Larapinta Trail tra Alice Springs e Mount Sonder
  • Wadi Rum sulle tracce di Lawrence d’Arabia
  • in Tanzania fra gli scimpanzé
  • trekking in Ladakh…

Ecco il trekking in Ladakh è abbastanza classico. Conosco abbastanza gente che da Torino è andata a fare trekking in Ladakh da essermi fatto l’idea che il Ladakh sia come Via Roma al sabato pomeriggio, ma senza le vetrine dei negozi d’abbigliamento e la possibilità di farsi una cioccolata calda con panna da Baratti & Milano.

Tutte queste “avventure” (non vogliatemene per le virgolette, che considero obbligate) sono facilmente accessibili – basta pagare.
In fondo è quello che interessa. Non gli scimpanzé della Tanzania, ma quelli che frequentiamo qui – ufficio, palestra, apericena.
Abbiamo un reddito usa-e-getta, e possiamo usarlo per impressionare i nostri pari.

Ma stiamo parlando di turisti, non di avventurieri.

Eppure il National Geographic assegna ancora ogni anno il premio all’Avventuriero dell’Anno – una mezza dozzina di persone che hanno vissuto avventure vere, di quelle nelle quali il costo del biglietto non è l’unico fattore discriminante.
Nel 2012 il premio venne assegnato tra gli altri a un inglese con l’aria del gatto randagio, Alastair Humphreys.

Giovanissimo, Humphreys ha fatto il giro del mondo in bicicletta: è partito dallo Yorkshire nel 2001, appena finita l’università, ed è andato a sud, attraversando l’Europa e l’Africa. Poi da Città del Capo è passato via mare (non in bici) fino al sud America, che ha risalito fino in Alaska e da lì è passato a Magadan in Russia, poi giù lungo l’arcipelago giapponese, attraverso la Cina e l’Asia centrale, fino a chiudere il circuito. Ci ha messo quattro anni.

Successivamente, Humphreys ha attraversato l’India a piedi (fu leggendo il suo resoconto di quell’avventura che scoprii questo personaggio), ed ha attraversato l’Atlantico in barca a remi.
Ancora successivamente ha corso una maratona attraverso il deserto e compiuto altre imprese estreme, spesso per raccogliere fondi per organizzazioni benefiche. Campa scrivendo libri sulle sue avventure, tenendo conferenze e con le donazioni dei lettori del suo blog.
E il premio come Avventuriero dell’Anno il NatGeo non glielo ha assegnato per nessuna di queste cose. No, neanche per il fatto che campa di scrittura e di avventure.

Non so se Alastair Humphreys abbia mai letto il libro di Mac Orlan. Ne dubito, e tuttavia ciò che sta al cuore del motivo per cui Humphrey è stato premiato è un’idea che si trova, perfettamente descritta, nel libro di Orlan:

L’avventura è una condizione mentale.

Partendo da questo concetto, e spinto dal desiderio di scardinare l’idea che l’avventura sia una attività elitaria, nel 2010/2011 Alastair Humphreys ha sviluppato l’idea di Microavventura. Che è ciò per cui è stato premiato come Avventuriero dell’Anno 2012.

Se l’avventura è una condizione mentale, si è detto Humphreys, è possibile ritrovare questa condizione mentale in qualunque luogo, svolgendo qualunque attività purché questo stimoli la nostra immaginazione in certe direzioni. Ciò che conta è come ci poniamo nei confronti del viaggio.
In fondo è per questo che il trekking in Ladakh e la serata con gli scimpanzé della Tanzania per molti si rivelano esperienze alienanti e depressive, esistenzialmente spossanti, “guarda l’anno scorso siamo stati a Rimini, è stato ma moolto più appagante, ma proprio!”
Per vivere l’avventura serve la condizione mentale dell’avventuriero.
Diavolo di un Mac Orlan che l’aveva capito quasi esattamente cento anni or sono, diavolo di un Humphreys che ci ha vinto un premio.

Perché se davvero posso vivere un’avventura non per dove sono o cosa faccio, ma per come sono e come faccio ciò che sto facendo, allora… allora possono farlo tutti, ovunque.

Per un anno, Humphreys ha intrapreso avventure “a chilometri (quasi) zero”, giocando sul fatto che vive in una nazione che ha un sacco di piste ciclabili e sentieri pedonali e treni locali e non si piò mai essere a più di 100 chilometri dal mare. Ha cominciato con un’avventura di una settimana, per ridurre i tempi e concentrare, distillare gli effetti, fino ad arrivare ad avventure da mezza giornata, spesso durante la settimana lavorativa – dalle cinque del pomeriggio alle nove del mattino successivo.

Ciascuna uscita soddisfaceva tutti i punti-chiave dell’avventura. Faceva freddo. Metteva alla prova il mio fisico. Finivo a chiacchierare con gente che normalmente non avrei incontrato.

Alastair Humphreys, intervista al National Geographic 2012

Una ideale Microavventura funziona più o meno così…

  • esco dal lavoro alle 5 del pomeriggio
  • prendo un treno
  • proseguo a piedi o in bici nella campagna
  • mi godo l’ambiente
  • bivacco per la notte
  • mi sveglio all’alba, prendo un treno per tornare a casa, e per le nove sono in ufficio

Ma potrebbe anche prendere una piega completamente diversa… potrebbe svolgersi durante il weekend, o comportare una gita in bici, o una lunga camminata fino in collina, o una passeggiata lungo il fiume, o una visita a una città in cui non siamo mai stati, con un pernottamento avventuroso sul divano di un amico…
E non cominciamo neanche a parlare di esplorazione urbana o altre cose del genere.

Il primo esperimento di Humphreys fu a suo modo radicale:

Decisi di intraprendere l’avventura più provocatoriamente banale che potessi immaginare: la M25, l’autostrada che circonda Londra. È pesantemente trafficata. Tutti odiano quella strada. E io ho percorso un tour della M25. Sono partito a gennaio. Faceva freddo. C’era la neve. Era fisicamente impegnativo. Ho visto nuovi posti. Ho visto alcuni posti bellissimi, che non mi sarei mai aspettato di trovare. Ho incontrato persone interessanti Quella settimana ha spuntato tutte le caselle che il mio giro del mondo in bicicletta di quattro anni aveva spuntato. Sono tornato a casa col cervello che ronzava. Era piuttosto stupido e sciocco, ma era stata una vera avventura.

Alastair Humphreys, intervista al National Geographic 2012

Ciò che conta è riuscire ad avere l’atteggiamento mentale giusto.
Andare in un bel posto e fare qualcosa di buono, come dice il motto della comunità che a partire dal 2014 (anno in cui il termine Microadventure è entrato nei vocabolari inglesi) si scambia informazioni, idee, foto, filmati…

Si tratta di spedizioni a budget zero, ma organizzate come vere spedizioni, documentandosi e prendendo le precauzioni del caso – come Peter Fleming che andò in Russia negli anni immediatamente successivi alla Rivoluzione, con una falsa lettera di presentazione di Lenin e un fucile di piccolo calibro preso in prestito da un missionario in Cina, ma con una mappa accurata, tappe prestabilite, una corretta valutazione dei rischied una cinquantina di sterline.

Ed è facile essere cinici. In fondo è quello che ci viene richiesto dai social, no? Essere cinici e blasé.

  • Dei poveracci che per darsi un tono fanno una scampagnata e la chiamano “avventura”.
  • A questo punto vado in un agriturismo.
  • Con tutti i problemi che ci sono, pensassero alavorare invece di andarsene in giro in bici.
  • E comunque il tipo, lì, l’inglese, poi ci scrive i libri e fa le conferenze e ci guadagna, lui…

Ma questo cinismo da pochi soldi non ha nulla a che fare con lo stato mentale dell’avventuriero, quello teorizzato nel 1920 da Mac Orlan.
Se affrontiamo la cosa con il giusto atteggiamento mentale, persino il weekend in agriturismo può diventare un’avventura.
Persino le due settimane a Rimini.
Persino – ma ci vuole impegno – il trekking in Ladakh tutto compreso con lo sherpa in affitto.

E io credo sarebbe divertente, da insegnare ai ragazzi – che si può essere avventurieri, anche se la mamma ci sogna bancari, come quelli che poi vanno a fare il Larapinta Trail tra Alice Springs e Mount Sonder.

Ora ci sarà la 2019 Summer Solstice Microadventure Challenge, e salvo imprevisti io e mio fratello ci proveremo. Affronteremo il selvaggio Astigianistan, forti del fatto che visto che siamo già qui, ci risparmiamo un viaggio di andata e ritorno in treno.
Ho deciso di farlo perché è un buon modo per sganciare il cervello dalla scrittura, che ormai mi occupa a tempo pieno, e perché è divertente l’idea di passare una notte a fotografare la fauna selvatica fra le vigne dell’Astigianistan inesplorato.
Certo, rischieremo di essere impallinati da qualche indigeno, fermati dai Carabinieri, o più semplicemente essere additati come stramboidi dai bravi cittadini di queste terre.
Ma dopotutto, l’avventura comporta per sua natura una minima componente di pericolo.

Autore: Davide Mana

Paleontologist. By day, researcher, teacher and ecological statistics guru. By night, pulp fantasy author-publisher, translator and blogger. In the spare time, Orientalist Anonymous, guerilla cook.

9 thoughts on “Alla (micro)ventura

  1. Sono così pantofolaio che già attraversare la città mi sembra un’avventura! 😛

    A ogni modo, potreste buttare giù un diario di viaggio, col giusto tocco di ironia. E poi integrarlo coi mostri del folklore dell’Astigianistan, così ci fate pure il classico “manoscritto ritrovato” (se tragico) o il libro a lieto fine, con gli avventurieri che diventano indagatori dell’incubo e risolvono la crisi ^^

    Buona avventura!

  2. Inutile dire che faccio il tifo per voi… Io che le mie microavventure le ho vissute quasi tutte nelle valli di Lanzo, o a Venaria Reale… Ma le caratteristiche c’erano. Ciao!

  3. L’Astigianistan è segnalato dal Dipartimento di Stato americano nella stessa categoria dello Yemen, con una nota del tipo “peccato non ci siano anche i sauditi, vi sarebbe andata meglio”…
    Portatevi una treccia d’aglio e un paio di paletti acuminati, che è sempre una buona idea.

  4. Buon viaggio e buone avventure!
    Io qualche anno fa avevo cominciato a correre, e appena avevo messo 10 km di autonomia nelle gambe avevo lasciato a casa ogni gadget e andavo a zonzo nelle vie di paese, dove da ragazzo facevo scampagnate in bicicletta. Devo dire che sono stati tra i viaggi più interessanti che abbia mai fatto!

    • Sì, spesso non sappiamo cosa si nasconde sotto casa nostra.
      Ricordo ancora la meraviglia, tanti anni addietro, quando durante una lezione di scuola guida, svoltando in un incrocio a forse un chilometro da casa mia, scoprii quello che era praticamente un piccolo paese di campagna, con le casette basse, gli orti e le siepi di rose, le persone che chiacchieravano sedute fuori dalla porta di cas, incastrato fra i palazzi della periferia di Torino, a 100 metri dal muro di cinta della Fiat Mirafiori.

  5. Pingback: C’erano una casa abbandonata e dei ragazzini curiosi – Plutonia Publications

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.