strategie evolutive

ciò che non ci uccide ci lascia storpi e sanguinanti

Sono arrivato in fondo alla scala

10 commenti

Oh, and there we were all in one place
A generation lost in space
With no time left to start again

Don McLean

Domani è il venti di luglio 2019. A meno che non siate molto distratti, vi sarà capitato di sentire da qualche parte che è il cinquantenario del primo allunaggio umano sulla luna.
Venti di luglio 1969, Apollo 11. Cinquant’anni fa.
Ci saranno molte celebrazioni, molte commemorazioni.
Io però vorrei cominciare da una data diversa.
Io vorrei cominciare dal 2 di novembre del 2000.

Perché il due di novembre del 2000, poco meno che diciannove anni fa, fu una data altrettanto speciale – fu l’ultimo giorno in cui ci trovammi “All in one place”, come cantava Don McLean. Da allora (come mi ha ricordato pochi minuti fa QI), c’è sempre stato qualcuno nella Stazione Spaziale Internazionale.

L’ultima volta che avete pensato alla Stazione Spaziale Internazionale è stato nel 2015. Non ci avevate mai pensato molto prima, non ci avete più pensato granché dopo.
Vi affacciavate dalle finestre a fare ciao ciao con la manina.
Poi basta.

In passato era stato diverso.
Nell’aprile del 1961 i russi avevano messo in orbita un uomo – il primo uomo nello spazio – e due anni dopo, nel giugno del 1963, una donna.
Io non c’ero, ma…

Nel 1964 un mio prozio (fratello di mia nonna) scrisse una lettera a sua sorella.
Lo zio si trovava in Argentina – ce lo avevano spedito che era ancora un bambino, subito dopo la Grande Guerra, perché la famiglia era povera e numerosa e c’era un passaggio per uno. Toccò a lui.
In quella lettera del 1964 il mio prozio scrisse una poesia a sua sorella, che non vedeva da trentacinque anni.
Faceva il meccanico, il mio prozio, e forse già il fatto che abbia scritto una poesia è indice di come stiamo parlando di un’altra epoca, un’epoca davvero diversa.
In questa breve poesia, che parla di nostalgia, e di mancanza, e del desiderio di rivedere le persone che sono rimaste indietro, quel solitario meccanico argentino cita Yuri Gagarin e Valentina Tereskova – il primo uomo e la prima donna nello spazio.
Non sarebbe bello, si domandava il mio prozio nel 1964, poter chiedere un passaggio a uno di loro, e farsi portare a casa in un attimo, e poi indietro?
Erano passati tre anni dalla missione di Gagarin e uno da quella della Tereskova, ma si trattava di eventi che erano entrati, evidentemente, nel lessico quotidiano delle persone.
Perché non è più così?
Perché l’attività umana nello spazio è diventata talmente normale e naturale che la diamo per scontata?
O piuttosto non ci pensiamo?
Perché non ci pensiamo?

E poi ci trovammo tutti nello stesso posto, una generazione perduta nello spazio, senza più tempo per ricominciare.
Perché il 20 luglio del 1969 eravamo davvero tutti nello stesso posto.
E perché non avremmo dovuto?
C’erano tre nostri simili, tre rappresentanti della nostra specie, che stavano facendo qualcosa che era stato sognato da millenni. Qualcosa di così straordinariamente coraggioso e grande, che solo uno sciocco non si sarebbe fermato a rifletterci, provando un brivido.

In una intervista rilasciata ieri, Samuel Delany ricordava le prime parole pronunciate da Armstrong sulla luna.
Che non sono, “un piccolo passo per un uomo–” e non hanno niente a che vedere con mister Gorsky.
Le prime parole pronunciate da Armstrong sulla Luna furono

Sono arrivato in fondo alla scala.

Che non è una frase a effetto, ma … pensateci, a quella scala.

Il ventotto di gennaio del 1986 lo shuttle Challenger esplose dopo settantatré secondi dal decollo.
Alcuni fanno coincidere con quella data e quell’evento il progressivo allontanamento del pubblico dalle missioni spaziali.
Altri fanno notare come, cessata la potenziale minaccia sovietica (missili nucleari dall’orbita!) anche l’interese politico per lo sviluppo dello spazio vicino passò in secondo piano.

E tuttavia, non ci siamo fermati.
Dove non potevamo andare noi, abbiamo mandato dei nostri agenti – macchine, costruite e programmate per fare ciò che avremmo fatto noi: raccogliere campioni, vedere com’è il posto, mandare a casa delle foto.

Da quasi vent’anni abbiamo una presenza umana stabile nello spazio.
Che è qualcosa di straordinario, ma non è una cosa alla quale pensate spesso, vero?
Perché non ci pensate?

Siamo davvero diventati così blasè?
È perché “la scienza è difficile”?
O forse si tratta di cose che “non hanno alcun impatto sul nostro quotidiano”?
Davvero “le imprese spaziali servirono solo a distrarre gli Americani dai loro veri problemi”?
Da dove viene tutta questa oscurità?

Un paio di giorni addietro raccontavo ad alcuni amici del mio surreale incontro, un paio d’anni fa, con una persona che non crede allo spazio.
NO, davvero, nel senso che proprio non crede allo spazio.
Le stelle, i pianeti, le comete, lo spazio… tutte balle, non è vero niente.
“Ma allora cosa sono le luci che vediamo nel cielo?” le chiesi a suo tempo.
“Ma cosa mi interessa?! Io ho altri problemi, ho due figli, io!”

William Shakespeare diceva che non c’è oscurità, ma solo ignoranza.
Il mio amico Luca Signorelli dice che non c’è ignoranza, ma solo paura.
E io su questa tendo a dare ragione a Luca (sorry, Bill! Better luck next time.)

Paura di cosa, mi chiedete?
Del futuro.
Perché il futuro non lo conosciamo, ed è diverso.
Ciò che è diverso ci fa paura (credo che sia una sensazione che conoscete bene). Meglio il passato, allora. Il passato è bello, è sicuro, non fa scherzi, non ci coglie di sorpresa, non cambia le regole a metà partita.
Lo conosciamo bene, il passato (o probabilmente no, perché studiare la storia non serve a nulla, ci hanno detto), e ci riempie di una nostalgia soffice e tiepida che genera un notevole fatturato.
Un fatturato molto più ingente di quello sviluppato dal futuro, se ci pensate (ma voi non ci pensate, è il punto di tutto questo post, giusto?)
È bello avere un modello semplice della realtà, che non ci riservi sorprese, che non ci chieda di prenderci delle responsabilità e fare delle scelte, prendere delle decisioni.
Possibilmente un modello che deleghi quelle responsabilità e quelle scelte a qualcuno che vi ha promesso che il futuro sarà come il passato.

Esiste davvero una connessione fra la vostra paura del futuro, la vostra rampante ignoranza, il vostro assoluto desiderio di scaricare ogni responsabilità su qualcun altro, la vostra stolida, muta disperazione mascherata da #godiforte, e l’esplorazione spaziale?

È una interessante possibilità, non credete?
È già successo in passato, che una civiltà abbia arrestato la propria avanzata, si sia ripiegata su se stessa, abbracciando l’oscurantismo o lo stato di guerra perenne contro tutto ciò che poteva perturbare lo status quo. Affondare e bruciare la flotta, dare fuoco alle biblioteche, erigere un altro moai bruciando un altro pezzetto di foresta, comprare un SUV ancora più potente…
È una dinamica frequente.
La conosciamo, e potremmo evitarla.
Se non avessimo così tanta paura del futuro.

E così, come quando nel 2015 vi affacciavate alle finestre alla sera per fare ciao ciao con la manina perché passava Astrosamantha, domani vi sciropperete la vostra modica quantità di celebrazioni.
E poi vi scorderete di tutto quanto.
I problemi sono ben altri, naturalmente, e ne siete consapevoli – ma non sapreste elencarli, e anche elencandoli, non state facendo niente per risolverli.
Per fortuna ci sarà un uomo forte che li risolverà per voi.
E il futuro tornerà ad essere come il passato.

Siamo arrivati al fondo della scala, ma nessuno sembra più avere il coraggio di fare quel piccolo passo.
E non abbiamo più tempo per ricominciare.

Autore: Davide Mana

Paleontologist. By day, researcher, teacher and ecological statistics guru. By night, pulp fantasy author-publisher, translator and blogger. In the spare time, Orientalist Anonymous, guerilla cook.

10 thoughts on “Sono arrivato in fondo alla scala

  1. in fondo alla scala c’è un sacco di scimmie pazze, armate di badili, che scavano alacremente.

    grazie per ricordarmi ogni tanto com’è che continuo a commuovermi di fronte a quelli che hanno posato il badile, hanno alzato la testa da terra, e si sono messi a cercare. avendo pure la pazienza, l’arte e il garbo di raccontarcelo.

  2. Si sono d’accordo, Luca ha una visione che condividiamo … e i corpi quasi non sentono più la paura

  3. Bisogna anche dire che ora si tende a dimenticarlo, ma a suo tempo il programma lunare non era particolarmente popolare fra gli statunitensi, ed era percepito da una maggioranza come una spesa inutile.

  4. Un paio di giorni addietro raccontavo ad alcuni amici del mio surreale incontro, un paio d’anni fa, con una persona che non crede allo spazio.
    NO, davvero, nel senso che proprio non crede allo spazio.
    Le stelle, i pianeti, le comete, lo spazio… tutte balle, non è vero niente.
    “Ma allora cosa sono le luci che vediamo nel cielo?” le chiesi a suo tempo.
    “Ma cosa mi interessa?! Io ho altri problemi, ho due figli, io!”

    Che poi voglio dire, ma che relazione c’è tra il non interessarsi e l’avere figli? Una cosa esclude l’altra? Non ho figli quindi magari chiedo eh.
    Mi fan ammattire le persone che per tagliare ogni discorso dicono che sono troppo impegnati con le cose serie (bollette, lavoro etc.). Gli altri invece sono stronzi che han tempo da perdere?

  5. Mi son commosso al pensiero d’una poesia che veniva dal cuore per una persona amata e che usava anche le missioni spaziali per essere più pregnante e poetica

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