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ciò che non ci uccide ci lascia storpi e sanguinanti

La dignità delle puttane

8 commenti

Quanto segue è una versione accorciata ed editata di unpost che i miei follower su Patreon hanno ricevuto pochi minuti fa.
Poiché è bello essere miei sostenitori su Patreon, la loro versione è completa – e si va ad incastrare in una cosa che si chiama Nuts & Bolts – lo zen e l’arte di scrivere per pagare i conti.
O qualcosa del genere. Si tratta di una serie di articoli (14, finora) con cadenza per lo meno mensile, spesso bisettimanale. esclusivi per i miei sostenitori, per parlare di quegli aspetti della scrittura che di solito non si trovano coperti nei manuali.
Ma questo argomento specifico mi interessa, questo post è (anche) una risposta alla mia amica Silvia, e quindi metto la versione raccordiata qui per tutti.

Questo post è iniziato con una conversazione che ho avuto con la mia amica Silvia, una conversazione che è iniziata a causa di questa copertina e di questo libro.

Ammetto di non conoscere l’autrice, né la coautrice/ghostwriter menzionata in copertina. Capisco che si tratti di una sorta di instant-book pubblicato (dal più grande editore in Italia) per capitalizzare sulla popolarità dell’autrice, che sarebbe la giovane donna in copertina.
Dal titolo possiamo presumere che non sia un libro di cucina o una raccolta di meditazioni zen, ma chi lo sa?

La mia amica Silvia ha pubblicato la copertina di cui sopra e ha notato …

Io ho solo una domanda che mi frulla in testa: ma per il ghostwriter ne vale la pena?

La mia amica Silvia

Risposta breve: Sì.
Se non ne fosse valsa la pena, il ghostwriter non avrebbe accettato il lavoro. Bello liscio.

Ma le cose si complicano.
La domanda di Silvia implica che i soldi nel lavoro dovrebbero essere sufficienti per compensare … cosa?
La perdita della dignità?
Lo stigma di scrivere quello che potrebbe essere – e probabilmente è – un libro sullo scopare in giro?
Il semplice lavoro estenuante di infondere un po’ di dignità letteraria nelle storie della buona notte di un personaggio televisivo?

Cosa “ne vale la pena”?
Come?
E perché?

Ora questo è interessante, questo è un argomento che vale la pena discutere. Cominciamo con l’approccio più semplice e meccanico alla cosa.

Possiamo ridurre il lavoro a parole, ore, centesimi e dollari.

  • Quanto devo scrivere?
  • Quanto ci vorrà?
  • Quanto pagano?

Questo è relativamente semplice: sai che la tariffa professionale è compresa tra i sei e i dieci centesimi a parola e la prendi da lì. Stanno offrendo abbastanza per il volume di lavoro che vogliono che io faccia?

o Si
o No

Spunta la casella appropriata e vai avanti.
Questo è il modo in cui valuto le open call che mi arrivano, ad esempio.
Alcune riviste ti offrono 100 dollari per una flash fiction di 300 parole, altre offrono una tariffa forfettaria di 25 dollari per qualsiasi storia tra 1000 e 10000 parole. Che è pochissimo, ma forse mi piace il tema o potrebbero esserci altri vantaggi.
Il che ci porta alla prossima domanda …

  • Quali vantaggi sono associati al lavoro?

Essere pagati è importante, ma ci sono anche altri fattori non quantificabili, vale a dire (e non limitato a) …

  • Networking
  • Il Diritto di Vantarsi
  • Validazione per associazione
  • Fare beneficenza
  • Divertimento

E poi c’è il problema della dignità.

Il fatto che io sia disposto a scrivere per soldi non significa che mi sto svendendo, o che mi sto prostituendo o che io sono una macchina della storia pigia-i-pulsanti-giusti-e-ritira-il-contenuto.
Innanzitutto, sono uno scrittore e non un “fornitore di contenuti.”
In secondo luogo, proprio come chiunque altro, non mi piace essere trattato male, o che mi manchino di rispetto e mi diano degli ordini “perché ti pago, ecco perché!”

La dignità entra in gioco anche in un altro modo in questo circo che chiamiamo scrivere per guadagnarsi da vivere.
C’è in generale la percezione da una certa parte del pubblico che alcuni tipi di lavori di scrittura abbiano meno dignità di altri.
L’esempio ovvio è lo stigma dell’erotica: scrivere storiacce sconce non è bello, i “veri scrittori” non sporcherebbero mai il loro puro talento e la loro ispirazione incontaminata scrivendo storie su ragazze facili e accoppiamenti casuali.

Il “work for hire”, quello che viene pagato a forfait e non avrà il nostro nome sopra è anch’esso visto come una svalutazione del proprio Dono – cose come brevi articoli per siti Web, materiale di gioco, ghostwriting…

Credo che certe idee derivino almeno in parte da una certa cultura cattolica: se la scrittura – proprio come qualsiasi altra attività artistica – è espressione di un dono di Dio (il talento, l’ispirazione ecc.), allora usare un dono divino al solo fine di fare soldi è immorale.
È irrispettoso verso Dio e il suo dono.
È ingiusto verso coloro che non hanno il dono. È come barare a carte, si guadagna denaro grazie a un vantaggio illecito.
Ma questa è solo una mia idea, sia chiaro – probabilmente le ragioni sociali e psicologiche sono molto più complicate.

La mia opinione sulla dignità dell’intera cosa è in qualche modo diversa.
Ritengo che fintanto che svolgo il mio lavoro onestamente e al meglio delle mie capacità, rispettando il mio editore e i miei lettori e mettendo un po’ di verità in ciò che sto scrivendo, non importa se si tratta di un romanzo epico, un libro di cucina o le memorie di una famigerata cortigiana, il mio lavoro ha dignità.
Se non mi svendo, se non scrivo con la mente rivolta ad altro, se il denaro è importante ma non è l’unico motivo per cui sto facendo questo lavoro e il pubblico si fotta…
Allora sono a posto.

Questo ci riporta alla domanda originale di Silvia.

Ne è valsa la pena per il ghostwriter?

Indubbiamente sì da un punto di vista puramente finanziario – come dicevo, altrimenti non avrebbe accettato.
Probabilmente sì dal punto di vista dei vantaggi: è un gancio con un grande editore, è un libro che venderà a carrettate…
Chissà, forse è stato anche divertente da scrivere.
La difficoltà del mettere ordine negli appunti di una persona che non sa scrivere (se sapesse scrivere non ingaggerebbe un ghost)? Quello è stato certamente messo in conto. Non è detto che noi si possa sempre e solo scrivere ciò che ci risulta facile e congeniale, se lo facciamo per vivere.

Il resto, la parte sulla dignità personale è, sì, personale. Non andrò a giudicare uno scrittore a causa della sua scelta di ciò che ha scritto.

Continuo a pensare che un instant book sulle storie di letto di un personaggio televisivo potrebbe essere un lavoro più onesto di un romanzo fantasy fatto con lo stampino su misura per il minimo comune denominatore, pubblicato a cottimo senza editing da un editore che non pagherà gli scrittori.
Ma hey, io sono notoriamente strano.

Autore: Davide Mana

Paleontologist. By day, researcher, teacher and ecological statistics guru. By night, pulp fantasy author-publisher, translator and blogger. In the spare time, Orientalist Anonymous, guerilla cook.

8 thoughts on “La dignità delle puttane

  1. Concordo pienamente.
    Prima o poi tutti ci siamo confrontati con una scelta, o più di una e oltre ai soldi abbiamo dovuto decidere quale era il limite minimo della nostra dignità e etica (il massimo non conta, quello fa tanto eroe romantico ma non conta ^___^ )

    Io stesso mi sono trovato davanti a parecchie scelte di questo genere e alla fine sono tornato a fare il sistemista per avere uno stipendio fisso.
    Solo questione di etica personale.
    Ma mai e poi mai giudicherei chi lavora con correttezza e onestamente indipendentemente dall’argomento dei suoi libri, anzi, probabilmente lo giudicherei ancora meglio.

    P.S. io sono sempre di più dell’idea che il talento proprio non esiste e se proprio non potete fare a meno di crederci considerate quanto sia ininfluente nella vostra vita.

  2. D’altronde, un approccio professionale alla scrittura è anche e soprattutto quello che hai elencato. Tutto il resto sono fisime da poser in attesa della musa ispiratrice

  3. Una domanda, visto che ho dovuto cercare in rete sia il nome grosso che quello piccolo in copertina: si può parlare di ghostwriter in questo caso specifico? In fondo la Stella Pulpo è una scrittrice che si occupa di sessualità (almeno così sembra dai risultati dei motori di ricerca). Quindi in qualche senso è proprio il suo campo, e il suo nome compare.
    Ovviamente il senso del post non cambia, era solo per capire lo scenario di partenza

    • Sì, forse il termine ghostwriter è scorretto – si dovrebbe parlare di co-autrice.
      Anche se a quanto pare nessuno dubita che la titolare del volume abbia solo risposto a qualche domanda e si sia messa in posa per la copertina.

  4. Detto questo, ogni lavoro ha la sua dose di cose che si fanno per campare (o, come dicevano una volta, ogni lavoro è prostituzione). Io sono un ricercatore, ma una parte del tempo lo passo a compilare moduli, correggere esami di gente che non ha aperto libro e partecipare a riunioni inutili in cui le cose importanti sono già tutte decise a monte. Immagino che storie analoghe le abbiano tutti, facessero anche il lavoro più bello del mondo. Ma come dici tu, alcuni lavori sembrano dover portare con sé purezza, e possibilmente anche un po’ di fame per l’autore, altrimenti dove sta il fuoco sacro dell’ispirazione?

    • Non so dove sia il fuoco sacro dell’ispirazione, e spero solo che nessuno mi mandi una bolletta del gas anche per quello.
      Detto ciò, essere pagati non significa vendersi. È questo il concetto basilare che molti paiono essersi scordati – e non solo nell’ambito delle professioni creative.
      C’è molta voglia di servitù coatta, nel nostro mercato del lavoro.

  5. 😀 dopo enel-gas pure enel-fuocosacro.

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