strategie evolutive

ciò che non ci uccide ci lascia storpi e sanguinanti

Una storia che potrebbe esservi familiare, e come va a finire

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Nel 20° secolo l’aumento della popolazione e la domanda di beni materiali spinge a una maggiore produzione industriale, che cresce a una velocità maggiore rispetto alla popolazione. L’inquinamento causato dall’aumento dell’attività economica aumenta, ma a partire da un livello molto basso e non influisce seriamente sulla popolazione o sull’ambiente.
Tuttavia, la maggiore attività industriale richiede input di risorse sempre crescenti (nonostante il miglioramento dell’efficienza) e l’estrazione delle risorse richiede capitale prodotto dal settore industriale (che produce anche beni di consumo). Fino a che la base di risorse non rinnovabili non è ridotta a circa il 50% del livello originale o finale, solo una piccola parte (5 per cento) del capitale totale viene allocata al settore delle risorse, essendo queste ancora facilmente ottenibili o di alta qualità. Tuttavia, poiché le risorse scendono al di sotto del livello del 50% nella prima parte di il 21° secolo e quelle rimaste diventano più difficili da estrarre e elaborare, inizia ad aumentare l’investimento del capitale necessario. Ad esempio, nel momento in cui si scende al 30% della base di risorse originale, la frazione del capitale totale che è assegnato al settore delle risorse raggiunge il 50% e continua ad aumentare mentre la base di risorse viene ulteriormente esaurita.
Con una significativa percentuale del capitale destinato all’estrazione di risorse, nonostante una intensificata attività industriale (per soddisfare le molteplici richieste di tutti i settori), la produzione industriale effettiva (pro capite), non avendo fondi allocati sufficienti (li stiamo usando per le risorse) inizia a diminuire precipitosamente attorno al 2015, mentre l’inquinamento derivante dall’attività industriale continua a crescere. La riduzione degli input per l’agricoltura da parte dell’industria (che deve focalizzarsi sulla ricerca di risorse), combinata con gli impatti dell’inquinamento sui terreni agricoli, porta a un calo delle rese agricole e quindi una diminuzione della quantità di cibo prodotto pro capite. Allo stesso modo, i servizi (ad es. Salute e istruzione) non sono mantenuti a dovere a causa di capitale e input insufficienti.
La diminuzione della fornitura pro capite di servizi e alimenti provoca un aumento del tasso di mortalità a partire dal 2020 circa. La popolazione globale quindi diminuisce, al ritmo di circa mezzo miliardo per decennio. A partire dal 2030 circa gli standard di vita medi per la popolazione aggregata (ricchezza materiale, cibo e servizi pro capite) riflettono sostanzialmente le condizioni dell’inizio del 20° secolo.

Vi suona familiare?

Dovrebbe, perché è una sintesi di un testo pubblicato nel 1972, che mise un tale terrore addosso all’allora governatore della Georgia, Jimmy Carter, che quando diventò presidente degli USA si disse che quello era il principale problema da affrontare. E cominciò a varare provvedimenti per frenare il disastro prima di arrivare a quel fatale 2015.
Era il 1977.
E se considerate il mondo in cui viviamo, l’idea che un politico nel 1977 faccia piani per il 2015 suona abbastanza assurda.
Forse perché, quando nel 1981 Carter concluse il proprio mandato, venne eletto Ronald Reagan, e l’amministrazione Reagan si impegnò per smantellare tutti i progetti ambientali dell’amministrazione Carter.
Si trattava dopotutto di provvenimenti che avrebbero obbligato le aziende a ridurre i profitti e ad aumentare gli investimenti in nuove tecnologie sostenibili.
E ridurre i profitti è male.
Anche perché, in effetti, molti dei lobbysti che spinsero l’amministrazione Reagan a fare quelle scelte nel 1981 non sarebbero arrivati vivi al 2030 e lo sapevano, quindi chissenefrega. Come si diceva, pensare a cinquant’anni nel futuro stava per diventare una cosa che non si sarebbe fatta più.

E poi, onestamente, se nel 2030 il tenore di vita medio fosse tornato ad essere quello del 1901, il problema era comunque un problema altrui – anche nel 1901 c’erano i ricchi, giusto?

Venne anche avviata una campagna per screditare il modello che ho riassunto qui sopra – cominciò nel 1989, con un articolo intitolato Dr Doom, sulla rivista Forbes.
E la cosa proseguì quando lo studio vene aggiornato e ripubblicato nel 2002, spostando la data del disastro al 2010, e mettendoci anche i movimenti di popolazioni, le epidemie, la guerra.
Venne nuovamente criticato come implausibile e tendenzioso.
Certe cose non sarebbero mai successe perché il sistema poteva autosostentarsi, creando ricchezza e felicità per tutti, all’infinito.
Qualcuno di voi se lo ricorda Bjorn Lonborg? Era quello che nel 2002 disse che erano tutte sciocchezze e che i problemi ambientali, a cominciare dal riscaldamento globale, non esistono. Il suo libro divenne un bestseller – lo usai anch’io, per i miei corsi di statistica, per mostrare agli studenti come sia possibile manipolare i dati in malafede a supporto di una certa parte invece di analizzarli in maniera neutrale per stabilire la verità, che è ciò che uno scienziato dovrebbe sforzarsi di fare.

Nel 2004 fu la volta di Michael Crichton, che scrisse State of Fear, sulla politicizzazione della ricerca scientifica e su come gli scienziati cattivi e gli ambientalisti terroristi avessero gonfiato i dati sul riscaldamento globale perché sono cattivi e vogliono i soldi per i finanziamenti e la fama e le donne e le auto veloci e sono cattivi, ma proprio cattivi.
Credo che lo abbiano letto MOLTE più persone di quante non lessero il libro di Lomborg.
Crichton venne accusato di aver travisato i dati dagli autori delle pubblicazioni scientifiche che aveva citato – ma il libro divenne un bestseller. Divenne un testo consigliato per i membri del congresso che erano dubbiosi sul riscaldamento globale, e vinse un premio per il giornalismo scientifico finanziato dai petrolieri. Ma è certamente un caso.

Tutto questo per dire che non è stata la fatalità.
La fatalità è, esco di casa, mi squilla il cellulare, e mentre sto rispondendo un automobilista ubriaco salta sul marciapiedi e mi travolge. Quella è fatalità.

In questo caso no.
È stata una scelta, fatta dalle persone alle quali ci siamo affidati.
È stata una scelta consapevole, di proseguire col modello Business As Usual. Così si chiama quella simulazione del 1972, che non è l’unica simulazione che venne svolta. Ne fecero altre, con delle soluzioni alternative, che avrebbero mitigato lo schianto, evitato il crollo.
Era il 1972, il volume divenne un bestseller, lavorarono alle alternative per quasi dieci anni, e poi arrivò l’ordine di fermare tutto, perché erano solo balle. Il futuro sarebbe stato bellissimo continuando così come si era sempre fatto.
Non una cospirazione, non un complotto – semplicemente una scelta, spinta con abbondanti investimenti, per evitare di dover modificare il sistema, e perdere profitti a breve termine e possibilmente una parte del consenso, in un impasto incestuoso di economia e politica.

Le scelte si pagano.
Sempre.
Una volta potevamo lavarcene le mani, godercela e lasciare i debiti da pagare ai nostri figli.
Ora non più – guardate cosa può capitare in meno di un anno, se eleggete un “uomo forte” al governo del vostro paese, uno che rimetterà al loro posto quelli che danno fastidio, e quello cerca di usare la Foresta Amazzonica per ricattare la comunità internazionale…

Perché non vi sarà sfuggito che la Foresta Amazzonica sta bruciando.
Questo nel modello del 1972 non c’era, perché era inconcepibile che una cosa del genere potesse capitare nella generale indifferenza.
Ma sta succedendo.
Stiamo perdendo un 15/20% della biodiversità della nostra biosfera, e un 20% dell’ossigeno, e scarichiamo in atmosfera qualche decina di miliardi di tonnellate di anidride carbonica – da 90 a 140 miliardi di tonnellate.
E non fate quella faccia, perché non avete gli strumenti intellettuali per immaginarvelo, un volume del genere.
Questo è parte del problema, probabilmente – la mancanza della capacità di immaginare certe quantità, certi fenomeni.

E capisco il senso di impotenza, di futilità, l’improvvisa consapevolezza di non contare assolutamente niente per nessuno.
Capisco che possa rendere apatici, o che renda desiderosi di trovare qualcuno a cui dare la colpa, e qualcuno che ci rassicuri, che ci dica che ci penserà lui, che tutto tornerà ad essere bellissimo come nel passato.
Come nel 1901.
Solo che anche quello è andato – sperare di poter aspirare allo stile di vita dei nostri bisnonni è una mera illusione, ormai.

E a questo punto voi potreste dirmi, e ora cosa vuoi da me? Ti aspetti che io risolva questa cosa?
E l’unica risposta che posso darvi è quella che Auric Goldfinger dà a James Bond in quel vecchio film.

No, mister Bond, mi aspetto che lei muoia.

È stato bello finché è durato.
Godetevi i titoli di coda, ma non respirate troppo forte – perché qui non è più una civiltà che collassa, è una biosfera.

Autore: Davide Mana

Paleontologist. By day, researcher, teacher and ecological statistics guru. By night, pulp fantasy author-publisher, translator and blogger. In the spare time, Orientalist Anonymous, guerilla cook.

17 thoughts on “Una storia che potrebbe esservi familiare, e come va a finire

  1. Questa volta non me la sento di condividerlo.

    • Perché?
      Se posso chiedere, naturalmente.

      • Perché la sola ragione per cui è possibile alzarsi al mattino è pensare che ci sia un modo,come afferma anche david Attenborough Anche uno soltanto. Personalmente credo di essere ormai nella fase dell’elaborazione del lutto della depressione, ma preferisco in ogni caso accendere una luce di speranza per gli altri, per quanto minuta. Niente di razionale. Un pezzo come il tuo mi fa semplicemente troppa paura.

        • Ah, allora avrei dovuto farlo prima.
          Perché forse, se fossimo riusciti a fare abbastanza paura ad abbastanza persone, con abbastanza anticipo, forse si sarebbe ottenuto un risultato.
          Fu la paura a stimolare Jimmy Carter a fare ciò che fece fra il ’77 e l’81, fu la paura ad alimentare le sue speranze, e a mettere in moto un progetto.
          È questo che io non vedo – un progetto.
          Per cui forse avremmo dovuto impegnarci a fare paura alle persone prima, e di più.
          Ora possiamo solo giocare con le carte che abbiamo in mano, e non sono bellissime.

  2. Da condividere assolutamente, un’analisi essenziale e e drammatica, ma tanto so già che leggerà chi condivide la consapevolezza e chi non vorrà capire continuerà a non capire che siamo messi proprio male.

    • Si tratta di qualcosa di troppo grande, e molte persone non riescono ad afferrarlo.
      Si è anche lavorato perché non lo potessero afferrare, naturalmente.
      Come dicevo più sopra (o sotto, non so come WP ordini i commenti), a questo punto possiamo solo giocare con le carte che abbiamo in mano.

  3. Sapevo bene della preoccupazione del presidente Carter per quanto riguarda il problema climatico. La cosa che più mi dispiace è che già negli anni ’70 queste cose si sapevano e c’erano persone che volevano fare qualcosa. Però poi il consumismo ha preso il sopravvento ancora di più e si è pensati di più al guadagno che al futuro del pianeta.

  4. Ormai è una macchina che si è messa in moto e nessuno è più in grado di fermarla.

  5. Tutto vero. Ma proprio tutto. Anche le tue due ultime frazi. Ciao!

  6. Ciao Davide,
    Cosa pensi succederebbe se effetivamente avessimo centrali a fusione tra 20-25anni, sulle quali il governo francese e MIT stanno competendo?
    Too little too late? O darebbe una finestra di respiro?

    • Non lo so perché non ho i dati sull’output previsto.
      Qualunque cosa ci darebbe un attimo di respiro, ma andrebbe comunque integrato in un piano più ampio e coordinato – e ciò che manca al momento è proprio la coordinazione.

  7. Molto interessante la pubblicazione del 1972, e soprattutto il fatto che un presidente abbia pensato fosse necessario agire per qualcosa 40 nel futuro (il paradigma attuale è “se premi questo tasto ricevi sette goleador ma un meteorite distruggerà ogni cosa fra un anno e mezzo” “Non è un problema mio”). Puoi dare un riferimento per cercarla? Al volo non riesco a trovarla.
    Ci sono alcune cose che puntualizzerei però.
    1) Non mi sembra che quello scenario si sia avverato? Per carità, avremmo avuto un sacco di ottimi motivi per cercare tecnologie più sostenibili, ma un aumento schiacciante della spesa per l’estrazione delle risorse per ora non mi pare si sia avverata – ok, fra non molto probabilmente ri-sentiremo parlare di una serie di materiali strategici le cui scorte sono molto limitate, ma come crisi sistemica proprio non è avvenuta, mi sembra. Abbiamo un’emergenza climatica catastrofica, ma non è questa, e non mi sembra ovvio che prepararsi a una crisi da scarsità di risorse ci avrebbe necessariamente aiutati a prepararci al cambiamento climatico. Alcune misure avrebbero sicuramente aiutato da entrambi i lati, ma forse c’erano legittime critiche nel merito, visto che al 2015 abbiamo tutti i problemi di sto mondo, ma quello predetto da questo scenario come minimo non è fra i principali. Idrocarburi ce ne sono fin troppi, magari fosse più costoso estrarli!
    2) Sulla questione amazzonica: partendo dal presupposto che la conservazione dell’amazzonia è essenziale e che è fondamentale per la biodiversità del pianeta, sono un po’ perplesso da quel che viene detto sul suo impatto “sull’ossigeno”. Non mi pare ci sia, o si prospetti, una crisi da *carenza di ossigeno*, nemmeno negli scenari peggiori del cambiamento climatico – l’eccesso di CO2 è cosa ben diversa. E una foresta stabile è neutra, almeno sul lungo termine, come impatto sulla Co2 atmosferica. Ovviamente, bruciare foreste libera CO2, ma le quantità citate (per la combustione *dell’intera foresta!*) corrispondono a un paio di anni di produzione di CO2 globale. Che rispetto al danno per la biodiversità e agli effetti locali sul clima, mi sembrano sinceramente l’ultimo dei nostri problemi. Da una parte sono contento che finalmente ci sia un po’ di attenzione mediatica su un problema ecologico, ma che sia una minaccia per “il nostro ossigeno” proprio non mi risulta, e se fosse per l’impatto sulla Co2, sinceramente avremmo altri problemi (uno a caso fra trasporti, carne, data centers o cemento, realisticamente, aggiungerà molta più CO2 dei roghi in amazzonia, quest’anno). Andrebbe inquadrata correttamente come una crisi per la biodiversità e per il suo impatto *locale* sul clima sudamericano.

    • Cominciamo con ossigeno e biodiversità.
      Il grosso problema è che al cittadino medio della biodiversità non importa un fico secco perché non sa cosa sia.
      L’aria da respirare è un concetto che, normalmente, gli è più familiare.
      I problemi della situazione in Amazzonia sono altri, e riguardano ciò che il governo brasiliano farà dopo che i fuochi si saranno spenti – è di oggi la npotizia che intendono affidare quei territori a delle multinazionali.
      Dopotutto è una piana alluvionale, e se la sgomberi dagli alberi puoi fare strip mining come se non ci fosse domani.
      Sul fatto che la crisi prevista non si sia verificata, sarebbe il caso di leggere la versione aggiornata al 2002 dello studio, del quale non ho parlato granché. Le modellizzazioni del ’72 erano basate sui dati disponibili all’epoca -e come sempre succede, aggiungi trent’anni di dati, e le proiezioni si fanno più precise.
      Detto ciò…
      La crisi c’è stata, ma stavamo guardando altrove.
      L’aumento degli investimenti c’è stato, ma è stato “tamponato” dalle compagnie petrolifere con dei tagli su altri settori (ad esempio la ricerca ed esplorazione, che ha perso il 75% degli addetti dal ’92 al 2002).
      Ed È più costoso estrarli, quegli idrocarburi, ed essendo di qualità piuttosto bassa, hanno costi più elevati di raffinazione.
      Ma non solo – le tecnologie estrattive in uso attualmente hanno un impatto non solo ambientale ma anche e soprattutto sociale ed economico, sulle aree dove insistono – perché non parliamo più di piattaforme isolate sul Mare del Nord o nel bacino del Congo, ma di campi di pompe in quelli che erano un tempo territori ad uso civile. Questo costo sociale di solito non viene conteggiato perché, in effetti, non lo pagano le aziende, lo pagano gli abitanti dei posti che una volta avevano dei campi di patate dietro casa, ed ora hanno dei campi di pompe. Costi in termini di crollo del valore di terreni e immobili, ad esempio, costi per il mantenimento della qualità della vita.
      E il taglio alla spesa su servizi e infrastrutture è un dato di fatto – vedi l’annosa questione della sanità pubblica negli USA, ma anche il tentativo di trasformare la UK in un paradiso fiscale extraeuropeo.
      Ci sono addirittura posti dove propongono di tagliare i medici di famiglia in quanto inutili (e costosi, perché pagati con i soldi pubblici, mentre se tutti andassero a consulto privato…)
      Lo studio del ’72, visti i dati disponibili, ha colpito decisamente vicino al centro del bersaglio. Poi, certo, le cose nella realtà sono sempre più complicate che nei modelli. Ma dire che le previsioni non si sono avverate è un po’ come dire “mi avevi detto che sarei morto di cancro, e hai sbagliato, sto morendo di leucemia.”

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