strategie evolutive

ciò che non ci uccide ci lascia storpi e sanguinanti

Lulù, Hunter S. Thompson e la retorica nerd – ovvero, l’infinità del vuoto

8 commenti

La notte passata ho speso un’oretta a guardare un vecchio documentario della BBC sulla buonanima di Louise Brooks. Forse non tutti sanno che la Brooks, oltre ad essere una figura iconica del cinema muto e dell’era del Jazz, fu anche, negli ultimi anni della sua vita, una straordinaria scrittrice di cinema. Lei c’era stata, ad Hollywood, fin dall’inizio. Aveva lavorato coi peggiori scalzacani e con i supremi artisti, era stata parte di quella cosa incredibile che è Pandora’s Box, e poi aveva vissuto un declino drammatico. La scrittura era stato il suo strumento di rinascita, l’atto di rivalsa di un’attrice mediocre (parole sue) che aveva sempre solo recitato se stessa, ma che aveva tenuto occhi ed orecchie aperti, ed aveva vissto, conosciuto, imparato.

E quello che segue sarà un discorso che andrà un po’ in tutte le direzioni per poi cercare di convergere su un solo punto.
Siete stati avvisati.

Perché il documentario e la visione della Brooks su Hollywood, il cinema e l’essere attori mi è venuto in mente stamani mentre parlavo con la mia amica Lucia ed alcuni altri prigionieri del Blocco C, dei film che non riusciamo più a guardare, e dei libri che non riusciamo più a leggere, e del perché questo succeda.
Tutti, stamani, nel cortile durante l’ora d’aria, siamo stati concordi nel riconoscere il principale motivo della nostra progressiva disaffezione per ciò che per venti o trent’anni è stata la nostra passione.
La colpa, naturalmente, è di Hunter S. Thompson.

È infatti ad Hunter S. Thompson che si fa risalire l’origine del cosiddetto “gonzo journalism”, che stando a wikipedia sarebbe

uno stile di giornalismo che è scritto senza pretese di obiettività, includendo spesso il giornalista come parte della storia attraverso una narrazione in prima persona. Si ritiene che la parola “gonzo” sia stata usata per la prima volta nel 1970 per descrivere un articolo di Hunter S. Thompson, che in seguito rese popolare lo stile. È un energico stile di scrittura partecipativa in prima persona in cui l’autore è un protagonista e trae il suo potere da una combinazione di critica sociale e auto-satira.

Wikipedia.org

Ho tradotto alla svelta la versione della Wikipedia inglese, anziché copiare la definizione da quella italiana, perché è meglio, e perché serve meravigliosamente i miei scopi. Ci arriveremo.

Lo stile del gonzo journalism è lo stile di default del blogger – è lo stile di questo post (no, non andate a dire “Mana si paragona ad Huner S. Thompson!” per cortesia, cercate di essere più sottili), perché si apre con un’esperienza personale e sarebbe privo di significato senza la parte personale. Il gonzo journalism abbatte da una parte la barriera tra report e pezzo di opinione, e dall’altra la barriera fra osservatore e osservato.
È uno stile che ha creato alcuni immortali capolavori e una valanga di immonde schifezze.

Il che ci porta alle recensioni che compaiono in media su blog e webzine, ed alle discussioni sui gruppi di facebook, ed alla comunicazione online in genere.
Che per loro natura non possono che essere autoreferenziali e “gonzo”.
E in questo non c’è, badate, nulla di male.

Uno dei libri migliori mai scritti sul cinema noir è Somewhere in the Night – Film Noir and the American City, di Nicholas Christopher. Christopher, che non è un critico cinematografico ma un poeta, scrive di film noir a partire dalla propria esperienza di spettatore dei noir, per interpretare il genere noir come una mappa delle paure e psicosi del pubblico americano degli anni ’50, sovrapponendo questa mappa alla mappa ideale della città americana, e arrivando così a definire il noir quasi come genere urbano, come metafora della città industriale.
Si tratta di un approccio “gonzo”, perché Christopher è il filtro e il fulcro dell’analisi – il libro ci parla di ciò che è stato il noir per lui, prima di estendere ed allargare la propria visione e cercare di contestualizzarla e renderla quanto più possibile universale.

In questo Christopher segue inconsapevolmente (ne sono quasi certo) la regola fondamentale di Gene Siskel per le recensioni, che faceva più o meno così

“La recensione è come un normale pezzo di cronaca su un incendio, in cui l’incendio è cosa io ho provato guardando il film”

Gene Siskel

E naturalmente gli scritti sul cinema di Louise Brooks sono “gonzo” in quanto frutto di una esperienza personale ed inscindibile dal resto del testo. Brooks scrive così (parlando ad esempio malissimo di Bogart) perché lei c’è stata, lo ha fatto, ha pagato le conseguenze, ed è quello che lei ci sta ora restituendo sulla pagina.

Onestamente, leggere Thompson, Christopher, Siskel o Brooks (o infiniti altri) non mi ha mai fatto passare la voglia di leggere libri, o di guardare film. Anzi.
Rileggere Louise Brooks che dice cose orribili su Humphrey Bogart e Lauren Bacall mi porta tutte le volte a riguardare Acque del Sud o Key Largo.
È vero, né Christopher né Siskel sono caratterizzati da una ironia tagliente come Brooks o Thompson, e Brooks non ha quel senso di auto-parodia monomaniacale che è lo stile di Thompson – ma d’altra parte Brooks è meravigliosamente autocritica e totalmente priva di inibizioni.

Sono tutte istanze nelle quali chi scrive è “embedded”, per usare un tecnicismo, nella situazione e nell’ambiente che sta descrivendo – come un reporter di guerra al seguito delle truppe, che vede, sì, i combattimenti e il terreno e gli schieramenti, ma essendo parte di quelle truppe, esposto allo stesso fuoco ed alle stesse intemperie, ugualmente a rischio della vita, si esprime non più col linguaggio del reporter, ma con quello del soldato in prima linea. È crudo, autentico, spesso poetico.

I blogger sono così, chi più chi meno (diamoci una collettiva pacca sulla spalla): sono sul campo, descrivono la realtà in cui sono immersi col linguaggio di quella realtà. Questa dovrebbe essere la chiave dell’efficacia del blog rispetto a media più convenzionali ed ingessati.

Ma allora perché sentire questo o quel blogger dire che Dune è un fantasy ed è noioso, invece di venirmi voglia di rileggere Dune, invece di suscitarmi il desiderio di partecipare alla discussione e confrontarmi, mi vien voglia di vendere la mia collezione di libri di fantascienza?
Perché tutti coloro che hanno scritto e scrivono, quotidianamente, gli occhi umidi e il labbro che trema per l’emozione, della gioia infinita provata giocando a quindic’anni con D&D Scatola Rossa mentre in sottofondo suonava la colonna sonora de La Storia Infinita per poi tornare a casa in BMX lungo i viali illuminati dalla luna, hanno fatto passare la voglia, a me ed ai membri della mia vecchia squadra, di giocare di ruolo?

E perché queste reazioni non sono soltanto mie, ma di molti altri, qui nel Blocco C, e perché proviamo la stessa stanchezza, lo stesso fastidio, quando leggiamo di quanto sarà meraviglioso il prossimo Batman, di quali strane e inaspettate direzioni prenderanno i prossimi film del MCU, di quanto sia mistica l’esperienza di fare binge watching sull’ultima serie Amazon, o Netflix, o quel che è?

Di questo si parlava stamani coi miei compagni di prigionia, e la conclusione a cui siamo giunti è questa – perché in aperto tradimento dello spirito del gonzo journalism (e in aperta contraddizione della citazione di Wikipedia che ho appositamente tradotto per poterla tirar fuori qui, come un conisglio dal cappello di un prestigiatore), in tutto questo non c’è traccia

di critica sociale e auto-satira

Quella che chiameremo in questa ultima parte del mio post “retorica nerd” per il solo vezzo di triggerare un po’ di coloro che sono arrivati fin qui, è in linea di massima assolutamente superficiale e ignorante, vuota di idee e sospesa nel nulla, e si prende mortalmente sul serio anche quando tenta disperatamente di strizzarci l’occhio e fare delle battutine. Soprattutto quando tenta disperatamente di strizzarci l’occhio e fare delle battutine.

“È per questo motivo che ho smesso di scrivere un blog.”

Un ospite del Blocco C

Il pezzo sui bei vecchi tempi in cui si programmava in Basic il Commodore Vic 20 è mera retorica, è come il richiamo di un grande uccello palustre, che tenta in questo modo di segnalare ai suoi simili la propria appertenenza allo stormo disperso nel canneto. Il film appena uscito, esattamente come quello che uscirà fra un mese, sono tanta roba, sono imprescindibili, spaccano. Magari col K.
È come essere nel corridoio, durante l’intervallo, alle medie.

E questo ha il potere di stancare, e di avvilire e vilificare l’argomento della discussione, specie per chi ha cercato – coi mezzi che aveva – di allargare un po’ il discorso, di vedere cosa c’era prima, cosa c’era dietro.
Chi come Louise Brooks c’era, lo ha fatto, e poi ha pagato le conseguenze, e non ha solo frasi fatte e opinioni da fianco sinistro di scatola dei corn flakes, ma anche ricordi, ed esperienze.

Se tutti i film diventano filmoni, se tutti i romanzi sono o ignoranti o da femmine, se gli unici due termini critici disponibili sono capolavoro e cagata pazzesca, se il 95% di cui parlava Ted Sturgeon diventa così brutto che è bello, la conversazione muore, e si riduce a richiami fra uccelli, a segni convenzionali fra chi, di fatto, non ha nulla da dire.
È l’infinità del vuoto, ma non quella di cui parlava Bodhidharma.
Porta all’oblio, e non all’illuminazione.
E noi, qui nel cortile del Blocco C, mentre le guardie ci invitano a rientrare in cella, vediamo sbiadire ciò che abbiamo amato, e siamo mortalmente stanchi.

“È per questo motivo che continuo a scrivere un blog.”

Un altro ospite del Blocco C.

L’ora d’aria è finita.
Buon finesettimana.

Autore: Davide Mana

Paleontologist. By day, researcher, teacher and ecological statistics guru. By night, pulp fantasy author-publisher, translator and blogger. In the spare time, Orientalist Anonymous, guerilla cook.

8 thoughts on “Lulù, Hunter S. Thompson e la retorica nerd – ovvero, l’infinità del vuoto

  1. Io, in casi del genere, se non trovo interessante la discussione, mollo direttamente il blogger, ma non la passione in comune di cui mi parla.
    Magari c’è qualcos’altro, che ti dà fastidio di quell’approccio al blogging: per esempio, il culto della personalità che si sviluppa attorno a certi blogger, quasi fossero l’avatara di una “divinità” concettuale chiamata MCU, o Star Wars, o Dragon Ball – o qualsiasi altro esemplare del pantheon “nerd”.

    Ma qui sto facendo bassa psicologia (junghiana, peraltro) da market, senza nemmeno averne titolo.
    Trovo che sia sempre un peccato, perdere interesse in qualcosa, ma nella vita si finisce per cambiare anche ciò che funziona bene e non sempre la contropartita è all’altezza…

    • È normale che gli interessi evolvano.
      Capita costantemente.
      È però indubbio che la generale tendenza della conversazione a farsi sempre più insipida non aiuti.
      Chi ha un interesse profondo o una passione vorrebbe vederne l’oggetto al centro se non di dotte analisi, per lo meno di una discussione dignitosa e costruttiva, e non sempre e solo una gara di rutti.
      E faccio presente che le mie osservazioni non sono sul medium – il blog, il blogging – ma sul modo in cui una vasta parte di una certa cultura ha cominciato ad esprimersi ANCHE attraverso i blog.

      • Probabilmente è una questione di grandi numeri, persino in un ambiente “piccolo” come il blogging: più gente ci si getta, più è facile che qualcuno lo faccia “male”, diciamo così. Qualcuno mollerà, qualcuno migliorerà, arriveranno altri a fare chiasso: come si fa con le storie e l’arte, si dovrà per forza selezionare i blogger più interessanti (anche solo per questioni di tempo) e magari si sperimenterà altro nei momenti più tranquilli o spinti dalla curiosità.
        Ma certamente, non dovremmo mai dare ad altri il potere sui nostri sentimenti per le storie che amiamo 😉

  2. Louise Brooks merita sempre, donna ecelttica e piena di sorsprese, che parlasse male di Bogart non sapevo, ma lei appunto c’era, noi lo conosciamo solo attraverso i suoi film, e li si apre l’annoso dibattito tra artista e opera. Comq tornando all’argomento del tuo post è che siamo stanchi, o forse stiamo invecchiando e i discorsi senza sale ci annoiano. Siamo diventati esigenti, che di per sè non è un male, bada bene, anzi è anche meglio. Il tempo è poco spendiamolo ad ascoltare buona musica, a vedere vecchi film, e leggere blog interessanti che ci trasmettono qualcosa. Ora torno nel mio antro polveroso, e se mai recupero il documentario su Lulù.

    • Indubbiamente siamo diventati esigenti, ma quello dovrebbe essere un percorso normale – senza perdere la curiosità, ma cercando sostanza.
      Il documentario su Youtube è buono.
      Io ho appena scoperto che la mia copia di Lulu in Hollywood della Brooks (che è consigliatissimo) l’ho prestata e non è mai tornata a casa, per cui mi toccherà un giorno ricomprarmelo.

  3. Le delusioni sono frutto delle illusioni. Beati voi che ne avete ancora, quando discutete di cultura dal vivo oppure on line con quelli che ritenete vostri simili. Be’, probabilmente non lo sono, è questa la dura realtà, che puzza di elitarismo, me ne rendo conto, ma fanculo, sono stanco di abbozzare. Questa sì che è una conseguenza dell’invecchiamento. Bisogna fare i conti con un paese in cui l’analfabetismo di ritorno è tornato almeno due volte, dopo aver fatto il giro dell’ignoranza globale prima di eleggere l’Italia a sua prima casa. Va anche detto,però, che le eccezioni esistono, e preferisco concentrarmi su di esse, piuttosto che mettermi a discutere con chi non si accorge di ripetere a pappagallo le idee che qualcun altro ha partorito per lui, facili abbastanza da essere clonate. Il 99% degli esseri umani là fuori non ha mai concepito un pensiero che fosse solo suo, e non la replica fedele dell’opinione di qualcun altro. Sono dispositivi bloccati su replay. Bisogna che ci facciamo i conti, con questa cosa. Questa faccenda della cultura nerd ha preso piede anche perché ha un entry level bassissimo. Non stupisce. E nemmeno che man mano che si approfondisce, che si studia, che si riflette, in una parola che ci si evolve, si rimane un po’ più soli. Ma soli con altri un po’ più evoluti, se si va a cercare e si ha un po’ di culo. E per oggi è tutto con le mie opinioni rancorose. Ho già detto che scrivo per non uccidere?

    • Concordo su tutta la linea, e tuttavia rivendico il mio diritto di dire, una volta ogni tanto, che l’ambiente sta andando ai macero, con la speranza – o forse l’illusione – che qualcuno possa ricevere il messaggio, e magari fare un primo passo sulla strada dell’evoluzione.
      Perché se è vero che crescere ci rende tutti un po’ più soli, crescere ci fornisce anche gli strumenti per aiutare chi sta crescendo.

  4. E io concordo sul cercare di aiutare chi sta crescendo 😉

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