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La Ghigliottina del Vento

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Fra qualche giorno i miei sostenitori su Patreon riceveranno la loro copia de La Ghigliottina del Vento, una novella con la quale celebrerò il secondo anno di Patreon e che andrà a far parte del mio progetto Sette Vite.
Le storie del progetto riprendono alcuni personaggi di mie serie – la prima storie è stat un racconto di Buscafusco, e poi verranno una storia di Aculeo & Amunet, una storia del Corsaro e così via. In alcuni casi, si tratterà della prima volta che questi personaggi compaiono in italiano.

La Ghigliottina del Vento è un caso particolare, perché fa parte di una serie, ma è anche il primo episodio di questa serie. Si tratta quindi di un debutto.

Ieri i miei sostenitori hanno avuto modo di leggere il primo capitolo della nuova storia.
Oggi ho pensato di condividerlo anche qui.
Si tratta di una traduzionemolto veloce di un capitolo non ancora editato, ma chissà, forse desterà la vostra curiosità.
Buona lettura.

Capitolo 1 – Sibirsky Trakt

Il Sibirsky Trakt seguiva la Transiberiana, correndo parallelo alle rotaie, una striscia di strada abbastanza ampia da consentire a due slitte di viaggiare fianco a fianco. Man mano che le giornate si allungavano e il freddo diminuiva, i rifugiati di Mosca e dell’ovest facevano la loro comparsa alla periferia di Krasnoyarsk. Alcuni viaggiavano in slitta, trainati da cavalli stanchi, trasportando le loro cose, ma la maggioranza arrivava a piedi, portando solo fame e disperazione. Sbucavano come fantasmi dalla la taiga e seguivano il Trakt con piedi inerti, i vestiti stracciati e sporchi, i capelli spettinati e gli occhi inselvatichiti. Sembravano naufraghi, e la pianura innevata era un oceano, attraversata da treni corazzati e bande di predoni, una superficie bianca ininterrotta sotto la quale i marinai affogati dormivano in attesa della primavera. Avevano attraversato le colline che circondavano la città come se stessero cercando di scendere a patti con le alte onde del mare e ora fissavano le luci di Krasnoyarsk come un uomo che sta annegando fissa una lontana promessa di terra ferma, con speranza e paura, sollievo e disperazione. La città se ne stava accovacciata sulla riva settentrionale del fiume, con le colline alle spalle, e guardava a sud verso la distesa infinita che sembrava stendersi fino alla steppa della Mongolia. E aspettava.
A volte un treno si muoveva lungo le rotaie da est, verso l’interscambio intasato, dove liberava il suo carico. Membri dello staff militare, rifugiati di ogni tipo e orientamento, funzionari del governo alla ricerca di una nuova e migliore capitale ora che Pietrogrado era perduta, gli avanzi di missioni straniere disillusi dal governo di Kolchak e pronti a venderlo ai bolscevichi, ospedali dell’esercito con il loro patetico carico di uomini mutilati, febbricitanti, i beni e le chiacchiere dei ministri del governo di Omsk e i portaborse in fuga dalla nave statale che stava affondando. Le locomotive superavano quelli che camminavano lungo il Trakt e li inondavano coi loro sbuffi di vapore. Generici relitti della guerra civile, arrivavano tutti a Krasnoyarsk, e Krasnoyarsk li accoglieva tutti.

Alla fine di settembre, una giovane donna con i capelli scuri e gli occhi luminosi arrivò a Krasnoyarsk da ovest lungo il Trakt, trasportata dal vento come i primi refoli di neve. I vecchi in città guardavano il cielo, annusavano l’aria e dicevano che sarebbe stato un inverno crudele e precoce. Ma erano abituati, e così si stringevano nelle spalle e tornavano a fumare la pipa.
La giovane donna con i capelli scuri era avvolta in uno spesso cappotto militare, così a lungo che spazzava il terreno nonostante si fosse cacciata gli angoli delle falde nelle tasche, e abbastanza grande da farla sparire tra le pieghe. Portava una coperta arrotolata, appesa a una spalla con una corda. Camminava lentamente, ma il suo sguardo era vivace, i capelli raccolti in una treccia che le ricadevano sulla spalla e sul petto, intrecciati con una lunga sciarpa.
Stava viaggiando su un treno da Samara, verso est perché non c’era nulla per lei a ovest, quando il suo convoglio era stato parcheggiato su un ramo morto per consentire il passaggio di un convoglio corazzato, e poi dimenticato. Lei e altri avevano abbandonato la nave, e continuato lungo il Trakt, camminando lentamente attraverso le conifere, mentre il cielo si oscurava e l’estate sfumava senza pausa nell’inverno. Presto si era trovata sola nella nebbiosa cattedrale della taiga, ma lei era sempre stava bene da sola.
Ora, cento miglia dopo, aveva il viso sporco e bruciato dal sole, e puzzava di polvere, sudore stantio e tabacco rancido, più simile a un moccioso di strada che a una donna adulta. Ma i soldati decisero di violentarla comunque. Erano in quattro, due cechi e due russi, uno dei quali indossava una giacca con una toppa sbiadita dove era stato il grado da sergente. Erano gli avanzi della rivoluzione, accampati alla periferia della città. Avevano bevuto per tenere a bada il freddo.
I quattro uomini si avvicinarono alla giovane donna come lupi che inseguivano un agnello smarrito, sorridendo e occhieggiandola, fischiettando e scambiando sorrisi osceni. Tra loro si passavano una bottiglia di vodka. La giovane donna li ignorò. Continuò a camminare, a testa alta, reggendo qualcosa frale pieghe del cappotto, una mano in tasca, ed evitando di riconoscere la presenza dei suoi sgraditi ammiratori.
Quelli fecero la loro mossa entrando nell’interscambio della ferrovia. Si affollarono intorno a lei, borbottando apprezzamenti fra i denti marci, e il più grosso cercarono di spingerla in un vagone teploushki abbandonato.
Lei urlò. Loro risero.
Lei allora sparò a quella grosso, in un ginocchio, e gli altri uomini si tirarono indietro, con le mani alzate, borbottando scuse spezzate. La bottiglia di vodka si schiantò sulla ghiaia tra le rotaie. Il loro compagno rotolò a terra, imprecando e tenendosi la gamba, ordinando loro di uccidere la cagna, di picchiarla e darle una lezione. I suoi amici esitarono, guardandosi l’un l’altro, guardando la canna fumante della pistola. Dopotutto non erano così ubriachi. Voci si stavano avvicinando, passi frettolosi, stivali chiodati.
Allertati dallo sparo, tre uomini nell’uniforme grigia del Battaglione Savoia apparvero correndo, e uno di loro, un caporale, abbaiò un ordine. “Stoy!
I tre uomini fuggirono, imprecando nelle loro lingue, inciampando e scappando via. Uno degli italiani sparò in aria con il fucile, ma l’esplosione servì solo a far correre i fuggitivi ancora più veloci.
Il caporale italiano fece un cenno ai suoi uomini per prendersi cura del russo ferito, poi si diresse verso la giovane donna, che era ancora in piedi con le spalle al vagone, ansimando, la grossa pistola Roth-Steyr nella mano destra, il braccio sinistro piegato per sostenere qualcosa tra le pieghe del cappotto.
Un bambino, pensò caporale. Tenendo le mani lontane dal corpo, i palmi in avanti, le dita aperte.
Normal’to“, disse. “Va tutto bene.”
La donna sorrise e annuì verso l’uomo caduto. “Skazhi ublyudku.”
Il caporale sogghignò e la donna ricambiò il sogghigno. Ci fu un suono debole, come un miagolio, dall’interno dei vestiti della donna. Lui si accigliò e scorse un gatto nero che si teneva stretto contro il fianco della donna, un braccio che lo sosteneva, i suoi artigli incastrati delicatamente nelle pieghe del suo maglione. La creatura sbirciò fuori dal lembo del cappotto, con grandi occhi gialli.
Dietro di loro, il russo continuava a bestemmiare e ad insinuarsi.
Chto zdes ‘sluchilos‘?” Chiese il caporale, nel suo semplice russo con tutti gli accenti sbagliati. “Cos’è successo qua?”
Lei diede una rapida occhiata all’uomo a terra. Con un’alzata di spalle, mise in tasca la pistola. Si tolse il gatto nero dal cappotto e lo porse al caporale, senza parole, quindi si spinse oltre lui e i suoi uomini e si inginocchiò vicino all’uomo che aveva gambizzato.
“Stai buono”, gli disse mentre quello cercava di tirarsi indietro. Strappò una striscia della sua camicia sporca e ha iniziò a bendargli la ferita.
Il caporale guardò i suoi uomini e sibilò un’imprecazione quando il gatto gli affondò le unghie nelle mani.

Autore: Davide Mana

Paleontologist. By day, researcher, teacher and ecological statistics guru. By night, pulp fantasy author-publisher, translator and blogger. In the spare time, Orientalist Anonymous, guerilla cook.

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